sabato 15 novembre 2025

Fine vita: c'è un'alternativa al suicidio assistito?


Continua il dibattito sul "fine vita" iniziato alcune settimane fa dalla testata giornalistica della Diocesi di Torino.

Ho avuto l'onore di intervistare per "La Voce e Il Tempo" il Dott. Dario Mongiano, filosofo e bioeticista, che offre una prospettiva incisiva e fondamentale sul tema:

"𝗧𝘂𝘁𝘁𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗼𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗽𝗶ù 𝗶𝗻 𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗹𝗼. 𝗟'𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝘃𝗶𝘃𝗼 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁à!"

L'articolo a mia firma esplora 𝗽𝗲𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 come la risposta alla sofferenza e alla fragilità non possa prescindere dall'investimento massiccio sulle 𝗖𝘂𝗿𝗲 𝗣𝗮𝗹𝗹𝗶𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲 sul 𝘀𝘂𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝗹𝗲 alla persona. Non si tratta solo di sedazione del dolore, ma di riaffermare il valore incondizionato della vita fino all'ultimo istante.

Un tema cruciale per medici, operatori sanitari, legislatori e per chiunque si occupi di tutela della persona.

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La Voce e il Tempo, che da mesi presta attenzione al tema del “fine vita”, ha di recente ospitato l’intervista al direttore generale del Cottolengo Don Carmine Arice (di Stefano Di Lullo) e l’intervento di Pier Paolo Donadio, già primario di Anestesia alle Molinette. Si dà ora la parola al Dott. Dario Mongiano, fondatore della “Case-Famiglia Pier Giorgio Frassati” per persone disabili (www.casafrassati.org), il quale, con l’assistenza degli avvocati Carmelo Leotta (Torino) e Mario Esposito (Roma) si è costituito insieme ad altri malati alla Corte costituzionale il 26 marzo scorso per dire, come malato affetto da una patologia inguaribile, che il suicidio assistito non è mai una soluzione rispettosa della dignità umana.

Dott. Mongiano, come sa, spesso si contrappongono suicidio assistito e cure palliative: don Arice, lo scorso 26 ottobre, affermava che «quando è presente un’adeguata terapia del dolore … la domanda di suicidio assistito e di eutanasia si abbassa notevolmente fin quasi a scomparire». Il Dott. Donadio obiettava, il 2 novembre, che le cure palliative possono diventare un modo per eludere il vero problema che «riguarda i pazienti cronici, non terminali, costretti a vivere per un tempo indefinito in condizioni per loro intollerabili nonostante le migliori cure». E domandava: «Abbiamo noi cristiani delle concrete proposte alternative al suicidio assistito per soccorrere queste persone che definiamo fratelli»? Qual è la sua posizione?

Ritengo che non solo come cristiani, ma prima di tutto come uomini e donne di ragione, abbiamo il dovere di intensificare proposte alternative al suicidio assistito. Le cure palliative sono tra queste: come malato posso confermare che chi è curato (nel senso completo del termine) non vuole morire. La domanda di morte deve essere prevenuta, non soddisfatta quando già si è consolidata. Penso che l’urgenza sia far conoscere meglio a medici e famiglie la legge 38/2010 in modo che i medici di base, che spesso sono i primi ad essere contattati da pazienti, siano preparati e sappiano tranquillizzarli dicendo loro che saranno costantemente seguiti da personale esperto nel decorso della malattia e non lasciati soli. Le cure palliative, inoltre, non sono solo per i malati terminali e non sono solo per i malati, perché, come dice la legge 38 sono un percorso che coinvolge anche la loro famiglia. Hanno un impatto forte sulle decisioni del malato, per questo è giusto puntare al massimo su quelle. Inoltre non dimentichiamo che nei momenti finali, oltre alle cure palliative, si può fare la “sedazione profonda” che non costituisce una forma di suicidio assistito o eutanasia.

Il Dott. Donadio si interroga: «… è dignità essere costretti a vivere quando, nonostante tutte le cure, si continua a ritenere intollerabile la propria condizione e a desiderare la morte, e si è in una situazione nella quale non ci si può togliere la vita da sé? Dove va a finire la libertà della persona, che è costitutiva della dignità umana?». Cosa ne pensa?

Si parla di dignità umana ma che cosa significa “dignità”? Chi è che “non è” degno di vivere? Chi sono io per giudicarlo “non degno” di vivere o per accogliere una richiesta di morte quando l’interessato non si considera più degno? Credo che solo se crediamo in un senso oggettivo di dignità, cioè di dignità uguale per tutti, sappiamo occuparci di chi sta male. Per questo io credo nell’assoluta intangibilità della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Tutti siamo degni di vivere in quanto persone umane, anche quando non fossimo più in grado di capirlo. L’essere vivo viene prima della libertà e dell’autodeterminazione. Nelle situazioni estreme del mio fratello sta a me la responsabilità di prendermi cura di lui e di non lasciarlo solo e sta a tutti, con le rispettive competenze professionali, accompagnarlo alla fine della vita terrena con la cura che è presenza ed attenzione terapeutica.

Lei ha ottenuto, come persona malata contro il suicidio assistito, di essere parte nel giudizio alla Corte Costituzionale (26 marzo 2025), in cui si discuteva di ampliare il suicidio assistito. Ritiene che l'eventuale ampliamento dell'accesso al suicidio assistito possa generare una "pressione sociale" indiretta sulle persone malate, anziane e sole, portandole a sentirsi un "peso" per la famiglia e la società?

Sta alle persone sane che si trovano accanto alle persone malate il compito di “promuoverle” nel loro essere persona, facendo sì che esse si sentano importanti e amate. Sta alla persona sana dire con i fatti oltre che con le parole: “io ti voglio bene così come sei, tu sei importante per me”. Questo atteggiamento che sarebbe da tenere già normalmente tra le persone sane, a maggior ragione va tenuto nei confronti delle persone malate. Aiutare al suicidio è esattamente il contrario: di fronte a chi è disperato, significa dirgli: non c’è altra soluzione al tuo dolore se non la tua morte. Spero che mai nessuno me lo dica anche se io dovessi un domani chiedere in un momento di disperazione di essere ucciso.






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venerdì 14 novembre 2025

𝐂𝐡𝐢 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐢 𝐦𝐚𝐥𝐚𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐢𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨 𝐚𝐬𝐬𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐨?


(Nella foto: l'avv. Leotta con il dr. Dario Mongiano; fonte della stessa: "Torino Cronaca")

Oltre il clamore sul "fine vita", c'è la voce di chi chiede che la Corte Costituzionale ascolti una prospettiva diversa: quella dei 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐦𝐚𝐥𝐚𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨 𝐍𝐎 𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐢𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨 𝐚𝐬𝐬𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐨, chiedendo piena tutela del diritto alla vita e sostegno con le cure palliative. 

L'avvocato Carmelo Domenico Leotta, da me intervistato, ci spiega l'importanza di questa battaglia per il Bene Comune.

➡️ Tutti i dettagli in questo approfondimento per Tempi:

 https://www.tempi.it/la-voce-dei-malati-alla-consulta/








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mercoledì 12 novembre 2025

Lettera dal fronte: CL, fino a quando potrà reggere la formale convivenza?

Il panorama dei movimenti ecclesiali è spesso segnato da dinamiche che, se lette con occhio esterno, possono apparire come mere contrapposizioni politiche o tattiche. Tuttavia, la fede ci offre una prospettiva radicalmente diversa: essa ci invita a riconoscere la mano della Provvidenza e ad accogliere l'assoluta certezza che, anche nelle prove e nelle tensioni, "tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28). È con questa luce che presentiamo la lettera che segue, inviataci da un lettore sotto pseudonimo ma ben informato. Questi si addentra in uno dei motivi di discernimento e di tensione che da anni attraversano la Fraternità di Comunione e Liberazione, acuitisi soprattutto quattro anni fa, in seguito alle dimissioni di don Julián Carrón.

Se è vero che l'opera e la fecondità di Comunione e Liberazione non sono rimaste paralizzate nonostante le divisioni, è altrettanto vero che l'unità auspicata continua a trovare ostacoli.

