Visualizzazione post con etichetta Cinematografo dell'alpino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cinematografo dell'alpino. Mostra tutti i post

martedì 7 gennaio 2025

Riflessioni sul film Netflix "Storia di Maria"

Tale film (semplicemente Mary, nella versione originale) ha debuttato sulla piattaforma streaming di Netflix lo scorso 6 dicembre. È stato diretto dal regista DJ Caruso. Nel tentativo di raggiungere l'autenticità, Caruso ha scelto per il ruolo di Maria l'attrice israeliana (non è l'unica) Noa Cohen (appropriato, siccome la Madonna era ebrea) e per Giuseppe l’attore Ido Tako (di bell’aspetto). Il nome più celebre accreditato è il premio Oscar Sir Anthony Hopkins, il quale interpreta Erode.

Senza indugi, e proprio perché ha la pretesa di veridicità storica, lo stronco. Il film attinge ampiamente da un mix di fonti bibliche ed extrabibliche per raccontare la storia di Maria, in particolare dal Protovangelo non canonico di Giacomo, prendendosi una buona dose di libertà creative che confondono di molto il confine tra la cronologia biblica e la libertà (a)poetica hollywoodiana, tutta politically correct.

Fin dall'inizio del film, c'è un'atmosfera assai cupa: la musica piena di suspense e la fotografia dark, sebbene apparentemente belle, non danno l’idea di un’opera “iperdulìca” nei confronti di Maria e al servizio del "lieto annunzio" (Euangélion). L'interpretazione di Erode da parte di Hopkins ricorda la follia oscura del Re shakespeariano Riccardo III e quella del Grande Inquisitore de I Fratelli Karamazov (ci possono stare); per non parlare dei cameo di Lucifero e di un insolitamente minaccioso Arcangelo Gabriele, i quali sono altrettanto inquietanti. Non vi è alcun "brivido di Speranza" per il mondo stanco del I secolo a.C. e sicuramente nessuna gioia.

Il regista, per quanto si definisca cattolico e abbia sperato di rendere la storia di Maria (fin troppo) accessibile alle persone, non è riuscito a raccontare la grazia che Dio ha concesso in modo unico a Maria; anzi, ha enfatizzato la nube oscura di sofferenza che sembrava incombere su di lei per tutto il film. Non a caso, il produttore dello stesso è lo statunitense Joel Osteen, pastore e telepredicatore protestante.

Certo, la vita sulla terra è anche una “valle di lacrime”: la realtà del peccato e l’oscurità che getta sul mondo non rendono pienamente felice lo stare qui sulla terra; d’altronde, qui siamo solo di passaggio; però, nonostante l'oscurità, la Speranza rimane. Il cattolico sa, per dirla con Tolkien, che la vita è “eucatastrofica”: il dolore, il male, alla fine della storia subiranno la sconfitta definitiva; vittoria difatti ravvisabile nel “centuplo quaggiù” assicuratoci da Cristo Stesso, che Egli aveva già fatto assaporare a Giobbe e che nel “Sì” di Maria è divenuto ancora più grande.

Onde evitare di svelare tutte le parti della trama, si può sottolineare come alcune delle scene e delle parole più belle inerenti alla Natività, a iniziare da quelle riportate da San Luca, non siano presenti o, se lo sono, siano distorte.

Lascio da parte questa carrellata di ipotesi romanzate: da Maria rappresentata come una sorta di “femminista autodeterminata”, da Lucifero (sottolineo: troppo bello) che La tenta, dallo scontro tra questi e l’Arcangelo Gabriele (sottolineo: troppo brutto), una brutta copia dei duelli con spada laser di Star Wars (ho troppo a cuore George Lucas per sopportare questo), dal censimento romano non pervenuto, dal motivo per cui Maria e Giuseppe non trovano posto a Betlemme: in tanti si erano recati lì, perché certi che il Messia vi sarebbe nato, quando si sa che non è così (d’altra parte, censimento romano assente), dal fatto che nessuna creatura angelica spieghi a San Giuseppe come mai Maria sia incinta, il quale non mostra neanche un briciolo di curiosità nei confronti del Padre del nascituro, al modo in cui Giuseppe incontra Maria: dopo essere stato condotto a Lei da una strana figura avvolta in una tunica blu, l’Arcangelo Gabriele, il padre putativo di Gesù finisce per bussare alla porta dei santi suoceri affermando che Maria è Sua moglie. Altamente improbabile, considerate le precise norme di corteggiamento ebraiche dell'epoca.

Le lascio da parte per soffermarmi maggiormente sul "cuore" del film. Quando l’Arcangelo Gabriele viene a portare a Maria il miglior messaggio possibile, è una figura oscura e spaventosa con il volto per lo più coperto, per niente simile a un magnifico Arcangelo. Perché l'oscurità? Nessuna raggio di luce, un simbolo perfetto per un annuncio così gioioso?

Gabriele le dice che Suo Figlio regnerà sulla casa di Davide. Ma viene tralasciata la Sua eloquente spiegazione di come quel Figlio “sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide Suo padre. Egli regnerà sulla casa di Giacobbe per sempre, e il Suo regno non avrà fine. Sarà chiamato Figlio di Dio” (Luca 1,32-35). Maria risponde: «Lascia che sia io». Eppure Luca scrive che Maria rispose a Gabriele: «Ecco la serva del Signore; avvenga di me secondo la tua parola».

Lo stesso vale per l'eccezionale visita di Maria alla cugina Elisabetta. Qui, è molto breve, ambientata in uno spazio buio simile a una caverna illuminata solo da una piccola fiamma da cucina. Elisabetta è felice, ma non trasmette la descrizione di Luca di un'Elisabetta "piena di Spirito Santo e che esclamò a gran voce”: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo». Mancano tutte le preziose parole di Maria immortalate duemila anni fa nel Magnificat, le quali mostrano la Sua obbedienza alla volontà di Dio e la Sua comprensione di come quegli eventi risuoneranno nei secoli dei secoli.

E giungiamo all’errore più grave che stride pienamente con la Dottrina Cattolica e gli insegnamenti della Chiesa; ovvero, alla scena in cui Maria partoriente viene mostrata sofferente. Fin dall'inizio, i Padri e i dottori della Chiesa, tra cui i Santi Ambrogio, Agostino, San Bernardo da Chiaravalle e Tommaso d'Aquino, hanno insegnato che solo Ella sarebbe stata esente da tali dolori come segno della Sua santità unica: Lei sola non ha avuto peccato originale e le sue conseguenze (sine labe originali concepta). Sant'Ireneo, nel secondo secolo, fece riferimento alla profezia di Isaia: «Prima di essere in travaglio ha partorito; prima che le venissero i dolori, ha dato alla luce un figlio. Chi ha mai sentito parlare di una cosa simile? Chi ha mai visto cose simili?» (Isaia 66,7). Sempre Isaia afferma: «Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele (Dio con noi)» (Is 7,14).

Per spiegare come ciò è potuto avvenire, i Padri e i dottori della Chiesa ricordano che se è vero che nell’ora della Trasfigurazione Gesù mostrò, anticipando l’evento della Risurrezione, il suo corpo glorioso ai tre Apostoli, di conseguenza non si può negare che abbia potuto rendere glorioso il suo corpo anche al momento del parto, e anticipando proprio il miracolo del Tabor. E un ulteriore aiuto ce lo dà la Sacra Scrittura quando asserisce che Gesù risorto passò attraverso i muri del Cenacolo, ove si trovavano gli Apostoli la sera del giorno della Sua risurrezione. Sant’Alberto Magno – e così mi avvio alla conclusione -, maestro di San Tommaso, per mostrare la verginità della Madonna durante il parto fa riferimento proprio a questo fatto: «Maria è una stella perché come la stella emette il raggio, così la Vergine genera il Figlio con lo stesso splendore: né la stella viene menomata dall’emissione del raggio, né la madre dal generare il Figlio. […]. Colui che camminò sulle onde del mare senza affondarvi, Colui che uscì dal sepolcro senza infrangere il sigillo della pietra – essa fu ribaltata, come dice il Vangelo (Mt 28,2), da un angelo e non dal Signore -, Colui che si presentò ai discepoli a porte chiuse, poté anche nascere da una Madre vergine senza violarle il pudore verginale. Per questo chiamiamo stella la Vergine Maria» (S. Alberto Magno, Trattato sulla natura del bene, cap. 142).

Ora, non resta che sperare che un giorno a Maria SS. potranno finalmente dedicare dei film ad hoc, sulla scorta di capolavori cinematografici e televisivi quali Ben Hur, I Dieci Comandamenti, Il Re dei re, La tunica, Il quarto re, La Passione di Cristo.






Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


mercoledì 9 dicembre 2020

Reportage dal Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi

 Cari "23 lettori" ("25", se facciamo i manzoniani),

 
con il presente post ho il piacere di rendervi idealmente partecipi del viaggio che noi de La Baionetta e altri amici abbiamo fatto nel "Mondo piccolo" guareschiano, tra Roncole Verdi, Parma e Brescello, sabato 10 e Domenica 11 ottobre scorsi.

La prima tappa dell'itinerario è stata la capitale letteraria di quella "fettaccia di terra che sta tra il Po e l'Appennino", ossia Roncole Verdi, nel bussetano o bassa parmense; a pochi chilometri da Fontanelle, la città natale del "subcreatore" di Don Camillo e Peppone; a Roncole Verdi vi è la sua casa-museo e la tomba in cui riposano le sue spoglie mortali. Parma è stata la mèta della seconda tappa.

Il giorno seguente è stato dedicato alla scoperta di Brescello, la capitale cinematografica del Mondo piccolo, nella bassa reggiana. Qui Fernandel diede il volto a Don Camillo e Cervi a Peppone, nei 5 film a essi dedicati, diretti da Julien Duvivier (i primi due), Carmine Gallone (il terzo e il quarto) e Luigi Comencini (l'ultimo). A Brescello, nel raggio pochi m si trovano la chiesa con il "crocifisso parlante" e i musei "Peppone e Don Camillo" e il museo "Brescello e Guareschi il territorio e il cinema". 