Leggere queste "pagine", che riportano dettagli sul coinvolgimento dell'autorità ecclesiastica e su manovre interne (come il caso della denuncia presentata da don Pierluigi Banna all'Arcivescovo di Milano, o le tensioni nel corpo dei Memores Domini), non deve risolversi in un'analisi superficiale di un "teatro politico" interessante ma distante. Per chi è debitore a una compagnia che lo ha collegato a quel filo narrativo (il "filo rosso" di Giussani), che attraversa i secoli e lega l'uomo a Cristo, la posta in gioco è molto più profonda. Siamo chiamati a vivere la fede in una comunità necessariamente imperfetta, perché fatta di uomini fallibili.

Il desiderio che ci guida nel condividere questa cronaca è che, al di là delle diatribe e delle rivendicazioni (che la lettera descrive come sintomi di una possibile "sindrome persecutoria" o "sete di potere"), vinca sempre l'affezione e l'amore per un luogo che ha aiutato e aiuta ad abbracciare la Fede. Di fronte ad ogni divisione, la risposta autentica non può essere la vanità o l'egoismo nel rivendicare il "giusto posto", ma la gratitudine per il carisma ricevuto e per la compagnia che ci sostiene.

Pertanto, invitiamo i lettori ad affrontare questa lettura con lo sguardo di chi cerca non il colpevole o il vincitore, ma una sincera riconciliazione, affinché il centro resti il fatto cristiano e non la battaglia per le posizioni. Altrimenti, rischieremmo di vivere, per dirla con Péguy, "Senza Gesù, dopo Gesù" (Véronique. Dialogo della storia e dell'anima carnale).



Lettera agli amici de La Baionetta


Sono passati quattro anni dalle dimissioni di don Julián Carrón dalla presidenza della Fraternità di Comunione e Liberazione e il clima all’interno del movimento continua a registrare delle tensioni difficili da ricomporre. Non si può certo dire che in questo quadriennio la fecondità di CL sia rimasta paralizzata, visto il continuo fiorire di opere, vocazioni e adesioni che il suo carisma provoca, una crescita sorprendente, ma la tanto auspicata unità al suo interno continua a trovare ostacoli non indifferenti. 

Gli ambiti più delicati da questo punto di vista sono quelli da cui in passato arrivava la gran parte della leadership delle varie comunità sparse per il mondo, cioè i sacerdoti e i laici consacrati nella Associazione Memores Domini. Sul fronte dei sacerdoti si è arrivati a una svolta clamorosa e inaudita per la storia del Movimento, quella cioè di un coinvolgimento dell’Autorità ecclesiastica basata sul diritto canonico per dirimere questioni interne a CL e di cui recentemente ha dato notizia il quotidiano online La Nuova Bussola Quotidiana. Ebbene, fonti confidenziali ci hanno fatto pervenire il contenuto integrale di quella denuncia e vogliamo mettere a disposizione dei nostri lettori alcuni stralci, utili a capire quel che sta succedendo dentro CL. 

Per comprendere appieno i contenuti della denuncia va fatta però una premessa. Don Carrón aveva pensato bene di designare come suo successore alla guida di CL un giovane delfino: don Pierluigi Banna, catanese trapiantato a Milano, che all’epoca delle dimissioni del prete spagnolo era trentasettenne responsabile nazionale di Gioventù studentesca e con una cattedra all’Università cattolica di Milano. La sua promozione a capo di CL era però sfumata perché il vaticano Dicastero dei Laici aveva riconosciuto come interlocutore nel processo di revisione statutaria del Movimento il vicepresidente della Fraternità di Comunione e Liberazione Davide Prosperi. A questo punto l’ala carroniana del Movimento si era organizzata per farlo nominare presidente nella tornata elettorale che si presumeva fosse programmata al termine del quinquennale mandato di Prosperi, cioè nel 2026. Per questo a metà gennaio don Banna – senza più incarichi apicali nel Movimento – aveva approfittato di una cena a Milano tra i sacerdoti aderenti a CL per attaccare il nuovo corso e porsi – di fatto – come riferimento alternativo per i preti (diocesani e non solo) del Movimento. 

Va ricordato che durante la presidenza di Carrón era avvenuta una sorta di ostracizzazione nei confronti della Fraternità sacerdotale missionaria san Carlo Borromeo, nata in seno a Comunione e Liberazione durante l’epoca di don Giussani e ora, invece, proprio dalla San Carlo (era rettore della casa di formazione) era stato reclutato dalla neodirigenza ciellina il nuovo responsabile degli universitari, don Francesco Ferrari. Orbene, le manovre dell’ala carroniana avevano finito per spazientire papa Francesco, che aveva varato le nuove regole su durata ed elezione delle leadership di Ordini e Movimenti ecclesiali proprio per evitare che il carisma fosse inteso come proprietà esclusiva di chi li governa. Che don Carron pretendesse di indicare l’erede non andava proprio giù al Pontefice e al dicastero dei laici e così, mentre era già stata messa in moto la macchina elettorale che avrebbe avuto il suo momento clou a marzo, nei festeggiamenti a Caravaggio per il 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Carrón, papa Francesco inviava al Movimento una lettera in cui prorogava di un altro quinquennio la presidenza di Prosperi. 

Sfumato nell’immediato l’appuntamento elettorale per l’intervento papale e percependo – a suo modo di vedere – sintomi di terra bruciata intorno a sé, don Banna, a inizio primavera, decide di invocare la tutela canonica da parte dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini e gli rende noto il carteggio privato intercorso tra lui e i vertici del Movimento, ravvisando in loro comportamenti “lesivi in pubblico e in privato della mia buona fama”. L’arcivescovo ambrosiano – in scadenza l’anno prossimo per limiti di età – lo affida al nuovo Cancelliere della Curia milanese don Marco Cazzaniga. Quel colloquio col Cancelliere partorisce una lettera di quattro pagine datata 16 aprile a firma di don Banna, formulata però nella stesura del testo con l’assistenza proprio del Cancelliere arcivescovile. Una lettera, che ricordando i can. 220 e 1390 del Diritto canonico, denuncia “menzogne, accuse infondate e infamanti”, diffida i denunciati dal reiterare i loro comportamenti e li invita a difendersi usando come interlocutore don Marco Cazzaniga. Nella lettera don Banna denuncia che ”la maggior parte di queste affermazioni diffamanti si sono verificate in occasione di inviti rivoltimi a eventi di vario genere organizzati dalle varie comunità locali di CL in Italia e, in un caso, all’estero”, sostenendo che è stata esercitata l’autorità nel Movimento in modo tale che “fosse rimesso in discussione (se non persino annullato) l’invito”. Poi però il prete catanese si affretta a precisare che “quando vengo invitato a parlare dentro o fuori gli ambiti del movimento, io intervengo sempre e anzitutto in quanto prete della diocesi di Milano, la cui attività prevalente non è legata al movimento ma agli incarichi affidatimi dall’arcivescovo”. Affermazione che può essere credibile se gli inviti di cui parla dovessero arrivare da comunità parrocchiali o istituzioni culturali, molto meno credibile invece se riferita a comunità locali (nazionali o estere) di CL. Parole che suonano piuttosto a captatio benevolentiae di colui a cui si è chiesto protezione. È esplicita in questo senso la chiosa finale a questa parte della lettera: “il mio ministero è legittimato anzitutto dal mandato del Vescovo”. In pratica don Banna sembra dire “il mio ministero è svincolato da CL ma risponde solo all’autorità arcivescovile”. 

Chi sono i destinatari della sua lettera-denuncia? Niente di meno che il vescovo emerito di Reggio Emilia e fondatore della Fraternità sacerdotale missionaria san Carlo Borromeo mons. Massimo Camisasca; il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione Davide Prosperi; il direttore del Centro internazionale di CL nonché procuratore della Fraternità san Carlo presso la santa Sede don Andrea D’Auria; don Francesco Ferrari, responsabile del CLU; don Stefano Alberto, docente di teologia alla Cattolica. Curiosamente, i canoni citati da don Banna sono gli stessi a cui si appellarono nel 1987 i “lazzatiani” della Rosa Bianca quando fecero un esposto al card. Martini contro il settimanale di area ciellina Il Sabato per una serie di articoli apparsi sulla storia del ‘cattolicesimo democratico’ e sulla presunta ‘protestantizzazione’ culturale dell’ex rettore della Cattolica Giuseppe Lazzati. All’epoca si scelse una terza via tra l'archiviazione e la trasmissione degli atti al Tribunale ecclesiastico: il tentativo di conciliazione preliminare tra le parti, che ebbe successo con un articolo “riparatore” ospitato dal settimanale nella primavera del 1988. 