Il primo giorno, passato alla storia per i 207 anni dalla nascita del Maestro Giuseppe Verdi e la beatificazione di Carlo Acutis


Roncole Verdi. A pochi metri dalla casa del Verdi e visita alla
Casa Museo e Archivio Giovanni Guareschi

Giovannino, sua moglie Ennia Pallini, Alberto e Carlotta "la pasionaria"








Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


Quell’intervista di Messori per capire veramente Il nome della rosa



Di recente ho avuto modo di visionare la serie televisiva dedicata all’opera di Umberto Eco; e ciò mi ha offerto l’opportunità di ragionare non solo sulla serie, ma anche – e soprattutto - sul significato del libro stesso e altro. Tra il 4 e il 25 marzo 2019 la Rai ha trasmesso la serie dedicata a Il nome della rosa. Un ritorno sugli schermi, dopo trentatré anni dall’uscita del film di Jean-Jacques Annaud, passato non con poche discussioni: indubbiamente l’azienda di Viale Mazzini ha provato a dare un tono di internazionalità, con un cast pregiato per quanto riguarda alcuni interpreti, ma tante sono le discrepanze tra fotografia, dialoghi e scene esasperate ma di poca qualità cinematografica. C’è però un aspetto da non sottovalutare: la serie ha rimesso all’attenzione dei più l’opera di Umberto Eco del 1980 e, forse, potrebbe essere una buona occasione per riprendere alcune riflessioni che passarono in sordina proprio durante l’uscita del libro.

Vale la pena quindi riportare alla memoria alcuni passi di un’intervista fatta da Vittorio Messori allo stesso Eco nel 1982 sulla rivista Jesus. Umberto Eco, per dovere di cronaca, era stato dirigente di Azione Cattolica, e probabilmente della sua “apostasia” di stampo intellettuale aveva fatto il suo marchio di fabbrica, o meglio un cavallo di battaglia con cui costruire una sorta di sua mitologia personale. Un punto questo che lo stesso Messori già all’inizio individua: «Non credo più in Dio, ma forse Dio crede ancora in me. Dunque, manteniamo un certo rapporto». Una delle frasi effetto dette dallo scrittore che il giornalista annotava sul suo taccuino. Messori lo sa: l’intervistato è «Intelligentissimo, coltissimo, furbissimo (nel senso ammirato del termine)», come si scrive nell’articolo. La furbizia, quella di Eco, è stata di individuare il campo con cui diventare l’eroe di quel pensiero radical occidentale post-industriale: l’effimero, il frivolo, però trattato secondo i criteri di un ricco apparato critico e filologico che dava quel senso di autorità che porta il seguito della massa.

C’è molto di più però nella furbizia di Eco. Guardiamo proprio per l’appunto a Il nome della rosa, che, come scriveva Messori: «[…] è libro mirabile nel senso etimologico della parola […] Libro tanto più “velenoso” (sarà lo stesso autore a suggerirmi l’aggettivo) quanto più abile, colto, bello». Ed è su questo veleno che si gioca tutta l’astuzia dell’autore: il mascherare una cosa per un’altra, presentare come elisir, come nuova summa, il veleno di un pensiero ben preciso; renderlo inodore a quelli che, almeno in teoria, dovrebbero essere in grado di riconoscerlo. Commentava sempre Messori al riguardo: «L’eccellente riuscita de Il nome della rosa è proprio nella felicità narrativa che permette anche alle casalinghe di arrivare alla fine divertendosi, appassionandosi alla trama, assorbendone gli umori maliziosi senza neppure accorgersene».

Insomma, un perfetto strumento di cultura di massa o, per meglio dire, un perfetto veleno che riesce a farsi strada nella testa delle persone senza farsi riconoscere per quello che veramente è. Fa pensare, d’altronde, come i primi ad accogliere positivamente l’opera furono proprio i cattolici di quel periodo che, a detta dello stesso Eco, dovevano essere i primi a stanare quella tossina. Invece l’opera passa e prende successo (meritato, ma sia chiaro: solo da un punto di vista letterale), anzi peggio, diventerà uno dei peggiori pilastri per una visione negativa del Medioevo. Ma non solo: si insinua il ridimensionamento, parodia, della religione stessa, dei suoi valori, e quindi di Dio stesso.

Una voce fuori da quel coro di ammiratori, cattolici permissivi e non, fu il solo intervento di padre Guido Sommavilla sulla rivista La Civiltà Cattolica, ripreso e menzionato da Messori nella sua intervista e che, stranamente, aveva confortato Eco. Commentava così Sommavilla: «[…] un altro lampante falso storico, tra i tanti di questo libro: tutto costruito a specchi deformanti in serie sistematica e tattica strisciante, a discredito e derisione (anche se poi fa ridere così poco) di tutti i valori della Chiesa, della religione, dell’etica, della civiltà e della vita». Molto duro, ma è certo che il padre individuò i nodi nevralgici che il libro portava. E non è neanche il falso storico il problema di fondo: la consistenza di quel veleno consiste, come individuavano in pieno accordo sia Messori che Eco, nella dimostrazione sibillina che non esiste una verità, tranne la propria (che nello specifico sarà quella dell’autore) personale; citando l’articolo, non c’è differenza tra Cristo e Giuda o tra santo e delinquente, poiché non esiste il termine sicuro di confronto. Questo è il quid del libro: la mancanza di assoluto che toglie quindi possibilità di discernimento tra quello che è bene o male. 

Altro punto dolente (menzionato da Sommavilla, ma non trattato nell’intervista tra i due) sarà poi tutta quell’immagine oscurantista che ricadrà sul periodo medievale: un’era senza ragione, ma permeata di paranoie; il monachesimo come fenomeno di isolamento; la chiesa come istituzione castrante da cui traspare incoerenza, nonché centro promotore delle peggiori e irrazionali superstizioni. Una visione che si è poi incrementata proprio con l’uscita del già citato film di Annaud. La serie Rai su questo non è stata da meno e ha continuato a perpetrare (con tutte le difficoltà che già la caratterizza) luoghi comuni senza la minima storiografia: gli sfondi cupi, le atmosfere tetre, figure ecclesiali abbastanza grottesche nelle varie sfaccettature. Sarebbe giusto ricordare che fu proprio dal monachesimo, e in quel Medioevo tanto bistrattato, che nacque tutta quella serie di esperienze che hanno generato “l’Europa”.

Antonello Di Nunno







Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


domenica 8 novembre 2020

Congedo con onore: In ricordo di Gigi Proietti. Non solo teatro, cinema e televisione nella sua vita, ma anche la nostalgia di Dio


Siccome in molti hanno già sottolineato l'eccezionale talento ed elencato le pregevoli opere di Gigi Proietti... vorrei invitare a considerare altri aspetti importanti, purtroppo poco noti, del grande Proietti, che sono emersi durante il Rito delle Esequie, presso "Santa Maria in Montesanto” meglio nota come chiesa romana degli Artisti. Grazie all'omelia del parroco, don Walter Insero, nonché direttore responsabile dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi di Roma e cappellano RAI; che conosceva bene l'attore del "Tufello".

Dell'omelia, che vi invito ad ascoltare per intero

   

meritano, a mio avviso, particolare attenzione quei passaggi in cui il parroco ricorda che Proietti era un grande artista non solo dal punto di vista professionale, bensì anche - e soprattutto - da un punto di vista più profondo, alto, ossia spirituale; che non faceva di lui un mero esteta o elitario virtuosista.

Nel suo essere popolare in modo sano sta il segreto del suo notevole successo di pubblico. Attraverso le sue opere sapeva valorizzare, giacché le considerava preziose, le vite di tutte le persone che aveva incontrato e ascoltato per strada, al bar e in altri luoghi. 

Voleva che la missione della chiesa degli Artisti non fosse solo quella di dar loro l'ultimo saluto; ma che divenisse la "casa" dove gli artisti - credenti e non - potessero incontrarsi, dialogare sulla via della Bellezza. E dato che è stata la più grande committente della storia - come mostra la meravigliosa Roma -, la Chiesa deve tornare a esserlo, favorendo l'arte di alto livello per tutti.

Serbava soprattutto un bel ricordo della Santa Messa in latino; la recitava felicemente tutta a memoria, a chi glielo chiedesse. Lui era stato un chierichetto nel periodo pre-conciliare, e come allora continuava ad essere incantato dal Mistero del Sacro, dunque dalla Presenza di Dio.

Sembra proprio (mia aggiunta) che avesse sperimentato quanto asserivano della Messa tridentina due grandi convertiti del XIX secolo, San John Henry Newman: "Nulla è sì consolante, sì penetrante, sì emozionante, sì travolgente, come la Messa, nel modo in cui è celebrata da noi. Potrei attendere la Messa continuamente, e non esserne stanco. Non è semplicemente una formula di parole, è una grande azione, la più grande azione che ci possa essere sulla terra. È... L'evocazione dell'Eterno. Egli si rende presente sull'altare in carne e sangue, davanti al quale gli Angeli si prostrano e i demoni tremano"; e padre Frederick William Faber, anch'esso oratoriano: "È la cosa più bella da questa parte del cielo".

Per questo - ha asserito sempre don Insero - quando ha diretto in qualità di regista "La Tosca", dramma storico di Victorien Sardou reso celebre da Puccini, ha voluto che si recitasse con grande solennità il "Te Deum", poiché è il canto di Lode a Dio, quindi il momento più alto della rappresentazione. Diceva anche che gli attori su palcoscenico non fanno altro che ripetere la profonda poetica della Liturgia.

E ricordava spesso che Dio non va semplicemente studiato, non si può capire, si scopre nel cuore e si sperimenta nella vita.







Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


martedì 15 settembre 2020

Cinematografo dell'alpino: Joker: Tra genialità cinematografica e visione luciferina

Ha conquistato la critica e sbancato i botteghini: dietro il successo del film del 2019 sulle origini dell'anemico di Batman c'è grande arte cinematografica e il fascino di una visione "ironica", ma distorta


È un dato di fatto, inequivocabile: Joker è stato un vero e proprio successo di massa. Probabilmente lo possiamo inquadrare come un cult contemporaneo: una pellicola iconica, dove battute movenze e scene restano impresse nella memoria dello spettatore, e che al tempo stesso diventano un pezzo di storia di tutto il cinema fino ad oggi. È una pellicola che si aggancia al genere dei superhero movie, ma con delle movenze, cadenze, ritmo completamente diverse, uniche nel pantheon del genere. Infatti, non si caratterizza per scene d'azione rocambolesche o per giochi di effetti speciali travolgenti, né tantomeno mette in mostra scene di violenza eclatanti come poteva accadere per il Joker di Nolan interpretato da Ledger. Sia chiaro: la violenza è una dei grandi protagonisti della storia, ma mentre nelle precedenti rappresentazioni (Nolan appunto o Tim Burton) questa si manifestava in mosse e colpi di scena a ritmo incalzante, qui invece e sottesa e silenziosa, ma presente, in un crescendo che va di pari passo con quella che è la "maturazione" del personaggio. Joker quindi è un film lento, graduale, più introspettivo: non cerca l'improvvisazione o l'impatto a colpo d'occhio, preferisce semmai una narrazione quasi "dall'alto"; o ancora meglio: è un ritratto (nel senso prettamente artistico del termine) che si racconta, che ci spiega man mano i passaggi per arrivare al risultato finale. Tutta la pellicola, se da un lato sa anche districarsi in una descrizione dell'ambiente circostante alle vicende del suo protagonista, dall'altro lo mette completamente al centro: ogni personaggio comprimario, ogni panorama, sfondo, scena si riconduce al solo scopo di essere un tratto del Joker, e solo di lui. Il Joker è centro e fine del film: tutto va ricondotto a lui e ha valore perché è un pezzo di lui.

Il merito di questo meraviglioso gioco cinematografico (perché lo spettatore a questo assiste) va indubbiamente ai tre elementi, pilastri, che con ottima sinergia, hanno lavorato a favore di tale successo: la regia del bravissimo Todd Phillips; la magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix; il personaggio del Joker stesso. A Philips, va indubbiamente il merito di aver elaborato una strategia cinematografica con i fiocchi, creando un film che (come detto prima) se da un lato doveva chiaramente essere un cinecomic, dall'altro doveva sapersi differenziare. Soprattutto dopo l'evidente strapotere dimostrato negli anni dalla Marvel/Disney, ormai padrona del genere, e cristallizzato con i bellissimi Infinity War ed Endgame, e il fallimento del piano Dc Comics/Warner avvenuto con Justice League (dove non bastarono i successivi buoni risultati ottenuti con Aquaman e Shazam!), si profilava una sfida molto ardua. Da non sottovalutare anche la presenza nelle sale in contemporanea di un altro film di indubbia bellezza: C'era una volta a … Hollywood di Tarantino. Insomma, una pellicola che sa emergere in una situazione molto complessa, e Phillips riesce proprio nell'impresa grazie a una personale «ridefinizione» del genere, donando allo spettatore un film "diverso" dai precedenti. Tutto il lavoro di regia è inoltre impreziosito proprio dallo stesso Phillips che lo arricchisce con la sua pretendete esperienza di documentarista: Joker infatti è un ritratto proprio grazie a questa narrazione stilizzata sul modello dei documentari; la storia si muove insieme alla telecamera stessa che riprende il suo protagonista quasi a estraniarsene e allo stesso tempo immedesimandosi con esso. Altro punto di forza si trova nella stretta collaborazione che il regista trova, per ciò che riguarda la definizione del soggetto (personaggio), con tre mostri sacri del mondo del fumetto Dc Comics: Jerry Robinson, Bill Finger e soprattutto il grande Bob Kane (il creatore di Batman per intenderci).

Come detto prima, c'è ovviamente Joaquin Phoenix: Oscar come migliore attore protagonista più che meritato. La sua recitazione è toccante per naturalezza delle espressioni, l'immedesimazione nei gesti pure quelli più semplici (coinvolgente pure quando accende la sigaretta oppure nel guardare la televisione), nel sottendere una continua tensione del personaggio, così da descriverne negli sguardi tutta la sua evoluzione: da animo mite che sopporta le ingiustizie a criminale, quasi un rivoluzionario, soprattutto clown che ironizza sadicamente sulla sua stessa condizione fino alla società stessa. L'interpretazione di Phoenix è magistrale non per un piano meramente estetico (basti pensare che l'attore per interpretare Joker ha perso ben 25 chili di peso!), dalla corporatura alla semplice mimica facciale, ma anche nel farci immergere in un grande paradosso del suo personaggio: una condizione di follia, di malattia mentale che, come evolvendosi, diventa una forma di guarigione. Ne parleremo dopo al fondo di questo, ma, tornando a Phoenix, è notevole come lui riesca in un continuo susseguirsi di sguardi del protagonista a dare spessore e autorità a una trama semplice ma che racchiude tutta la complessità del ritratto del protagonista: Joker è di fatto un ritratto che si delinea in un climax dualistico (ascendente e discendete allo stesso tempo) che si disegna tramite gli sguardi, appunto, del suo interprete; sguardi che Phoenix realizza alla perfezione. È impressionante d'altronde proprio la naturalezza con cui riesce: l'attore lo aveva già dimostrato con il suo Commodo ne Il Gladiatore, ma qui il livello è di gran lunga superiore: lo spettatore fa i conti con un'espressività che è segno distintivo proprio dello stesso Phoenix.

E a chiudere il trittico c'è poi, ovviamente, tutta quella complessità, di paradossi, contraddizioni, dicotomie, che si incontrano proprio nel personaggio del Joker. Apparso per la prima volta sulle pagine di Detective Comics nel 1940, il personaggio non aveva trovato una piena definizione delle sue origini fino al 1988 nella storia di Alan Moore e Brian Bolland The Killing Joke: qui è presentato come un comico fallito che lavora nei locali di seconda e terza categoria come cabarettista, che a seguito di due profondi traumi (la perdita della moglie incinta e una fatidica caduta dentro lo scarico di un'industria chimica che gli deforma il volto) diventa il Joker.

Elementi, quelli di Killing Joke, che fungono da base funzionale all'ideazione della trama e del protagonista del film: Arthur Fleck è un aspirante comico che occasionalmente si esibisce nei piccoli locali; tuttavia vengono introdotti anche elementi nuovi: egli si guadagna da vivere principalmente lavorando come pagliaccio; in più è un individuo alienato, affetto da un disturbo psichico che lo costringe a ridere nei momenti di profonda tensione. Punto però focale, una grande novità rispetto alle varie rappresentazioni del personaggio, è però un suo sotteso desiderio di affettività, di voler essere voluto bene. Arthur infatti sogna ad occhi aperti un abbraccio paterno con il presentatore televisivo Murray Franklin (Robert De Niro) oppure immagina nella sua testa una storia d'amore con la vicina di casa Sophie (Zazie Beetz); addirittura si precipita a villa Wayne quando per un momento crede di essere un figlio illegittimo di Thomas Wayne. Tutto questo, riportato negli sguardi di Phoenix, si raffronta in un tema malinconico oltre che in esiti quasi sempre negativi: nessuno infatti risponde a questo grido di affetto di Arthur. La Gotham City di Joker infatti è realtà perennemente fredda, indisponente, senza inclinazioni al bene se non sotto forma di promesse politiche o visioni molto borghesi. È un po' il cliché (forse unica pecca del film) di un cattivo che emerge inevitabilmente in una società che è allo stesso tempo cattiva.

La pellicola infatti dà quell'impressione di una sorta di determinismo sotteso a cui il protagonista sembra non potersi sottrarre. Eppure, proprio perché abbiamo a che fare con il personaggio Joker, questa dinamica è anche, in parte, accettabile. "In parte" perché è anche vero che il passaggio da Arthur Fleck a Joker è fatto con lucida consapevolezza: il suo passaggio al male è consapevole, è la scelta di chi risponde al male con il male stesso. Va anche precisato che Fleck se da un lato desidera l'affetto, dall'altro si accontenta delle immagini nella sua testa, delle sue fantasie, e anche quando troverebbe le occasioni è indubbiamente rinunciatario. Su questo, vive proprio la condizione diabolica di chi non accetta fino in fondo la durezza della realtà, il «lavoro» dell'affettività (cioè la fatica che gli affetti implicano), ma che da eterno bambino pretende o sogna le forme più disparate. Quindi si patteggia per il Joker per essere umano che desidera il bene, ed è molto facile, ma a riflettere bene si riesce anche a prendere le distanze.

Interessante è anche vedere come la pellicola descrive un'altra convinzione "luciferina": basta desiderare il bene, la vita nuova, per trovare la svolta, o meglio che la domanda stessa sia già la risposta; o ancora che basti una convinzione "borghese" del bene per salvarsi dal male. Ma più di tutte: che l'unica forma di liberazione dal male, da un mondo violento, da un passato violento e menzognero, è il male stesso. Ecco in questo il Joker di Phoenix e sia eroe che antieroe della trama: Fleck da un lato eroe perché vuole essere libero dall'ingiustizia di una menzogna, e in questo anche la sola aspirazione all'affetto, a dei legami buoni, ma alla fine, paradossalmente, aderisce alla menzogna stessa del male, diventando l'antieroe, un'incarnazione della violenza stessa che lui odiava, cioè Joker. Uno che desiderava la vita finisce per diventare uno che desidera toglierla. Un destino che accomuna tanti personaggi tragici, pure antichi: chi non ricorda la follia di Aiace scaturita dall'ingiustizia subita per non aver ricevuto le armi di Achille? Però attenzione: Joker capovolge letteralmente questa dicotomia tra bene e male nell'ingiustizia. Nella sua trasformazione, Fleck sembra assumere una nuova lucidità, consapevolezza, che sa mascherare tutta l'ipocrisia che permea la violenta città di Gotham: una follia che discerne tra verità e bugia, così che arriva ad un'altra diabolica conclusione, cioè che tutti siamo mostri malvagi. Ovviamente anche questa è una visione depravata luciferina, eppure non c'è spettatore che stando dietro alle vicende di Fleck non trovi una certa corrispondenza a quest'ultima … Allora ricordiamo una cosa: è il Joker, cioè un uomo votato alla violenza, e soprattutto un clown nella sua migliore interpretazione: l'interpretazione della vita secondo il male.


Antonello Di Nunno






Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


venerdì 11 settembre 2020

Cinematografo dell'alpino: Bohemian Rhapsody: Freddy è molto di più!

La necessità di una lettura diversa della pellicola di Singer per ricordarci della vera grandezza di Mercury



"Abbiamo fatto un film su un uomo gay immigrato. Sono figlio di indiani, americano di prima generazione. Abbiamo bisogno di più storie come questa" dichiarava Rami Malek il 9 febbraio 2020, nel suo discorso dopo aver vinto l'Oscar come miglior attore protagonista per Bohemian Rhapsody. Tipiche dichiarazioni della Hollywood antitrumpiana, ma con una pecca grave: in quelle parole Malek (consapevole o meno, questo non possiamo saperlo...) non fa trasparire il senso ultimo del film dedicato alla storia dei Queen, e soprattutto della vita dello stesso Mercury così rappresentata. Perché? Perché la vita del leader della storica band inglese (almeno per come è rappresentata nel film) suggerisce tutto un altro messaggio: non si tratta di raccontare un ennesimo self-made man o di soffermarsi ancora sulle meraviglie del sogno americano (rimodellato negli immaginari delle deluse élite democratiche clintoniane) e tanto meno di una popstar con crisi di identità sessuale. No, niente di tutto questo: la storia di Freddy Mercury, la sua vita (pure se romanzata in un film) è tutta un'altra cosa. Ma che cosa?

Bohemian Rhapsody è come un percorso per trovare la risposta a questa domanda. Si comincia già dalla musica che fa da intro alle scene iniziali: si apre sulle note di "Somebody to love", qualcuno da amare, mentre si susseguono immagini di Mercury che, dopo essersi svegliato, si prepara e si incammina verso lo stadio per il Live Aid. Poi il tuffo nelle alle origini, quindi lo spettatore fa un tuffo nel passato dove Singer riesce a delineare perfettamente il profilo del suo protagonista: Farrokh Bulsara (il futuro Mercury) ha tutti i tratti di un genio benedetto da un grande talento musicale. Già in queste sequenze è descritto come un giovane uomo con i tratti tipici di un grande artista musicale del suo tempo: estroso, sensibile, ribelle e con una grande consapevolezza (quasi cristiana) delle sue doti uniche: bellissimo, per esempio, quando durante il suo primo incontro con May e Taylor spiega "Quattro denti in più significa più spazio nella mia bocca e una maggiore portata vocale".

Altro aspetto, che contraddistingue la sua genialità, è quel suo fuoco dentro, tipico dei grandi artisti, che vuole, deve, essere tirato fuori, divampare dalle sue membra in ogni aspetto. Non è solo l'ego di un interprete: per Mercury è fuoco che dà sapore alla vita in ogni aspetto, dal rapporto con il suo primo amore della sua vita, May Austin, all'amicizia con i membri della sua band fino alla sua passione per la musica lirica, l'Opera in particolare.

Una volta assolto il compito di ritrarre minuziosamente protagonista e comprimari, Singer ci riporta, in maniera non minuziosa ma coinvolgente, la storia della band dall'uscita di Bohemian Rhapsody, focalizzandosi principalmente sulle dinamiche interne dei Queen e soprattutto sull'irrequietezza, inquietudine, di Freddy Mercury. Indaga poi sul suo orientamento sessuale, presentandolo, non esaltandolo, come uno degli aspetti più drammatici del cantante: la storia con Paul Prenter che, come un diavolo tentatore, approfitta della sua fragilità e inquietudine, allontanandolo da chi gli vuole bene e portandolo ad ogni sorta di scelleratezze: droga e serate orgiastiche a sfondo omosessuale, fino alla carriera da solista che porta alla rottura con la band.

Arriva poi la riconciliazione: per Freddy passa ancora una volta attraverso il grande affetto per Mary, la quale gli ricorda che, nonostante tutta quella confusione, ha ancora una sua famiglia, i Queen appunto, e che è amato. Quindi il ritorno con i suoi amici, la scoperta della malattia che lo porterà alla morte, tornando poi alle scene iniziali: il concerto del Live Aid.

Tutta una catena di eventi, ma che si diramano come da un unico solo anello centrale: è l'avere un luogo dove tornare, un piccolo gruppo di persone che ti vogliono bene e sempre pronte a perdonarti. Di fatto, è questo che vediamo nella relazione tra Freddy Mercury e i Queen: per lui non sono soltanto colleghi di lavoro, sono la sua famiglia; sono il luogo dove tutto quel suo fuoco trova esaltazione, sia come artista che come persona. Nella storia raccontata da Singer, quindi, Mercury e i Queen rappresentano una massima molto importante, un universale centrale nella storia di tutti i noi: tutti noi abbiamo bisogno di qualcuno da amare e che ci ami; un rapporto che illumini la nostra vita ne rilanci gli aspetti, anche quelli scabrosi, che ci faccia accettare il destino, anche quello tragico, con serenità e "santa lotta".

Ultima nota, ma importante: Rami Malek è, nonostante il flop politicamente corretto, bravissimo e coglie nella sua interpretazione la complessità della personalità di Mercury, ridando vita, appunto, a quel suo modo di essere benedetto e dannato al tempo stesso, ma centrato sull'affetto di poche persone sincere, dalle quali poteva sempre riprendere forza.


Antonello Di Nunno







Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


lunedì 8 gennaio 2018

Cinematografo dell'alpino: Assassinio sull'Orient Express

Dopo la memorabile interpretazione di Albert Finney, il detective Hercules Poirot torna sul grande schermo ad interrogarsi su chi possa essere stato l’efferato assassino che ha condiviso con lui l’intenso viaggio sull’Orient Express.

Questa volta è il regista e co-produttore Kenneth Branagh ad interpretare l’astuto ed integerrimo investigatore belga.

Un cast d’eccellenza al suo fianco: Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Penelope Cruz, e tanti altri, salgono a bordo del treno più famoso della letteratura per dare un volto ai personaggi del romanzo di Agatha Christie.

Così diversi fra loro, apparentemente perfetti sconosciuti, in realtà legati indissolubilmente tanto dal sentimento dell’amore che non conosce limiti, quanto dalla rabbia e dal risentimento inguaribile.

Inquadrature ed effetti speciali mozzafiato, lasciano lo spettatore in attesa della scoperta più incredibile.

La genialità della scrittrice, che nel 1934 seppe proporre al grande pubblico inglese e poi di tutta Europa così tante sfumature dell’essere umano ferito, colpisce ancora ai nostri giorni.

Un filo più potente di qualsiasi altro unisce i protagonisti di questo viaggio, da Istanbul (luogo in cui all’autrice venne davvero l’ispirazione per la stesura dell’opera) a Calais.

Il desiderio di vendetta, la convinzione di raggiungere la serenità solo con il farsi giustizia da sè conducono all’organizzazione di un piano ingegnoso, destinato a riuscire. Esso si scontra inesorabilmente con l’intelligenza del detective, ma anche con il tradimento dei sentimenti sui volti dei vari personaggi.

La trama, che rimanda ad un passato impossibile da dimenticare per ciascuno di questi uomini e donne, è una delle più strane nel panorama dei romanzi gialli.

Gli interrogatori lenti di Poirot e i flashback un po’ forzati, non competono con la tensione narrativa della prima versione cinematografica del romanzo.

Ma ciò che conta è l’analisi psicologica che dalla Christie giunge fino a noi.

È innegabile che la nostra esistenza, così ricca di colpi di scena, che può essere spezzata in tenera età come dopo estenuanti sofferenze, possa condurre l’uomo a porsi profonde domande sul senso della stessa.

Tutto dipende dalle risposte che siamo in grado di trovare, che siamo in grado di ascoltare nel silenzio in cui ci sussurra chi più ci ama.

Vale davvero la pena di sporcarsi le mani, di distruggere la propria anima diventando simili agli stessi carnefici?

Volti spenti e delusi quelli dei numerosi autori dell’assassinio. Volti che non sanno più che risposta darsi all'assordante silenzio del dolore.

Credevano che solo un’altra vita sacrificata avrebbe potuto dar loro la pace, senza comprendere che la gioia del cuore risiede nella profonda carità e nel provare a diventare ogni giorno migliori, trovando in comune con gli altri la dignità profonda dell’essere umano piuttosto che le medesime ferite.








Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


mercoledì 3 gennaio 2018

Cinematografo dell'alpino: Star Wars Gli Ultimi Jedi: Cara Disney non ci siamo proprio



Spoiler Alert: questa recensione è molto spoilerosa e polemica. Se siete dei fanboy acritici, o non vi volete rovinare la sorpresa della pseudo-trama di questo film, il consiglio è di girare al largo e tornare a leggere dopo aver visto il film.

Ebbene sì, signori: Natale è arrivato, con lui è arrivato anche Episodio VIII ed è una tragedia. Episodio VII non era esattamente un capolavoro, ma aveva il compito di introdurre i nuovi personaggi, le nuove storyline, i nuovi schieramenti ecc. Soprattutto, lasciava aperte alcune domande che avrebbero dovuto accompagnare lo svolgimento della narrazione dei successivi episodi.

Bene, dopo due ore e mezzo di film (perché è questa la durata) non succede praticamente niente di notevole ai fini della trama (a parte due o tre cose, ma niente di esaustivo) e siamo punto e a capo con la storia rispetto alla fine di Episodio VII.

Analizzeremo per punti tutto quello che non torna, ma siamo aperti al confronto se qualcuno non è d'accordo con noi.