Torniamo al caso Banna. Nei mesi precedenti tutti i ‘denunciati’ avevano negato al denunciante per iscritto e a voce le accuse rivolte loro (gli scritti sono appunto finiti in allegato alla lettera). Di fronte alla denuncia/diffida del 16 aprile la dirigenza di CL decide a questo punto di inviare quelli che presso la diocesi ambrosiana sono i suoi rappresentanti istituzionali a un incontro chiarificatore e rappacificatore in Curia alla presenza del Cancelliere e di don Banna, che nella lettera aveva auspicato “una concreta riconciliazione”.

In quella riunione persino il Cancelliere invita don Banna a prendere per buone le assicurazioni su un atteggiamento non discriminatorio che i rappresentanti di CL ribadiscono, ma il sacerdote resiste e non ammorbidisce la sua posizione. 

È chiaro che la mossa ‘canonica’ del sacerdote catanese avesse come finalità quella di farsi spalleggiare dalla Curia milanese in questa diatriba tutta interna a CL: che don Banna sia stato nominato direttore della rivista teologica del seminario ambrosiano La Scuola Cattolica la dice lunga sui suoi rapporti stretti con l’ambiente arcivescovile. Una domanda però si impone: che ricaduta ha avuto tale notizia all’interno del Movimento? A occhio e croce, a noi che siamo osservatori esterni di cose cielline, la cosa più probabile è che venga avvertita come un autogol. Infatti, che un membro della Diaconia regionale lombarda ciellina, guida di un nutrito gruppo di catechesi ciellina, predicatore nei Ritiri di Avvento e Quaresima di molte Fraternità di CL, metta di mezzo l’Autorità ecclesiastica per soccorrere la sua presunta emarginazione, presta il fianco facilmente alla critica interna di patire una sindrome persecutoria o, peggio, di essere assetato di potere, rivendicando in realtà posti di comando all’interno del Movimento. La sua mossa potrebbe avere insomma l’effetto di un boomerang: minare la fiducia di buona parte di chi lo considera un punto di riferimento per il proprio cammino dentro il Movimento. Si può farsi accompagnare in un cammino dentro CL da chi denuncia all’Autorità ecclesiastica la governance di CL e rivendica un ministero svincolato dall’appartenenza a CL?

Altro capitolo doloroso è quello dei Memores Domini. Questa estate in forma inusuale Papa Leone XIV – allertato dal vaticano Dicastero per i laici – era intervenuto con una lettera indirizzata ai Memores convenuti a La Thuile per gli Esercizi spirituali invitandoli a “tessere relazioni fraterne e a costruire ponti, a dialogare apertamente e con franchezza all’interno della vostra Associazione, a camminare insieme, sospinti dal soffio dello Spirito e in unità di intenti con chi è chiamato a svolgere il servizio dell’autorità”. 

In quell’occasione fu accolto solo l’invito alla franchezza, dato che nella contestazione – portata avanti dall’ala carroniana – alla leadership imposta dal commissariamento vaticano dei Memores, non fu risparmiato neppure il nuovo assistente ecclesiastico, l’abate generale dell’Ordine Cistercense Mauro Lepori. 

In quella sede avvenne anche un confronto pubblico tra il presidente dei Memores Alberto Brugnoli e il capo del Cda della Associazione Colombano e Bonifacio (gestisce il patrimonio dei Memores) Sandro Ricci, cui fecero seguito le dimissioni dello stesso Cda, motivate con la mancanza di sintonia con il Direttivo (commissariato) dei Memores. A quanto pare, una mossa ‘politica’, perché due mesi dopo lo stesso Ricci e il consigliere Antonio Gisondi – senza che nel frattempo fosse cambiata la composizione del direttivo dei Memores – si sono fatti rieleggere a ottobre nel Consiglio di amministrazione della ‘Colombano e Bonifacio’. Una votazione non proprio ‘pacifica’, visto che nella sua imminenza il presidente Brugnoli aveva proposto che gli oltre duemila Memores, chiamati alle urne per eleggere quattro componenti del Cda, potessero esprimere solo due preferenze, a tutela della minoranza, onde evitare che una maggioranza, ad esempio, del 51% potesse accaparrarsi il 100% degli eletti. L’ala carroniana si era opposta appellandosi allo Statuto della ‘Colombano e Bonifacio’ che prevede siano quattro le preferenze a disposizione di ogni elettore. Lo scopo era evidente: convinti di avere la maggioranza dalla loro parte, poter fare en plein di tutti i quattro consiglieri per contrastare gli altri tre designati dal Direttivo dei Memores. Con quattro su sette avrebbero controllato la ‘cassaforte’. Il risultato però ha avuto un colpo di scena: i carroniani hanno piazzato solo tre uomini nel Cda. Non sono pochi, anche se qualcuno di loro ha ottenuto meno della metà delle preferenze espresse dai votanti. In conclusione: la ‘Colombano e Bonifacio’ rimane fuori dal controllo dei carroniani. Resta comunque il fatto che in questa vicenda essi hanno voluto dare un ulteriore segnale di dissenso rispetto al nuovo corso dei Memores, episodio che si aggiunge alla mini-scissione operata qualche tempo fa all’interno dei seicento aderenti alla Fraternità san Giuseppe (alter ego dei Memores) quando l’assistente ecclesiastico don Michele Berchi fu sostituito dalla nuova dirigenza di CL con don Francesco Braschi.

Insomma, i focolai di tensione restano accesi. Possiamo accennarne altri: ad esempio fonti vicine al presidente della Gestione Fiere Antonio Intiglietta, seguace di don Giussani dagli anni Settanta, ci hanno confidato che lui e il suo gruppo di catechesi si rifiutano di partecipare alla Diaconia regionale lombarda di CL per dissenso con l’attuale gestione del movimento. Un altro caso è quello dell’ex responsabile regionale umbro di CL e candidato con la sinistra alle elezioni regionali dello scorso anno, Giuseppe Capaccioni, il quale sta promuovendo con altri amici di Perugia presso i membri della Fraternità di CL una lettera critica con il nuovo statuto del Movimento recentemente approvato dal Dicastero vaticano dei laici, lamentandone il “soffocamento comunionale” rispetto allo statuto del 2017 dell’era carroniana, epoca dove peraltro la comunionalità era stata ben poco presente in una gestione ‘pigliatutto’ ed escludente del sacerdote spagnolo. È vero che i Papi e il Dicastero dei laici si sono spesi ripetutamente per l’unità dentro CL, ma in questa situazione una domanda sorge spontanea: fino a quando potrà reggere una situazione di formale convivenza, dove però un gruppo numericamente consistente, seppure in lenta ma costante regressione, segue una leadership parallela, che percorre una strada autonoma rispetto a quella tracciata dagli organi direttivi del Movimento? 








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mercoledì 29 ottobre 2025

Recensione di Fogolèr. Storia di una famiglia istriana, Edizioni Ares, pubblicata ne Il Foglio del 29 ottobre 2025

Si tratta della testimonianza di Grazia Del Treppo sull'esodo giuliano-dalmata.

𝑹𝒂𝒅𝒊𝒄𝒊 𝒆 𝑷𝒆𝒓𝒅𝒐𝒏𝒐: 𝒍'𝒂𝒏𝒕𝒊𝒅𝒐𝒕𝒐 𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒊𝒅𝒆𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒆


La si trova, nella versione cartacea del quotidiano, nella pagina dell'elzeviro (p. 3, in basso).

Una storia che, attraversando il dramma delle foibe e della dittatura titina a Canfanaro, lancia un monito necessario: l'urgenza di custodire la memoria e la Fede per contrastare le polarizzazioni ideologiche e la paura del futuro.