La trama

Qui la Disney ha dato il peggio di sé, riuscire a fare un film di due ore e mezzo senza evoluzione alcuna né dei personaggi né della storia è un'impresa ardua, ma ce l'hanno fatta. In pratica, i Ribelli scappano dal Primo Ordine, che li becca anche dopo il salto nell'iperspazio e li decima. I Ribelli poi scappano su un altro pianeta, ma vengono raggiunti anche lì e scappano di nuovo. La seconda fuga dei Ribelli viene propiziata dal sacrificio della nave ammiraglia dei Ribelli lanciata a velocità della luce contro la nave del Leader Supremo Snoke, che viene letteralmente fatta a pezzi nell'impatto. Il problema è che questa cosa poteva essere fatta almeno un'ora prima, ma così facendo avresti evitato l'inutile storiella di Finn e Rose (l'Assaltatore redento di etnia africana e la Ribelle di etnia asiatica). La loro storia inizia perché Poe Dameron deve far spegnere a loro due il tracciatore della nave di Snoke, e ha bisogno di mandarli a recuperare i codici che servono a tale scopo.

Tuttavia, il piano di Poe viene messo in atto solo perché il viceammiraglio con i capelli rosa (non stiamo scherzando, c'è davvero) non si fida di Poe e non vuole rivelargli il piano di fuga sul pianeta Crait. Non esiste nessun motivo per non rivelare il piano, ma tutto ciò è gravissimo: un comandante si permette di tenere all'oscuro uno degli ufficiali di punta della flotta, probabilmente solo perché le sta antipatico, e con questa mossa mette in pericolo tutti. Questo equivoco, che onestamente non si capisce se sia voluto o no, rende tutta la trama assolutamente stupida e senza senso.

Si può ancora dire che episodio 8 non risponde a nessuna delle domande provocate dal 7 e ne aggiunge altre; per questo sembra la sua II parte e non un vero e proprio capitolo successivo.

Luke Skywalker

Il Luke di questo film non è Luke Skywalker, punto. Dice e fa cose che l'originale non avrebbe mai neanche pensato. Vuole distruggere l'ordine Jedi e le sue tradizioni, dopo avergli dedicato tutta la vita. Ha pensato di uccidere il proprio nipote in maniera vigliacca solo sulla base di un sospetto, che poi non si è neanche rivelato tale (anzi, il Male si è scatenato proprio dopo quell'azione sconsiderata). È triste constatare tutto questo, dato che Luke Skywalker è l'archetipo dell'eroe occidentale bianco; è un puro di cuore che non ha mai ceduto al Male, lo ha rifiutato ed ha addirittura salvato il padre in virtù della sua purezza di cuore. Vederlo ridotto così fa piangere il cuore, soprattutto se si pensa alla distruzione della mitologia creata negli scorsi episodi: hanno ucciso Han Solo, Leia la faranno morire per cause di forza maggiore, Luke era già morto prima che morisse fisicamente. E la scena con Yoda provoca una domanda: perché solo Yoda? Non potevano apparire anche Obi-Wan Kenobi e il padre Anakyn? E soprattutto, perché quando Luke ha pensato di uccidere Ben Solo non è apparso il fantasma della Forza di Anakyn a sconsigliarlo?

Dispiace altresì notare come gli autori del film abbiano perso l’opportunità di far comprendere il significato della scena più profonda del film; quella in cui Yoda spiega a Luke l'importanza del fallimento e della tradizione per i veri maestri. Persa perché hanno fatto apparire lo stesso Yoda fortemente iconoclasta e Luke assimilabile ad un novello Martin Lutero (molto distruttivo verso il Cattolicesimo) o ad un rivoluzionario francese o russo (che hanno distrutto la Monarchia), dal momento che entrambi "hanno collaborato" per distruggere l'albero contenente i libri della tradizione Jedi. Alla fine si scoprirà che non è così, perché i libri saranno custoditi dall’autodidatta Rey. Intanto, la confusione ha fatto perdere il pregevole significato della lezione: "non educano i superuomini ma quelli in grado di ‘cadere e rialzarsi’; la tradizione religiosa della forza è qualcosa di più di semplici libri, pur essendo questi sempre importanti.

E niente, questa è la storia di come rischiano di distruggere Luke Skywalker e tutta la mitologia di Lucas.

Rey

Rey può tutto. Non si sa perché, non si sa come, ma lei è più forte di tutto e tutti. La prima volta che prende in mano una spada laser batte agilmente un Lord Sith, la prima volta che sale sul Millennium Falcon lo pilota meglio di Han Solo, non si è mai allenata con la Forza e solleva massi e altri oggetti come se fossero piume. È talmente perfetta da essere noiosa, visto che è pure notevolmente bella. Il personaggio non evolve perché può già qualunque cosa, e non si capisce cosa dovrebbe insegnarle Luke, visto che è fortissima.

Che altro dire? Ah sì, non sappiamo ancora assolutamente niente delle sue origini, a parte una cosa detta da Kylo Ren, che potrebbe pure essere falsa.

Kylo Ren

È l'unico personaggio con uno scopo, ed è molto meno banale di quanto era apparso in Episodio VII. Il suo scopo è confuso, a tratti un “sessantottino” che prova a distruggere ciò che considera passato: Sith e Jedi; ma perlomeno esiste e potremo vedere (si spera) cosa vuole realmente combinare nei prossimi episodi.

Snoke

Finalmente avevamo un cattivissimo figo, dalle origini misteriose, fortissimo, e che ti combinano? Lo fanno morire con un trucchetto di terz'ordine, che non è neanche credibile viste le forze in campo in quel momento. Snoke è talmente forte da manipolare la connessione astrale tra Ren e Rey, da farli comportare come vuole lui, e non riesce ad accorgersi che Ren sta girando la spada laser accanto a lui per dividerlo in due? Ma per piacere. Lanciamo un’ipotesi: non è morto, e ha fregato tutti con un ologramma simile a quello che utilizza Luke nel finale (un ologramma più forte, che rende realistica la morte con l'ustione della spada laser). Magari salta nuovamente fuori nei prossimi episodi, e magari ci spiegano chi è e come ha fatto a portare Ren al Lato Oscuro, visto che non sembrava essere fisicamente nei paraggi all'epoca della scuola di Luke.

Finn e Rose

Personaggi inutili e noiosi, che si ritrovano a fare cose inutili e noiose, per buona parte del film. Finn ha poi uno slancio eroico vero, tentando di immolarsi per distruggere il cannone del Primo Ordine. Lei però lo colpisce e lo devia dalla traiettoria, vanificando il suo sforzo e facendo perforare la porta della base Ribelle. Per favore toglieteceli dalla vista.

Poe Dameron

Non si può non provare simpatia per il poveretto, sebbene appaia come uno sbruffone yankee e venga impiegato nella scena iniziale per uno sketch alla “Balle Spaziali”, a discapito di epicità e drammaticità (seguiranno altri casi di ironia inserita al momento sbagliato). È il miglior pilota della flotta Ribelle e viene degradato, e la femminista coi capelli rosa lo tratta come un bambino indisciplinato. In realtà è l'unico membro con un pizzico di sale in zucca nella Ribellione, ma siccome è l'unico maschio bianco della comitiva è ovviamente tutta colpa sua, di tutto quello che succede. Speriamo che con la morte di tutti i leader della Ribellione diventi lui il capo, ma probabilmente lo faranno diventare gay o qualcosa del genere. SALVATE IL SOLDATO DAMERON!

Leia

A lei va il premio “Scena più senza senso dell'intera saga, anche degli episodi che verranno”. L'unico punto in cui agisce è la famosa scena dove vola nello spazio senza ossigeno. Non si sa come fa, ma come Rey, essendo donna, è potentissima per definizione. Abituatevi. L’unica donna a cui va male tutto è il capitano Phasma: forse perché con l’armatura che indossa sembra un uomo; si spera torni, altrimenti diventerà il personaggio più inutile della saga.

Astronavi come furgoni dell'ISIS

Ci stiamo riferendo all'ammiraglia dei Ribelli lanciata alla velocità del salto nell'iperspazio verso l'astronave di Snoke. Come mai questa genialata è venuta in mente solo adesso, mentre contro le varie Morti Nere era necessario trovare il buchetto dove sparare? Non si poteva lanciare contro di esse degli incrociatori enormi guidati da remoto o da robot?

Disney

Ti fa pensare che la nuova trilogia in realtà non sia ancora incominciata; anzi, che essa non sia il vero centro del brand SW ma i progetti della Disney stessa: molto complessi e ambiziosi, i quali porteranno la nuova trilogia ad essere parte di un programma più ampio, allo scopo di conquistare, senza pietà, il mercato cinematografico e commerciale. Tutto questo potrebbe essere confermato dalle tante domande senza risposta, dall’ecatombe dei personaggi “storici”: in primis gli Skywalker, dagli episodi X XI e XII già promessi e gli spin-off in arrivo...

Nel mentre si è comprata pure la Fox: è il vero impero galattico, non quello di SW.

Il viceammiraglio Studi Di Genere mentre indottrina la Ribellione

Possiamo dire, senza troppi patemi, che questo film è probabilmente uno dei film più anti-maschio bianco occidentale che siano stati prodotti negli ultimi anni da Hollyweird (sì, è voluto).

La composizione dei due eserciti rispecchia la guerra dei generi aizzata dal femminismo radicale:

- il Primo Ordine è composto da uomini e donne di ogni etnia ma è interamente guidato da maschi bianchi arrabbiati, ma non solo; maschi arrabbiati di tutte le età, Ren è l'arrabbiato giovane, Hux l'arrabbiato quarantenne e Snoke l'arrabbiato vecchio. Sono cattivissimi e senza sentimenti, perché prendono le decisioni razionalmente, a differenza dei buoni;

- i Ribelli sono un circo Barnum di minoranze varie; cinesi, afro-americani, alieni vari, donne bianche e non di tutte le età. Non c'è un singolo frame dove, inquadrando il ponte di comando dell'astronave ammiraglia dei ribelli, non ci siano donne (le quali sembrano professoresse delle superiori) e minoranze. Inoltre, quegli accidenti di capelli rosa sono troppo emblematici.