"Una fiamma che riconcilia passato, presente e futuro".
Se siete interessati a leggere il libro, lo trovate al seguente link: 


 







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lunedì 19 maggio 2025

La vita dentro una ferita di Giovanni Lindo Ferretti (versione con aggiunte)


È il titolo di questo articolo scritto per Tempi: 


Il quale integro con queste parti:

In conclusione, condivido due aneddoti personali. Conobbi Giovanni Lindo Ferretti in due occasioni. La prima indirettamente, allorquando, nel maggio 2013, la mia fidanzata mi propose di andare a vedere Fedele alla linea (cliccare qui per trovarlo), docufilm a metà strada tra punk-montano e “nostos” eroico, siccome infine di Ferretti esso narra il ritorno a quella “casa” che sta tra il focolare e il Cielo: «Senza famiglia e Chiesa non si vive». Un continuo invito a mettersi alla ricerca delle proprie radici, della propria identità, spingendo al forte desiderio di comunità

Da allora, giacché colpito dalla sua profondità artistica e spirituale, iniziò per me la lettura dei suoi libri e l'ascolto delle sue canzoni. Una storia, la sua, che mi ha sempre ricordato quella di Giuni Russo, che è passata dalle vette della musica a quelle più alte del Carmelo.

  Libri quali, ad esempio, Reduce, passando per Bella gente d’Appennino, Barbarico etc, fino a Óra. Difendi conserva prega. Come si evince dal secondo testo citato poc’anzi, la Provvidenza ha sempre incalzato o “seminato” (per dirla con San Giustino martire) Grazia nella sua vita, a iniziare dalla sua infanzia, quando con la madre e la nonna presenziava alla Santa Messa: «In chiesa il priore officiava in latino e io imparavo le sequenze liturgiche che mi hanno legato ai secoli dei secoli. Kyrie Confiteor Gloria Credo Sanctus et Miserere... abbi misericordia di me, De profundis... dal profondo a te grido Signore... Celebravamo con la Santa Messa il sacrificio perfetto: l’agnello immacolato che offrendosi libera gli uomini riconciliandoli a Dio. Vivi, morti, Santi e ogni creatura cara al Creatore: c’eravamo tutti e noi, i presenti, forse i meno importanti. La vertigine, ancora oggi, mi coglie al suono del nome Melchisedech, già Sommo Sacerdote al cospetto di Dio quando nostro Padre Abramo muoveva i primi passi e tutto ciò che sarebbe stato poi, fino ad oggi, era solo promessa, progetto. Una vertigine che colpisce chi si affaccia dall’orlo dei propri giorni sul tempo: i secoli dei secoli... omnia saecula saeculorum. Amen. Così è»

Con l’amore, il coraggio e la gratitudine di chi ha potuto e saputo ritrovare radici e tradizione (“le radici profonde non gelano”, ricorda Tolkien), come dimostra il suo profondo rapporto con la madre: «D’inverno il buio cala presto e cresce a dismisura l’angoscia da spaesamento propria di quell’ora, il nostro tormento. Ci salva, ogni sera, il suono della campana dell’Ave Maria. Ci salva, ogni sera, la recita del Santo Rosario. A Lei la corona, a me l’enunciazione dei misteri e, in un latino ecclesiastico scampato ai secoli e all’ignoranza, Lei scandisce le litanie, io la sostengo qua e là ma molto poco. Ogni sera la preghiera più semplice, la pratica religiosa più umile, ci restituisce a noi stessi, alla nostra storia, al mondo intero. (...) Il rosario ha retto le disgrazie, le catastrofi, le guerre, l’occupazione nazista. Reggerà l’alzheimer» (ancora in Bella Gente d’Appennino).

E poi ci fu il secondo incontro, e questa volta di persona; difatti, sembrò un premio per l’impegno messo nel leggere i principali scritti di Ferretti. Sempre con fidanzata e un nostro caro amico (negli anni abbiamo saputo fare promozione) riuscimmo a raggiungerlo a Cerreto Alpi nell’aprile 2022, ricevendo perfino l’onore di essere ospitati a casa sua, la stessa che fa da location principale al docufilm.

Egli ci testimonia, dunque, come vivere su una soglia, vivere dentro una ferita, il coraggio, o il destino, di abitare il dolore fino in fondo. Se in passato con rabbia a causa dell’ideologia: «Giovanotto – ricorda ancora Lindo in Bella gente d’Appennino - sono stato succube e agente di una ideologia falsificante che estirpava, in baldanzosa marcia, ogni legame organico. Pietas, liturgia, vocazione e virtù ridotti a banalizzazione rancorosa e derisoria della propria storia plasmata con difficoltà, nei secoli, a civiltà della cristianità». Oggi, con gratitudine e speranza, essendo uomo rappacificato in e corroborato da Cristo.

 

 

 







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mercoledì 26 marzo 2025

Per non cadere in tentazione di fronte al suicidio assistito e agli altri malanni del nostro tempo

Si continua a riflettere sulla scorta di quanto affermato qui.

Usiamo la Ragione (con la Fede, ala che permette di giungere a Dio), stando di fronte ai fatti. Ovunque (ad es. in Olanda e in Belgio) sia stato approvato il suicidio assistito, si è passati dal colpire persone in situazioni estreme (usate come "cavalli di Troia") a persone praticamente sane, meramente afflitte da depressione e solitudine: problemi che un fraterno abbraccio, nonché una visione poetica della realtà in grado di far comprendere la bellezza e preziosità di ogni vita, avrebbe potuto risolvere. D'altronde, e parafrasando madre Teresa di Calcutta durante il conferimento a lei del Nobel per la pace nel 1979, con la possibilità di abortire e il suicidio assistito, in una società sempre più scristianizzata, potenzialmente, chi può impedire a ciascuno di noi di uccidere il prossimo?







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lunedì 3 marzo 2025

Il "ritorno" della pena di morte in Toscana, grazie alle forze radicali. I cattolici nel PD (non solo toscano) si opporranno o faranno finta di niente?

 Lo scorso 11 febbraio, il consiglio regionale della Toscana ha approvato la prima legge in Italia che consente l'accesso al suicidio assistito. È la prima volta nel nostro Paese che un principio come quello costituzionale del diritto alla salute viene derogato per far spazio alla facoltà depenalizzata di chiedere e ottenere presso l'Asl la morte medicalmente assistita come prestazione ordinaria garantita da sanitari delle istituzioni pubbliche, pur all’interno delle limitate condizioni dettate dalla Corte costituzionale.

Il Consiglio regionale della Toscana, guidato dal piddino Eugenio Giani, ha approvato a larga maggioranza - 27 voti a favore (Pd, Iv, M5s, gruppo misto) e 13 contrari (FdI, FI, Lega); una consigliera del Pd si è astenuta - la proposta di legge di iniziativa popolare “Procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza della Corte costituzionale n.242/2019” promossa dall'associazione radicale Luca Coscioni, di cui è tesoriere Marco Cappato.

La procedura prevista, ricalca difatti quanto a suo tempo stabilito dalla Corte costituzionale nella famosa sentenza 242/2019, che sciolse l’ipotesi di reato a carico di Marco Cappato, depenalizzando l’aiuto al suicidio e abolendo l’articolo 580 del Codice penale, che ne prevedeva una esplicita sanzione.

Rigettata in altri quattro consigli regionali (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Lombardia), la legge mantiene il principio della morte assistita come «erogazione di una prestazione sanitaria suddivisa in più fasi» (preambolo della proposta di legge) ma è stata modificata così da perdere una parte del suo esplicito carico ideologico di affermazione di un preteso e inesistente “diritto di morire” (tra l'altro, formalmente negato dalla Corte costituzionale) e di presentare la descrizione di una “burocrazia della morte” che stabilisce il modo per ottenere «la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile». 

Emerge, fin troppo, una situazione surreale: il sistema sanitario nazionale, che ha problemi a soddisfare le richieste di molti malati richiedenti aiuto nel vivere nel mondo migliore, dovrà accogliere e soddisfare le richieste di chi invece chiede di morire. 

Così la Toscana ha perso quel primato che aveva guadagnato il 30 novembre 1786, ossia di essere stata il primo stato al mondo (all'epoca granducato sotto Pietro Leopoldo) ad aver abolito la pena di morte. Duecentotrent'anni dopo, l'ha reintrodotta e questa volta non per punire i colpevoli, ma bensì per scartare gli "indesiderati".

Una inquietante deriva contro cui hanno preso posizione prima i vescovi della Conferenza episcopale toscana con una nota e poi il loro presidente cardinale Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena, in una intervista ad Avvenire.

«Prendiamo atto - ha affermato sua eminenza - della scelta fatta dal Consiglio regionale della Toscana, ma questo non limiterà la nostra azione a favore della vita, sempre e comunque – ha dichiarato il cardinale a nome di tutti i vescovi –. Ai cappellani negli ospedali, alle religiose, ai religiosi e ai volontari che operano negli hospice e in tutti quei luoghi dove ogni giorno ci si confronta con la malattia, il dolore e la morte dico di non arrendersi e di continuare ad essere portatori di speranza, di vita. Nonostante tutto. Sancire con una legge regionale il diritto alla morte non è un traguardo, ma una sconfitta per tutti».







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martedì 7 gennaio 2025

Riflessioni sul film Netflix "Storia di Maria"

Tale film (semplicemente Mary, nella versione originale) ha debuttato sulla piattaforma streaming di Netflix lo scorso 6 dicembre. È stato diretto dal regista DJ Caruso. Nel tentativo di raggiungere l'autenticità, Caruso ha scelto per il ruolo di Maria l'attrice israeliana (non è l'unica) Noa Cohen (appropriato, siccome la Madonna era ebrea) e per Giuseppe l’attore Ido Tako (di bell’aspetto). Il nome più celebre accreditato è il premio Oscar Sir Anthony Hopkins, il quale interpreta Erode.

Senza indugi, e proprio perché ha la pretesa di veridicità storica, lo stronco. Il film attinge ampiamente da un mix di fonti bibliche ed extrabibliche per raccontare la storia di Maria, in particolare dal Protovangelo non canonico di Giacomo, prendendosi una buona dose di libertà creative che confondono di molto il confine tra la cronologia biblica e la libertà (a)poetica hollywoodiana, tutta politically correct.

Fin dall'inizio del film, c'è un'atmosfera assai cupa: la musica piena di suspense e la fotografia dark, sebbene apparentemente belle, non danno l’idea di un’opera “iperdulìca” nei confronti di Maria e al servizio del "lieto annunzio" (Euangélion). L'interpretazione di Erode da parte di Hopkins ricorda la follia oscura del Re shakespeariano Riccardo III e quella del Grande Inquisitore de I Fratelli Karamazov (ci possono stare); per non parlare dei cameo di Lucifero e di un insolitamente minaccioso Arcangelo Gabriele, i quali sono altrettanto inquietanti. Non vi è alcun "brivido di Speranza" per il mondo stanco del I secolo a.C. e sicuramente nessuna gioia.

Il regista, per quanto si definisca cattolico e abbia sperato di rendere la storia di Maria (fin troppo) accessibile alle persone, non è riuscito a raccontare la grazia che Dio ha concesso in modo unico a Maria; anzi, ha enfatizzato la nube oscura di sofferenza che sembrava incombere su di lei per tutto il film. Non a caso, il produttore dello stesso è lo statunitense Joel Osteen, pastore e telepredicatore protestante.

Certo, la vita sulla terra è anche una “valle di lacrime”: la realtà del peccato e l’oscurità che getta sul mondo non rendono pienamente felice lo stare qui sulla terra; d’altronde, qui siamo solo di passaggio; però, nonostante l'oscurità, la Speranza rimane. Il cattolico sa, per dirla con Tolkien, che la vita è “eucatastrofica”: il dolore, il male, alla fine della storia subiranno la sconfitta definitiva; vittoria difatti ravvisabile nel “centuplo quaggiù” assicuratoci da Cristo Stesso, che Egli aveva già fatto assaporare a Giobbe e che nel “Sì” di Maria è divenuto ancora più grande.

Onde evitare di svelare tutte le parti della trama, si può sottolineare come alcune delle scene e delle parole più belle inerenti alla Natività, a iniziare da quelle riportate da San Luca, non siano presenti o, se lo sono, siano distorte.

Lascio da parte questa carrellata di ipotesi romanzate: da Maria rappresentata come una sorta di “femminista autodeterminata”, da Lucifero (sottolineo: troppo bello) che La tenta, dallo scontro tra questi e l’Arcangelo Gabriele (sottolineo: troppo brutto), una brutta copia dei duelli con spada laser di Star Wars (ho troppo a cuore George Lucas per sopportare questo), dal censimento romano non pervenuto, dal motivo per cui Maria e Giuseppe non trovano posto a Betlemme: in tanti si erano recati lì, perché certi che il Messia vi sarebbe nato, quando si sa che non è così (d’altra parte, censimento romano assente), dal fatto che nessuna creatura angelica spieghi a San Giuseppe come mai Maria sia incinta, il quale non mostra neanche un briciolo di curiosità nei confronti del Padre del nascituro, al modo in cui Giuseppe incontra Maria: dopo essere stato condotto a Lei da una strana figura avvolta in una tunica blu, l’Arcangelo Gabriele, il padre putativo di Gesù finisce per bussare alla porta dei santi suoceri affermando che Maria è Sua moglie. Altamente improbabile, considerate le precise norme di corteggiamento ebraiche dell'epoca.

Le lascio da parte per soffermarmi maggiormente sul "cuore" del film. Quando l’Arcangelo Gabriele viene a portare a Maria il miglior messaggio possibile, è una figura oscura e spaventosa con il volto per lo più coperto, per niente simile a un magnifico Arcangelo. Perché l'oscurità? Nessuna raggio di luce, un simbolo perfetto per un annuncio così gioioso?

Gabriele le dice che Suo Figlio regnerà sulla casa di Davide. Ma viene tralasciata la Sua eloquente spiegazione di come quel Figlio “sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide Suo padre. Egli regnerà sulla casa di Giacobbe per sempre, e il Suo regno non avrà fine. Sarà chiamato Figlio di Dio” (Luca 1,32-35). Maria risponde: «Lascia che sia io». Eppure Luca scrive che Maria rispose a Gabriele: «Ecco la serva del Signore; avvenga di me secondo la tua parola».

Lo stesso vale per l'eccezionale visita di Maria alla cugina Elisabetta. Qui, è molto breve, ambientata in uno spazio buio simile a una caverna illuminata solo da una piccola fiamma da cucina. Elisabetta è felice, ma non trasmette la descrizione di Luca di un'Elisabetta "piena di Spirito Santo e che esclamò a gran voce”: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo». Mancano tutte le preziose parole di Maria immortalate duemila anni fa nel Magnificat, le quali mostrano la Sua obbedienza alla volontà di Dio e la Sua comprensione di come quegli eventi risuoneranno nei secoli dei secoli.

E giungiamo all’errore più grave che stride pienamente con la Dottrina Cattolica e gli insegnamenti della Chiesa; ovvero, alla scena in cui Maria partoriente viene mostrata sofferente. Fin dall'inizio, i Padri e i dottori della Chiesa, tra cui i Santi Ambrogio, Agostino, San Bernardo da Chiaravalle e Tommaso d'Aquino, hanno insegnato che solo Ella sarebbe stata esente da tali dolori come segno della Sua santità unica: Lei sola non ha avuto peccato originale e le sue conseguenze (sine labe originali concepta). Sant'Ireneo, nel secondo secolo, fece riferimento alla profezia di Isaia: «Prima di essere in travaglio ha partorito; prima che le venissero i dolori, ha dato alla luce un figlio. Chi ha mai sentito parlare di una cosa simile? Chi ha mai visto cose simili?» (Isaia 66,7). Sempre Isaia afferma: «Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele (Dio con noi)» (Is 7,14).

Per spiegare come ciò è potuto avvenire, i Padri e i dottori della Chiesa ricordano che se è vero che nell’ora della Trasfigurazione Gesù mostrò, anticipando l’evento della Risurrezione, il suo corpo glorioso ai tre Apostoli, di conseguenza non si può negare che abbia potuto rendere glorioso il suo corpo anche al momento del parto, e anticipando proprio il miracolo del Tabor. E un ulteriore aiuto ce lo dà la Sacra Scrittura quando asserisce che Gesù risorto passò attraverso i muri del Cenacolo, ove si trovavano gli Apostoli la sera del giorno della Sua risurrezione. Sant’Alberto Magno – e così mi avvio alla conclusione -, maestro di San Tommaso, per mostrare la verginità della Madonna durante il parto fa riferimento proprio a questo fatto: «Maria è una stella perché come la stella emette il raggio, così la Vergine genera il Figlio con lo stesso splendore: né la stella viene menomata dall’emissione del raggio, né la madre dal generare il Figlio. […]. Colui che camminò sulle onde del mare senza affondarvi, Colui che uscì dal sepolcro senza infrangere il sigillo della pietra – essa fu ribaltata, come dice il Vangelo (Mt 28,2), da un angelo e non dal Signore -, Colui che si presentò ai discepoli a porte chiuse, poté anche nascere da una Madre vergine senza violarle il pudore verginale. Per questo chiamiamo stella la Vergine Maria» (S. Alberto Magno, Trattato sulla natura del bene, cap. 142).