A conferma di questo conflitto di stereotipi, è emblematico lo scontro tra Poe e capelli rosa; lei lo tratta come un bambino indisciplinato da rieducare a propaganda femminista e alla fine, pur sbagliando tutto e dimostrandosi una incompetente totale, fa pure la figura dell'eroe e fa sembrare Poe uno stupido (in realtà sembrava l'unico a preoccuparsi del casino che stava succedendo).

Un altro problema di questo film è la figura di Luke, come già detto. La scena confusionaria dell'incendio è la trasposizione dell'odio verso se stessi di cui sembra vittima la civiltà occidentale in questi ultimi decenni. Ma non solo, nel momento in cui Luke sembra avere un ripensamento su ciò che sta facendo, uno più anziano di lui (che dovrebbe essere più saggio) brucia tutto con una battuta il cui significato può essere riassunto in: “Massì, macchettefrega, tanto c'è la giovincella che non ha mai studiato che è più ganza di noi e fa già tutto meglio di noi vecchiacci bacchettoni. Allora sputiamo su tutta la nostra tradizione, e bruciamo tutto!”.

Dateci pure dei bigotti bacchettoni preconciliari, ma questo è lo spirito che ha animato molti prelati nel post-Concilio Vaticano II, gli illuministi nel Settecento, i bolscevichi in Russia, i khmer rossi in Cambogia, ecc.

Ovviamente, tutto questo sottotesto politico è sottinteso e non esplicitato; è tutto impacchettato per venderlo ai bambini o comunque ai giovani, e l'impatto sul pensiero non è immediato, ma va valutato sui prossimi vent'anni.

Pensateci bene: siamo cresciuti guardando Star Wars, anche se è un film (come nel caso di chi scrive) uscito almeno 10 anni prima che molti di noi nascessero. Volenti o nolenti, il nostro modo di pensare è stato influenzato dall'immaginario hollywoodiano, e Star Wars è uno dei prodotti di punta di quell'ambiente, pensato apposta per i ragazzini, e apprezzato pure dai genitori perché moralmente accettabile e senza volgarità.

In pratica, con film come questo, si mettono le basi per operare un brainwashing politico e culturale sulle generazioni che verranno.

L'unica speranza per vedere qualcosa di diverso nei prossimi film è che il botteghino e le critiche della fanbase abbiano un effetto sugli sceneggiatori e sul regista, e li costringano a ritornare allo spirito originale della saga (che era completamente diverso da questo, non contemplava il femminismo e celebrava i “ruoli tradizionali di genere”).

In ogni caso, la genesi e la recezione dell'opera seguono un trend ormai diffuso nell'industria dell'intrattenimento occidentale: i creatori si preoccupano di inserire la giustizia sociale nelle loro opere, trascurano tutto il resto e creano degli autentici troiai che vengono distrutti dai fan (se non ci credete, cercate su Google “Mass Effect: Andromeda” e vedrete a cosa ci stiamo riferendo).

Al contrario, chi rimane fedele allo spirito originale delle opere che ha creato, viene premiato dal pubblico: è il caso di Dragon Ball Super, che è rimasto fedele allo spirito di Dragon Ball Z. Se vogliamo metterla sul razziale, i personaggi di Dragon Ball sono praticamente tutti bianchi, a parte le varie razze aliene. Nessuno si è mai sognato di inserire propaganda antirazzista in Dragon Ball, e nessuno ha mai avuto niente da ridire in proposito.

Quindi, cari sceneggiatori di Hollywood, la ricetta da seguire è: meno giustizia sociale, più aderenza al canone. Meno politica, più fantasy e divertimento stellare!


Darth Gender
Daniele Barale

Rara fotografia che immortala un fan sconsolato all'uscita dalla sala cinematografica






Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


venerdì 5 maggio 2017

Cinematografo dell'alpino: Guardiani della Galassia Vol. 2: Risate a crepapelle


Guardiani della Galassia Vol. 2 è un film del 2017 scritto e diretto da James Gunn.

Il film riprende la narrazione delle avventure del gruppo di supereroi spaziali dal punto in cui era stato interrotto alla fine del primo capitolo, e ha come tema principale la scoperta dell’identità del padre di Star-Lord.

L’inizio del film è un puro pretesto per introdurre proprio questo personaggio, che si rivelerà essere il Celestiale Ego, una sorta di dio che ha la particolarità di essere un pianeta vivente e di poter assumere qualsiasi forma desideri.

Da lì in poi si disvela tutta la trama e vengono rivelate le origini di Star-Lord, e quale sia il progetto del padre per lui. Ovviamente i nostri non sono dello stesso avviso, e dopo una serie di scioccanti rivelazioni, si iniziano a menare le mani selvaggiamente.

Il film trasuda anni 80 da tutti i pori: la colonna sonora (che è bellissima quanto quella del primo capitolo), l’umorismo spinto e fatto di battute paradossali e, infine, la riesumazione di due autentiche icone del cinema anni 80 come Kurt Russell (che interpreta il villain principale) e Sylvester Stallone (che interpreta un ruolo di contorno che però è destinato ad avere maggiore spazio nei prossimi episodi del Marvel Cinematic Universe).

Le scenette comiche meritano una menzione speciale. Tutti hanno visto quella del trailer con Rocket che istruisce il piccolo Groot su come attivare la bomba, ma tutto il film è letteralmente costellato da una miriade di scene simili, e oltretutto in maniera paradossale. Ad esempio, quando avviene l’ammutinamento dei Ravager di Yondu, e i protagonisti vengono rapiti e sottoposti a scherno, c’è un ribaltamento completo del rapporto carnefice-vittima: i rapiti (mentre sono legati mani e piedi a delle sedie) si prendono gioco in maniera crudele dei rapitori, che non sanno cosa rispondere. Oppure quando il piccolo Groot viene istruito sulla cresta di Yondu da cercare nella cabina del capitano, e lui facendo un chiasso incredibile, recupera di tutto e di più senza mai trovare la cresta.

Il film affronta diversi temi in maniera leggera ma positiva: il rapporto tra padre assente e figlio, il rapporto di odio-amore tra le sorelle Gamora e Nebula, e il rapporto di tipo familiare che si instaura tra i vari membri del team. Una nota curiosa: il jet-set hollywoodiano è un ambiente liberal a favore di tutta la rivoluzione antropologica, ma incredibilmente il cattivo del film è presentato come uno spregevole utilizzatore seriale, in pratica, dell’utero in affitto (incredibile ma vero!).

La scena conclusiva del film è probabilmente la più bella di tutti i film MCU usciti fino ad adesso, e le scenette post-titoli di coda mettono le basi per un ulteriore capitolo 3 e per la continuity sul MCU.

Il che è sicuramente una bella notizia: i Guardiani continueranno a farci ridere a crepapelle e a farci emozionare con le loro incredibili storie.





Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


giovedì 6 aprile 2017

Cinematografo dell'alpino: La bella e la bestia: La magia della Bella!

Il nuovo live action della Disney è un capolavoro ma la firma l’ha messa una magnifica Emma Watson


Una versione aggiornata ma molto fedele all'originale disneyano, questo è stato nel complesso il progetto pensato dal regista Bill Condon. Un progetto che si è realizzato in maniera impeccabile: il film riesce a restituire in pieno lo stupore e la meraviglia del cartoon animato e dà anche ai protagonisti una certa profondità che li rende più umani ed appetibili ai gusti degli adulti.

La pellicola non è tuttavia immune da piccoli difetti: qualche aggiunta è un po’ di troppo e anche se in alcuni casi sono funzionali per delineare meglio la complessità dei personaggi (vedi per esempio la scena di Belle e della Bestia nella vecchia casa di Parigi), altre volte smorzano un po’ la semplicità che aveva caratterizzato il precedente (nel finale ci sono evidenti allunghi per il brodo...); i nuovi brani cantati non entrano con la naturalezza che detiene il precedente e quindi per quanto belli e ben interpretati possono risultare di primo impatto un po’ stucchevoli: un semplice monologo o dialogo sarebbe bastato (per esempio la canzone della Bestia dopo la partenza di Belle per salvare il padre).

Però a conti fatti La Bella e la Bestia è un vero e proprio capolavoro. Riesce a toccare punte di lirismo e di poesia con maggior forza del precedente in alcuni casi e grazie al fatto di essere un live action ci trasmette la naturalezza delle situazioni, dei paesaggi, dei sentimenti che coinvolgono i personaggi e l’attualità della fiaba stessa.

Gli scenari, gli sfondi e i costumi sono frutto di un lavoro evidentemente scrupoloso: la cura nel dettaglio trasmette allo spettatore l’atmosfera tipica di una Francia di fine seicento con i suoi paggi aristocratici e il paesino popolato da contadini indaffarati nelle varie faccende quotidiane. Questo lo notiamo anche su alcune scelte: per esempio il luogo dove Belle accede ai suoi libri non è una semplice libreria (poco verosimile tra l’altro per un paese dell’epoca) ma è la chiesa del villaggio; la presenza di Parigi con la sua Notre Dame (preludio ad un altro live action ?...); il riferimento all'epidemia di peste. Dettagli, questi come altri, che però nell'insieme costituiscono un gioco convincente e godibile; anche per questo la fiaba riesce ad acquisire un pizzico di dignità in più: non è più un semplice racconto con una morale ma anche una vera e propria “storia” (il termine va inteso ovviamente nel suo senso più largo possibile).

I punti di forza del film però restano tre: il grande messaggio insito proprio nella fiaba de La Bella e la Bestia; un cast di attori talentuoso; e ovviamente Emma Watson.