Ora, non resta che sperare che un giorno a Maria SS. potranno finalmente dedicare dei film ad hoc, sulla scorta di capolavori cinematografici e televisivi quali Ben Hur, I Dieci Comandamenti, Il Re dei re, La tunica, Il quarto re, La Passione di Cristo.






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domenica 19 novembre 2023

Aggiornamento e incontro da non perdere

Presso la parrocchia torinese di San Bernardino, lo scorso venerdì, si è tenuto un incontro con Matteo Matzuzzi sulle sfide e le opportunità attuali della Chiesa, a partire dal suo libro Atlante geopolitico del cattolicesimo; mentre il primo dicembre prossimo venturo sarà occasione di celebrare, assieme a Paolo Gulisano, il dies natalis dei nostri J.R.R. Tolkien (50 anni: 2 settembre 1973) e C.S. Lewis (60 anni, 22 novembre 1963).



 







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martedì 22 agosto 2023

Polito stai sereno: lo spettro della CL anni '80 non si aggira per l'Italia






Recensendo tempestivamente il libro di Marco Ascione "La profezia di Cl", Antonio Polito lancia l’allarme: il sistema di potere ciellino potrebbe conoscere un ritorno di fiamma, c’è la possibilità che Roberto Formigoni si candidi alle Europee con Fratelli d’Italia, mentre don Julian Carron che tanto bene aveva fatto al movimento ecclesiale imponendo allo stesso quella “scelta religiosa” che per più di trent’anni esso aveva respinto in nome della soggettività storica e politica dei cattolici, è stato ostracizzato, dopo essere stato costretto alle dimissioni per una somma di fattori. 

Qui vorremmo – dopo esserci fatti una bella risata – tranquillizzare l’ex redattore dell’Unità divenuto editorialista di punta del grande quotidiano della borghesia italiana, il Corriere della Sera: dell’eventuale candidatura di Formigoni non sappiamo nulla, ma possiamo garantirgli che non torneranno i tempi del buon governo formigoniano della Lombardia, che era sempre all’avanguardia delle politiche che poi venivano adottate dalle altre Regioni (anche rosse), non torneranno i tempi del primo Family Day, non torneranno i Meeting di Rimini degli anni Ottanta che lanciavano il guanto di sfida al laicismo e alla massoneria, non torneranno i giorni gloriosi del Movimento Popolare che -parole del segretario della DC già partigiano Benigno Zaccagnini – nel 1976 spostò 1 milione di voti alle elezioni politiche ed evitò il sorpasso del PCI sulla DC. 

Non torneranno perché il mondo è cambiato, la società è diventata liquida, l’Occidente è sprofondato nell’individualismo e nel nichilismo. Non è questione di Carron o non Carron – qualunque sia il giudizio, positivo o negativo, che si voglia dare sul fatto che costui ha riconvertito CL alla scelta religiosa: i cristiani soggetto politico e storico in ragione della loro esperienza esistenziale del cristianesimo (questa è la definizione non denigratoria di ciò che da CL è derivato a livello politico e di presenza pubblica fra la data di nascita e il 2012) non si ripresenteranno più sulla scena per la stessa ragione per cui non esistono più i partiti italiani di massa, i sindacati rappresentano soprattutto i pensionati, le chiese si svuotano e i seminari già sono vuoti, la gente non si sposa più né in chiesa né in comune, ecc.: il popolo non esiste più, esistono solo individui; quelle che il Movimento Popolare chiamava “unità di popolo nel pluralismo” non esistono più, non esiste più il popolo comunista, quello socialista e nemmeno quello cattolico. Anche nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali si assiste, con qualche lodevole eccezione, a quel “trionfo del terapeutico” che Philip Rieff aveva già individuato nel contesto americano nel 1966: molti di coloro che si avvicinano all’esperienza religiosa, compresa quella cristiana, lo fanno per stare bene emotivamente e per trovare la rete di sicurezza sociale e psicologica della comunità, non perché affascinati da una fede che vuole investire il mondo e cambiarlo anche nel modo di governare le cose umane. 

Il cristianesimo come avvenimento integrale, che riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza – dunque anche la politica – non è più sperimentato perché disintegrata è la persona essendo state prima disintegrate le società naturali nelle quali la persona nasceva e cresceva. Le profezie di Pasolini e di Del Noce si sono realizzate, il consumismo ha trionfato distruggendo la pluralità umana delle culture italiane e la rivoluzione si è suicidata, il programma di Gramsci si è realizzato soltanto sul versante della secolarizzazione, non su quello dell’emancipazione del popolo dall’egemonia della borghesia. Fanno tenerezza tutti i riferimenti ai peccati di CL in tema di tentazione all’egemonia, in un’epoca caratterizzata dalla spietata egemonia borghese, che ha realizzato il sogno liberal-radicale di una società di soli individui, deculturata, avendo trionfato sui suoi rivali, il Partito comunista italiano e la Chiesa cattolica. Trionfo tanto più grande in quanto li ha resi culturalmente subalterni, ha ottenuto che il grosso dei comunisti e dei cattolici interiorizzassero l’impostazione individualista della vita, che accettassero la dicotomia fra fede e vita pubblica.

Polito si stupisce del fatto che nessuno nel mondo intellettuale e della comunicazione – che in Italia è quasi tutto laico – si prenda a cuore la causa di Julian Carron ostracizzato dal dibattito delle idee e dei valori. Eppure il suo punto di osservazione dovrebbe garantirgli una facile risposta. L’immagine del ruolo di Carron e più in generale del cristianesimo nella società post-moderna che Polito ha, coincide con quella che ne aveva la borghesia in epoca moderna: alla Chiesa si chiedeva di disciplinare le masse, di assicurare quella formazione morale e umana che permettesse di avere una classe operaia esente dai mali dell’alcolismo, del vagabondaggio sessuale, dell’oziosità, ecc., che danneggiavano la produzione e quindi il profitto. In cambio, si concedeva all’élite ecclesiale di far parte dell’establishment, di godere di buona stampa e di mantenere qualche privilegio secolare – fermo restando che né il clero né i laici cristiani dovevano sognarsi di gestire in prima persona il governo della società o di aspirare a farlo. Oggi il patto verrebbe aggiornato sostituendo all’alcolismo le nuove dipendenze e aggiornando la formazione morale e umana impartita dalla Chiesa ai bisogni psicologici indotti dalla liquefazione dei legami sociali. Ma Polito dovrebbe sapere bene che il sistema capitalista globalizzato si regge sull’intensificazione dei consumi, sia materiali che virtuali, e questo richiede un’ulteriore riduzione delle pretese morali della Chiesa e la frammentazione e costante metamorfosi dell’individuo stesso: l’ideologia di genere, che auspica la fluidità della vita sessuale e affettiva, è organica alla logica capitalista del profitto ed è in contraddizione frontale anche col genere di cristianesimo che Polito predilige. Il Carron di Polito – che non coincide necessariamente con quello reale, anzi – è totalmente inutile alla logica egemonica della borghesia odierna, per le stesse ragioni per cui lo era già la Chiesa di Paolo VI (lo ha spiegato efficacemente Pasolini proprio sulle pagine del Corriere della Sera, quasi cinquant’anni fa). Perciò stia pure tranquillo, l’editorialista di punta del Corriere della Sera: l’egemonia borghese non corre alcun pericolo dall’esterno. Può solo distruggersi da sé, e questo noi lo speriamo ancora.