Gli interpreti sono tutti bravi e coscienziosi dei ruoli assegnati. Risaltano su tutti il duo Luke Evans (Gaston) e Josh Gad (Le Tont) con una buona alchimia alternano da gag comiche e momenti di tensione, quelli che cominciano a insidiarsi nel secondo quando comincia a manifestarsi in modo sempre più violento l’ossessione del primo. Bravi anche (anche se sono perlopiù doppiatori nel loro caso) Ewan McGregor (Lumière), Emma Thompson (Mrs Bric), Ian McKellen (Tockins) e Stanley Tucci che è il nuovo personaggio del clavicembalo Mastro Cadenza: tra questi sono i primi due a distinguersi per interpretazione e virtuosismo che dimostrano soprattutto perché a loro sono affidate due delle canzoni più famose del cartone animato, “Stia con noi” e la classica “La Bella e la Bestia” (da noi conosciuta come “È una storia sai”). Apprezzato è anche Dan Stevens che veste i panni della Bestia: è credibile e sa cantare anche bene.

Tuttavia sull'intero gruppo svetta su tutti una magnifica Emma Watson. Belle è il suo personaggio, e lei ne veste i panni come se infondo fosse lei stessa ad essere immersa in quella fiaba. È credibile sotto tutti i punti di vista: negli sguardi, nelle espressioni del viso, nelle emozioni che trasmette, quando canta e anche quando balla. La sua Belle ricalca da un lato l’energia che aveva caratterizzato il personaggio animato, ma è allo stesso tempo distante da quel modello di “crocerossina stoica” (non in tutte le scene ovviamente... l’originale si discute ma poco!) che era presente nel precedente. La Watson inoltre possiede quel fascino e quel carattere e un modo di muoversi fino alla sua stessa voce che portano spesso e volentieri a pensarla come una vera principessa. E sarà anche quel suo essere femminista convinta a rendere intrigante il personaggio di Belle, la prima principessa Disney senza la “fissa” del principe azzurro ma con quel desiderio di “voler vivere di avventure”. Eppure Emma sa donare anche nella sua interpretazione i sentimenti di fragilità che contraddistinguono una qualunque ragazza, l’insicurezza di chi ha paura di vivere un’intera vita in una quotidianità sempre solita e desidera trovare qualcuno che sappia veramente capirla. Insomma è Emma Watson la vera stella del film e difficilmente troveremo, almeno per questo periodo, un’attrice così simbolica rispetto a un film: una vera e propria icona per il cinema di oggi.

E infine, ma non ultima per importanza, c’è proprio la storia de La Bella e la Bestia: una storia così carica di significati che fanno riflettere con meraviglia non solo i bambini, ma anche gli adulti. Il saper guardare ed amare oltre la semplice apparenza estetica, dove però nella pellicola si esprime anche la natura coraggiosa di uno sguardo che vuole cogliere l’essenziale della persona. E il coraggio è un tema ricorrente nel rapporto tra i due protagonisti; incarnato in particolar modo nel personaggio di Belle che sa andare avanti nonostante tutti i piccoli muri che la Bestia costruisce intorno a se stesso. L’amore, altro tema cardine, è quello espresso nel precedente disneyano: non è solo attaccamento, ma è anche possibilità di attaccamento e sorpresa verso se stessi; è anche sacrificio, il saper mettere da parte se stessi per il bene e l’affermazione dell’altro. Anche l’antagonista di turno, Gaston, si carica di nuovi significati: non è solo archetipo di un’idolatria verso se stessi, ma diventa pure un uomo ripiegato sui suoi progetti meschini.

La Bella e la Bestia è quindi una “nuova” (?) perla all'interno del grande panorama targato Walt Disney godibile per grandi e piccini. Primeggia quindi meritatamente al botteghino con i suoi 400 milioni negli States e i complessivi 900 milioni in tutto il mondo; in Italia si classifica ancora primo al box office per il terzo weekend consecutivo.

Consiglio appassionato: vederlo in lingua originale! È il modo più sicuro per apprezzare totalmente l’opera e le prestazioni degli attori. E poi Emma Watson che canta è una meraviglia che non si discute.


Antonello Di Nunno






Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


giovedì 16 marzo 2017

Cinematografo dell'alpino: Moonlight: L’Oscar e lo Scuro. La storia, non a lieto fine, di un buon film...

Moonlight è un prodotto di riconosciuti meriti ma quell’oscar puzza e lo fa puzzare. Eccovi la spiegazione.


Ci sono premiazioni che, come suggerisce il termine stesso del termine, “premiano” le qualità di un determinato lavoro, opera, così che si arrivi a un riconoscimento meritato; poi però ci sono anche delle premiazioni che paradossalmente sono delle vere e proprie pugnalate: macigni che devi portare e di cui soprattutto devi esserne all'altezza. Perché? Perché ciò che spesso caratterizza un premio è, oltre all'ambito su cui si focalizza, il suo prestigio, quella fama che lo ha sempre circondato. Se poi il premio in questione è un Oscar, e peggio ancora è quello per “il miglior film”, questo vuol dire che ti sei preso un bel “fardello” tolkieniano che peserà sul giudizio del tuo lavoro nel corso degli anni a venire. La seconda situazione accade spesso e volentieri quando ti danno il merito per qualcosa che infondo non sei riuscito a fare: quando il risultato di un determinato lavoro (in questo ci riferiamo ai film, visto che parliamo di Oscar) è ben lontano dal valore effettivo di quel premio.

Questa è, detta così in sintesi, la storia di Moonlight. Per precisare, non la sua storia come trama di un film, ma intesa come un percorso, rapidissimo, che lo ha visto consacrato a un oscar che proprio non meritava o, per meglio dire, non era proprio il suo ambito. Ma andiamo per gradi...

Tanto per cominciare, va tenuto a chiarire che la pellicola di Barry Jenkins ha una sua qualità, con pregi notevoli e lavoro meticoloso, soprattutto sulla scenografia e il montaggio (che sono stati in questo caso “giustamente” premiati con l’oscar anche questi); gli interpreti sono pochi ma decisamente buoni, anche perché devono sostenere dei ruoli che nonostante le apparenze non sono molto facili.

La trama è molto semplice ed è divisa in tre sequenze (come accade nell’originale opera teatrale a cui il film si rifà) che narrano la vita del protagonista durante l’infanzia, l’adolescenza e infine l’età adulta: Chiron, soprannominato “Piccolo”, è un bambino afroamericano spesso bersaglio delle angherie dei bulli del quartiere e sopporta oltretutto la noncuranza della madre, Paula, una donna alcolizzata e tossicodipendente. Viene accolto a un certo punto dallo spacciatore Juan e dalla moglie Teresa che lo trattano come se fosse un loro figlio; tuttavia il bambino non riuscirà mai ad aprirsi fino infondo con loro. Nell’adolescenza (II° atto), Chiron sentirà ancora di più amplificati i suoi problemi, a cui si aggiunge anche la questione di una sua presunta omosessualità (già affibbiatagli durante l’infanzia …)che crea ancora più distanza tra lui e i suoi compagni. Juan è morto (non viene specificato come) e Teresa, nonostante le amorevoli attenzioni che ha per lui, non riesce ad avere ancora confidenza da parte del ragazzo. Chiron tuttavia trova un iniziale conforto nel rapporto amore/amicizia con un suo amico di infanzia, Kevin, che però lo tradirà per non perdere la stima dei bulli della scuola. Picchiato a sangue proprio da Kevin, Chiron sfogherà la sua rabbia repressa contro uno dei compagni di classe che lo maltrattava colpendolo con una sedia.  Si arriva poi all’atto finale: ora Chiron è un muscolosissimo spacciatore, tatuato con denti d’oro finti e pistola che vive ad Atlanta. In questa occasione troverà la possibilità di confrontarsi con la madre e con il vecchio amico Kevin. Finale a sorpresa...

Una storia in parte già vista, contornata da quelli che poi sono i luoghi comuni dell’America underground con i suoi uomini afroamericani tosti e nerboruti, i bulli di quartiere, le madri in crisi e la discriminazione per chi è diverso, il desiderio di uscire da una realtà segnata da violenza e dolore. Un minestrone bello pieno e già visto (citiamo solo “8 Mile” di Eminem; le situazioni sono più o meno le stesse). Inoltre la narrazione è un vero e proprio nodo: da un lato si apprezza la sobrietà con cui vengono affrontate le vicende del protagonista, ma spesso è anche troppo fredda e distaccata, e questo può creare anche fastidio. Si apprezza in parte però proprio come questa sobrietà riesca a dipingere con molto realismo alcune delle tematiche legate: ad esempio la questione dell’omosessualità di Chiron non viene romanzata, e vale così anche per quello che concerne il rapporto con Kevin (è uno dei grandi pregi del film quello di non essere un banale “Love Wins”). Restano però irrisolte alcune questioni della vicenda (questo dovuto in parte proprio all’opera teatrale originale)molto importanti, in modo da dare spazio ad una chiarezza necessaria proprio per lo sviluppo dei fatti: la morte di un personaggio molto importante come Juan rimane un mistero; l’amicizia tra Chirom e Kevin negli anni dell’infanzia, rappresentata solo in qualche breve flashback non particolarmente esplicativo; il percorso con cui il protagonista prende coscienza della sua omosessualità, visto che se è vero che è descritta da un lato in modo sincero dal punto di vista dei sentimenti dall’altro pecca di spazi vuoti che non la chiarificano fino infondo (si potrebbe arrivare benissimo alla fine del film pensando che questa, l’omosessualità, fosse solo un pretesto degli aggressori di Chiron, una delle tante prese in giro). Invece è bellissimo il messaggio che il film vuole trasmettere, cosa che gli riesce abbastanza bene: ci racconta di un personaggio che sin dalla sua tenera età tiene dentro di se la durezza di chi da solo vuole sopportare e portare i pesi che la vita chiede, ma che ha già dentro il seme di chi vuole semplicemente abbandonarsi all’abbraccio di qualcuno che sappia semplicemente volergli bene; la lotta tra queste due pulsioni si snoda attraverso la maggior parte delle scene per vedere poi proprio Chiron abbandonarsi alla seconda. È affascinante vederlo vulnerabile e desideroso proprio quando è adulto: i suoi muscoli, la sua enorme stazza e l’aria da violento sono il risultato dei dolori mai superati e della rabbia esplosa, ma queste tuttavia non riescono possederlo totalmente, e si ritrova così pronto a lasciarsi andare in un abbraccio finale.