Rodolfo Casadei






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venerdì 16 giugno 2023

Cosa dobbiamo imparare dai Gay Pride


Esibizionisti, arroganti, bugiardi, vittimisti, prepotenti, fautori e complici di un’evoluzione in senso totalitario del sistema politico occidentale e della mutazione antropologica che porta dritti al transumano. Aggettivi e sostantivi per esecrare la forma e i contenuti dell’azione degli attivisti che ogni anno danno vita ai Gay Pride e delle forze politiche che li fiancheggiano si affollano alla mente e alla tastiera a ogni giugno che ci passa davanti. La pretesa che tutte le istituzioni di governo del territorio concedano il patrocinio a una manifestazione che ha un preciso programma politico, che non è condiviso dalla maggioranza degli italiani, è solo l’ultimo esempio della natura autoritaria e liberticida dello spirito che anima la pseudorivoluzione Lgbtqia+ e della sinistra (sinistra?) italiana che dice di appoggiarla. Ma esecrare non basta e rischia di apparire una forma di pigrizia intellettuale e politica se non ci si pone qualche domanda sui successi del movimento che sta dietro ai Gay Pride, sulla sua efficacia a livello di formazione delle mentalità (egemonia culturale) e di condizionamento del discorso politico generale. Cosa c’è da imparare dai Gay Pride e dai movimenti da cui essi nascono, preso atto del pericolo mortale per la natura umana, per la vita politica, per la civiltà che la realizzazione dei loro programmi comporta? Quale lezione in positivo richiamano a quanti vedono in essi lo stesso genere di minaccia totalitaria e antiumana che in passato fu incarnata dai movimenti comunista e fascista?






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lunedì 1 maggio 2023

Ultime dal sinodo tedesco. La Chiesa è chiamata a seguire Cristo, non a stargli davanti – (Parte Seconda)

 



Lo scorso mese, sempre via Strumenti politici, chi scrive ha provato a far emergere le origini della  situazione incresciosa provocata  considerando alcune delle riflessioni ad hoc che Benedetto XVI aveva dedicato all’ambiente cattolico tedesco, in tempi non sospetti.

Esso è intriso – non tutto, come ricordano i “Sant’Atanasio bavaresi”, capitanati da Mons. Woelki, e in cui si trovano le 4 intellettuali che a fine febbraio hanno lasciato lo stesso sinodo – di progressismo e spirito mondano. “In Germania – asseriva il 265mo successore di Pietro – abbiamo un cattolicesimo strutturato e ben pagato, in cui spesso i cattolici sono dipendenti della Chiesa e hanno nei suoi confronti una mentalità sindacale. Per loro la Chiesa è solo il datore di lavoro da criticare. Non muovono da una dinamica di Fede”. Anche a causa della tassa…

Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale

Parole consegnate al suo biografo Peter Seevald, in Ultime conversazioni. Un datore di lavoro giacché la Chiesa non è considerata in chiave soprannaturale, bensì terrena, quale una mera istituzione umana, i cui compiti si possano decidere a colpi di sinodalità e riforme. E, ancora, Negli Appunti del 2019, asseriva Benedetto: “Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ’60, come ho cercato di mostrare, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora. Questa dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa”.







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Ultime dal sinodo tedesco. Quando le buone intenzioni lastricano la via dello scisma – (Prima parte)



Il 10 marzo, venerdì scorso, nei lavori in corso a Francoforte, i membri del sinodo tedesco (Synodaler Weg), a nome della chiesa tedesca, e dopo oltre un anno di cammino, hanno scelto di approvare a larghissima maggioranza il testo che apre alle celebrazioni per la benedizione delle coppie formate da persone dello stesso sesso (a partire dal marzo 202); ma non solo, perché hanno anche formulato una richiesta a papa Francesco di “riesaminare il nesso tra consacrazione e obbligo del celibato”.


Il testo è stato approvato dai laici con 176 voti favorevoli, 14 contrari e 12 astenuti; anche una netta maggioranza di vescovi ha votato a favore del documento conclusivo: 38 vescovi hanno votato sì, nove vescovi no e dodici si sono astenuti. Non essendo conteggiate le astensioni, ciò vuol dire che il consenso è stato formalmente dell’80 per cento. La delibera è arrivata dopo che lo scorso settembre i vescovi fiamminghi del Belgio, insieme al cardinale di Malines-Bruxelles (Mechelen-Brussel, in olandese) Jozef De Kesel, avevano pubblicato un documento che, affermando di ispirarsi all’Esortazione apostolica Amoris laetitia, autorizza la benedizione delle coppie dello stesso sesso. Occorre sottolineare: senza essere sottoposto prima della sua pubblicazione al vaglio della Santa Sede, come aveva riferito il portavoce della diocesi di Bruxelles.





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lunedì 27 marzo 2023

giovedì 22 dicembre 2022

Sub tutela Dei, caro Vito



Presso la casa natale di Santa Maria Domenica Mazzarello, Mornese (AL)

Nelle scorse ore, l'amico Vito Facciolla si è incamminato, da Torino, sulla "strada dritta" del ritorno alla casa del Padre Eterno. Lo conobbi circa dieci anni fa, al movimento dei Cursillos di Cristianità e da allora rimanemmo buoni amici. 
 
Caro Vito, tu eri/sei tra quelle persone che si possono definire "amiche" nel modo tratteggiato da C.S. Lewis ne I quattro amori (p. 66): «In questo tipo di affetto – come disse Emerson - “Mi vuoi bene?” significa: “Vedi la stessa verità?” o, per lo meno, hai a cuore la stessa verità? Chi concorda con noi sul fatto che una certa questione, dagli altri considerata secondaria, è invece della massima importanza, potrà essere nostro amico. Non è necessario, invece, che egli sia d’accordo sulla risposta da dare al problema [...]». Un autentico "strano cristiano", che avrebbe fatto arricciare le "tre narici" (di guareschiana memoria) a certi odierni cattolici e non credenti "à la page"; semplicemente, te ne infischiavi del politicamente corretto e del radicalismo di massa, andando controcorrente, allo scopo di mantenere una fedeltà creativa alla Tradizione Cattolica. Sì, eri un "uomo vivo" (oltre il senso meramente biologico), perché consapevole di essere "nato per non morire mai più"; pronto a guardare la realtà con gli occhi dell'innocenza e ad abbandonarti, fiducioso e grato, a Dio, come fa un bambino col proprio padre.

Ce la mettevi tutta per essere sempre presente agli incontri de La Baionetta; fosti tra i primissimi (nel 2015) a credere e a sostenere i talenti di noi fondatori del blog e dei nostri amici, anche quando sembravamo "4 sgarrupàti". Ci hai ricordato molte cose preziose, tra cui il saper valorizzare le opere e l'impegno altrui, se compiuti virtuosamente, e l'importanza di essere amici. Antidoti ai mali di questo tempo, come la solitudine e la noia che, come già avvertiva Bernanos, quasi novant'anni fa, in Diario di un curato di campagna, rende tristi e indifferenti alla nostalgia del Cielo e di tutto ciò che arricchisce la vita, compresa la stessa amicizia. "Fecisti nos ad te, Domine, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te!" ("Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non trova riposo in Te”; Confessioni 1,1). 
 
Tu meriti pertanto di cingerti il capo d'alloro, quale "atleta di Dio": "Sapete pure che tutti gli atleti, durante i loro allenamenti, si sottopongono a una rigida disciplina. Essi l'accettano per avere in premio una corona che presto appassisce; noi invece lo facciamo per avere una corona che durerà sempre. Perciò io mi comporto come uno che corre per raggiungere il traguardo, e come un pugile che non tira colpi a vuoto. Mi sottopongo a dura disciplina e cerco di dominarmi per non essere squalificato proprio io che ho predicato agli altri" (1Cor 9,25-26). 
 
Mi mancherà non vederti pronto, alla fine di ogni incontro pubblico, a salutarmi per primo, facendomi dono delle tue impressioni e dei documenti che conservavi per me. 

Ora, che sei nel novero di coloro che ci hanno preceduto, costituendo una sorta di costellazione-guida nelle "notti oscure", continua a ricordaci nelle preghiere; a noi, cui aspetta ancora della strada da percorrere, nel pellegrinaggio della vita, il compito di rischiare, sul tuo esempio, per "L'amor che move il sole e l'altre stelle".  
 
"La Speranza è un rischio da correre. È addirittura il rischio dei rischi. [...] Sperare è, certo, un rischio, esige coraggio, reazione, impegno. Ma è solo per questa via che si ritrova il senso smarrito della vita e si fa tacere l'urlo della disperazione che è segno di morte" (La libertà perché?; sempre Bernanos).

Come ci dicevamo al Cursillos, Ultreya!






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martedì 19 ottobre 2021

In perpetuam memoriam di Luigi Amicone




Il fondatore di Tempi si è congedato da questo mondo, tornando alla Casa del Padre, durante la scorsa notte. Fu redattore de Il Sabato e suo inviato di pace nelle zone colpite dalla guerra, quali Belfast, ove raccontò la guerra civile tra protestanti e cattolici, e Libano, martoriato dallo scontro con la Siria; documentò anche la caduta dei regimi comunisti, tra il 1989 e il '93. Successivamente, nel 1994, fondò la Tempi di fraternità, mantenendo nel corso del tempo rapporti di collaborazione con Il Foglio e Il Giornale.

Era soprattutto marito e padre di 6 figli; scrittore e giornalista a metà tra "figlio del tuono" e l'esser paolino, giacché le sue parole erano potenti (l'influenza di Pasolini e Testori si faceva sentire) e ricche degli elementi che caratterizzano la parresia: libertà di parola, franchezza nel dire e audacia della testimonianza. Egli Battagliava con tutto il vigore dell'allegra baldanza ("Vivi, pazzo vivi!") di chi l'aveva scampata bella dalla sudditanza, con varie gradazioni (da quella più moderata a quella estremistica), della cultura di sinistra, grazie all'incontro con Don Luigi Giussani; come lui tanti altri, tra cui Giancarlo Cesana, don Eugenio Nembrini. Dal 2016 a pochi giorni fa, è stato consigliere comunale di Milano con Forza Italia.

Amicone aveva capito che il cristianesimo deve farsi cultura e non diventare subalterno al mondo, difendendo la Verità nella Carità. Operò da cattolico di "minoranza creativa", come ormai lo sono i credenti non fluidi, per provare a testimoniare la Fede in una società ad essa largamente indifferente, non solo non più cattolica, ma nemmeno più cristiana. E non posso dimenticare che fu tra quei fortunati che sostennero la candidatura al premio Nobel di un grande scrittore brianzolo, Eugenio Corti.

Lo conobbi di persona nell'autunno del 2012, presso il collegio San Giuseppe di Torino, dove era venuto per presentare "Polvere", libro di Giovanni Donna, dottore e scrittore torinese. Lo conobbi dopo la presentazione, grazie a un'amica in comune, Maria Vietti, brava poetessa e fisioterapista. In quell'occasione lo invitai a venire a trovarmi in Valle di Susa, per fargli capire quanto non corrispondesse alla realtà dei fatti lo slogan "no Tav uguale valsusino", vexata quaestio per la Valle.

Mi venne a trovare alcune settimane dopo, a Borgone Susa. All'incontro, erano con me l'amico e collega Marco Margrita, la consigliere comunale Laura Melis e l'imprenditore informatico Maurizio Berta, temprati dal fuoco di tante battaglie politiche, curatore di progetti coraggiosi come l'Officina e La Pietra nello stagno. In quell'occasione Marco divenne corrispondente dalla Valle per Tempi, fatto di cui sono ancora adesso fiero, difatti consiglio di recuperare i suoi articoli: perché fu coronamento di un'operazione di vera dissidenza culturale, allo scopo di testimoniare una presenza cattolica originale, che scorgeva dietro al movimento No Tav, sì, anche delle preoccupazioni economiche e politico-ambientali condivisibili, però soprattutto l'ombra - e qui cito Del Noce - del "partito radicale di massa" (giustizialismo piagnone 
e giacobino, e terrorismo rosso compresi: leggasi "prima linea" e "lotta continua"), che stava avendo - come nel '68 - un'influenza nefasta sulle menti e i cuori dei valsusini, compresi i cattolici della Diocesi, la quale rischiò di essere spaccata in due. D'altronde, Luigi Amicone aveva intervistato Václav Havel e Lech Wałęsa, perciò non poteva non volerci bene.

Tra giugno e luglio del 2013 fu lui ad accogliermi a Milano, nella vecchia sede di Tempi, in Corso Sempione. Qui, tra una fumata di sigaro e sigarette, mi concesse una lunga intervista incentrata su vari temi, per il sito Elzeviro.eu: dalla situazione della Chiesa (Benedetto XVI aveva abdicato da pochi mesi), passando per il transumanismo, la biopolitica, fino di nuovo al Tav. Parlammo ad esempio, in tempi non sospetti, di colonizzazioni ideologiche, le cui terre di conquista erano e sono i corpi (si pensi all'utero in affitto, alle "banche dei gameti") e le coscienze di ogni uomo. Ricordo ancora l'emozione, di giornalista imberbe; mi sentivo come uno dei giornalisti de Il Sabato, per me rivista "leggendaria", che quando dovevano fare un'intervista, si presentavano a casa dell'intervistato. Da qui, me ne andai con la certezza che il male non ha mai l'ultima parola, anche quando sembra invincibile e terribile. Fu tra gli incontri importanti, che in quell'estate mi aiutarono ad accompagnare mia madre ricoverata in ospedale, la quale, il 16 agosto di allora, oltrepassò il "velo di vetro e argento" tra questo mondo e l'Altro.

Il 30 ottobre tornò in Valle. Ad Avigliana, con il Margrita e altri amici, gli feci incontrare un centinaio di persone, tra cui imprenditori e amministratori locali, rappresentanti di quella sana maggioranza silenziosa che all'ideologia del "No trenocrociato" mai si sono arresi, e nemmeno a quella di un "Sì semplicistico" e altrettanto ideologico, da muro contro muro. L'incontro si intitolava “Star di guardia ai fatti: il Papa, il relativismo, il dialogo” e fu promosso anche dall’Associazione Culturale “Il Laboratorio” e dal Circolo MCL (Movimento Cristiano Lavoratori) Impegno Sociale Valsusino.

Prima, si tenne una cena, alla quale avevo invitato l'amico Farhad Bitani, figlio di un generale afghano, autore di un libro memoria - "L'ultimo lenzuolo bianco" - sul suo amato e travagliato Afghanistan. Poche settimane dopo, Tempi gli dedicò copertina e intervista. Eh, in Amicone cuore e fiuto per la notizia andavano a braccetto. Durante l'incontro, Amicone affermò, per contestualizzare la figura di Papa Francesco, all'epoca eletto da soli due mesi: «Non è certo quel Papa-Obama che il pensiero mainstream vorrebbe spacciarci, ma è innegabile che siamo di fronte ad un potente cambiamento […] Il Papa non cede alla postmodernità, ma l’affronta, all’insegna della semplicità, con gesti densi di significato e con un’audacia missionaria che può parlare a tutti». E non mancò di fare riferimento al Pontefice precedente: «Occorre ricordare che è la rivoluzionaria rinuncia di Benedetto XVI ad aver aperto questa stagione che stiamo vivendo». Serbo ancora intatto il ricordo del dopo conferenza, svoltosi tra tante risate, ancora voglia di dibattere, diversi bicchierini di Sansimone, che bevve per la prima volta proprio quella sera, e l'amico Davide Camandona, il quale cercava di spiegargli come funzionasse il telefonino high-tech comprato da poco.

Voglio dedicargli le parole che un grande cattolico inglese, quale fu Hilaire Belloc grande amico di Chesterton, scrisse poco prima di morire, che ben si confanno alla sua persona: “ Oggi c’è una tendenza alla tristezza, lo so, e uomini senza fede raccontano le cose che non hanno godute. Per conto mio non cederò a quest’abitudine. Io penserò di aver più perfettamente gustato nella mia mente ciò che può essere stato negato al mio corpo, e descriverò per me e per gli altri un piacere più grande di qualsiasi piacere del senso. Farò quello che hanno sempre fatto i poeti e i profeti e soddisferò me stesso con la visione, e (chissà) forse per mezzo di essa il Grifone dell’Ideale è stato reso migliore (se fosse possibile!) di quello che esso è realmente in questo mondo incerto e cattivo”. Poiché “La gloria illumina - è sempre Belloc a scrivere - e dà vita al mondo che noi vediamo e la luce vivente rende le cose reali che ora ci vengono rivelate, superiori a delle verità assolute: esse ci appaiono come verità attive e creative”.

Ora, non rimane che pregare per accompagnarlo nel suo cammino verso la fonte di quella gloria e luce vivente, Dio stesso, e per sostenere i suoi cari.







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