Di pregevole fattura sono le interpretazioni degli attori: bravissimo Mahershala Ali nel ruolo di Juan perché riesce proprio a trasmettere quel senso di paternità che voleva trasmettere il suo personaggio a Chiron, vince infatti un meritato oscar come “migliore attore non protagonista”; molto bravo è anche Trevante Rhodes a cui tocca la parte più importante del film, cioè l’età adulta del protagonista: sa esprimere bene le due nature di Chiron nella fase finale.

Insomma è un film che ha tanto da dire, nel bene e nel male, e sicuramente non può essere annoverato come uno dei tanti, anche quando sbaglia qualcosa, perché tiene la capacità di saper esprimere bene le sue idee intrinseche. Però quell’oscar...!!

Alla fine è proprio l’oscar ciò che lo “rovina” nel vero senso del termine. Perché Moonlight la stazza del miglior film proprio non la ha: gli manca quel qualcosa in più, quel tocco di classe che invece tengono capolavori come La La Land, Manchester by the Sea o il cruento  La Battaglia di Hacksaw Ridge del grande Mel Gibson. Moonlight manca di quella forza comunicativa che fa da spartiacque tra un buon film e un capolavoro: come è stato detto prima, le sue idee le sa trasmettere e lo fa anche molto bene, ma riesce a trasmettere solo quelle e nulla di più; ed inoltre quando potrebbe toccare picchi di potenza espressiva si accontenta della sua narrazione senza prendersi carico dei rischi che il pubblico spesso ti chiede (cosa che invece sa fare Manchester by the Sea, ma di lui ne parleremo un’altra volta...).

E allora l’oscar perché? Ed ecco il triste epilogo: una storia che parla di un ragazzo povero, afroamericano e omosessuale sono un  banchetto prelibato per un’Accademy che, nell’era del cattivo Trump, non può fare a meno di essere troppo, schifosamente “politicamente corretta”. Dopo le accuse di assenza di persone di colore negli oscar precedenti, bisognava dare la dimostrazione (ancora...!?) di essere un popolo migliore ed il migliore di tutti. Gli americani, come la Accademy degli oscar, non possono essere razzisti, omofobi e borghesi. È un imperativo categorico, soprattutto ora che c’è Trump! Ma chissà perché c’è lui...

Così viene però alla fine, e verrà così negli anni, ricordato Moonlight: un film che ha vinto l’oscar come miglior film non per le sue doti,  non per il personaggio meraviglioso di Chiron, ma perché l’America deve restare il paese dei più buoni e dei più tolleranti.

Speriamo che la medesima sorte non tocchi a “La Bella e La Bestia” di Emma Watson...


Antonello Di Nunno






Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram


sabato 18 febbraio 2017

Cinematografo dell'alpino: La Battaglia di Hacksaw Ridge: Andare al cinema per parlare di teologia

Il 2017, dal un punto di vista cinematografico, si apre con una piacevole notizia che è anche una certezza: Mel Gibson colpisce ancora, e ancora una volta fa centro. L’attore/regista di Braveheart, The Passion ed Apocalypto è tornato infatti sugli schermi con un nuovo film: La Battaglia di Hacksaw Ridge che narra l’esperienza sotto le armi (nella Battaglia di Hokinawa, nel Giappone del 1945) di Desmond Doss (Andrew Garfield), un obiettore di coscienza decorato della più alta onorificenza militare statunitense per aver salvato 75 feriti senza alcun ausilio delle armi. Si tratta senza alcun dubbio di un film che vale per intero il prezzo del biglietto (come anche quello dei pop-corn) in cui ogni singolo fotogramma è intriso di grandi tematiche (fede, patria, guerra, famiglia, tra le altre) e che permette al cervello, sia durante la visione del film che in seguito, di accendersi e di lavorare: sia che si torni a casa in silenzio, sia che si lasci il cinema discutendo con i propri amici, le domande che Mel Gibson ha voluto lanciare a tutto il mondo vengono prepotentemente a galla.

Abbiamo visto il film in un pomeriggio della settimana scorsa, in una sala semi-vuota (ma era pur sempre lo spettacolo delle 15:00) e tornando a casa abbiamo animato il vagone del treno sul quale ci trovavamo discutendo apertamente, e sotto certi versi anche animatamente, delle numerose tematiche del film ed abbiamo deciso di farvene partecipi. Su diversi punti le nostre visioni coincidono, su altre un po’ meno ma il semplice fatto che ne è scaturita una discussione vuol dire che le domande che ci siamo posti non sono poi così peregrine: se una cosa è evidente, infatti, è logico parlarne ma se si parla di un qualcosa che non c’è vuol dire fantasticare.

Il film in se stesso è molto semplice, e la trama rispecchia i primi 20/25 anni della vita di Desmon Doss che abbiamo tratteggiato poco sopra. La struttura della trama riprende inoltre elementi che si ritrovano anche in altri film dello stesso genere: un inizio per così dire pacifico (sebbene le primissime scene riportino parti della battaglia che troveremo in una parte sostanziosa di tutta la pellicola), l’arruolamento volontario nell’esercito degli Stati Uniti del protagonista ed il relativo addestramento, la realtà del campo di battaglia. In chiusura c’è anche una brevissima parte documentale, con alcune video interviste realizzate ad alcuni dei protagonisti, cosa che rende il prodotto anche interessante perché permette di uscire dalla logica della finzione ed addentrarsi sempre più nei dedali della coscienza personale di ciascuno dei protagonisti. I dialoghi non sono mai banali, con una punta di spirito qua e là per distendere la tensione (memorabile la discussione tra Desmond ed un suo commilitone, suo acerrimo nemico durante l’addestramento, nella prima notte che segue la battaglia dove i due sono stati buttati in mezzo dai loro superiori). Come ci ha abituato a fare nei suoi ultimi lavori, Mel Gibson cura in maniera dettagliata la fotografia, che restituisce un’immagine accurata di ferite e di esplosioni, come anche le condizioni di vita di quello che si può incontrare in guerra: non manca il punto di vista di ogni soldato, rappresentato ora dalla camera sfocata (riproducente lo sguardo spento e spossato di Desmond dopo le fatiche della notte alla ricerca dei feriti) ora dal fucile da guerra da cui saltano fuori decine di bossoli. Non manca l’elemento romantico, vale a dire la storia d’amore tra Desmond e sua moglie Dorothy, raccontata con emozione e semplicità senza né fronzoli di sentimentalismo né, tantomeno, mostrare una benché minima immagine di sesso esplicito: in una settimana in cui un film inneggiante all’amore sadomasochista, scevro di qualsiasi affetto e basato unicamente sulla dominante sessuale e psicologica, sta sbancando ai botteghini è bene invece sottolineare come si possa parlare, ed anche mostrare, un amore ed anche un rapporto, come può essere quello tra un marito e sua moglie, senza tuttavia mostrare nudità o rapporti sessuali consumati.

Tornando alle scene che rimarranno impresse agli occhi dello spettatore, sicuramente non si può tacere il contrasto tra la dimensione e l’ambiente familiare (in particolare dell’infanzia) del protagonista e quella bellica, in tutta la sua brutale e nuda verità, che viene trasmessa a livello visivo da splendide inquadrature del paesaggio in cui avvengono le singole vicende: casa Doss è circondata da erba verde, un bosco, montagne ed anche un fiumiciattolo; sul campo di battaglia, lontano centinaia di miglia da casa, invece, la macchina da presa si focalizza sulla rupe sassosa ed irta che conduce ad una spianata dominata solo da alberi secchi, e dalla presenza dei tanti morti sul terreno duro brulicante di topi che si cibano delle carcasse dei soldati caduti. Ma attenzione: essendo il film un ritratto vero delle vicende di Desmond (e non una finzione idilliaca ed idealizzante, in stile Famiglia del Mulino Bianco) il paesaggio non deve fuorviare il giudizio dello spettatore: a casa Doss non sono tutte rose e fiori e, contemporaneamente, è proprio sul terribile campo di battaglia (in cui il colore dominante è il grigio del fumo dei colpi sparati ed il rosso delle carni straziate) che il protagonista mette davvero alla prova se stesso e riesce soprattutto a far del bene. Da questo punto di vista, è emblematico uno scambio di battute tra i soldati della compagnia di Desmond che arriva a pochi metri dal Hacksaw Ridge ed il medico della compagnia che invece l’ha appena abbandonata («Com’è li sopra? Ehi! Ho detto com’è li sopra?», «L’inferno: i musi gialli non temono la morte, anzi: la cercano»): probabilmente è questo il punto di cesura tra la prima e la seconda parte del film, tra la vita dura ma pur sempre lontana dalla prima linea della caserma e il campo di battaglia, tra la luce e l’ombra, tra la preparazione e il mettere in pratica, tra le scelte da compiere ed il metterle in pratica all’istante.

Il film di Mel Gibson parla di coerenza, e probabilmente lo fa sia da un punto di vista “americano” che “giapponese” (mostrando ad esempio anche l’indomito coraggio ed il sacrificio epico dei nemici i quali si buttano all’assalto, quasi alla baionetta, spinti dall’ideale di servire la Patria) partendo tuttavia da un punto di vista ben chiaro e apparentemente contraddittorio: Desmond Doss è un soldato che arruolatosi volontariamente (perché l’esercito degli Stati Uniti non è un esercito formato da coscritti di leva come lo intendiamo noi europei) sceglie di vestire un’uniforme militare ma di non toccare assolutamente un’arma, perché «morde» (e ricorda a Desmond di aver desiderato di uccidere con una rivoltella suo padre ubriaco cercando di salvare sua madre dalle percosse,) volendo andare testardamente in prima linea senza possibilità di difendersi ma, anzi, cercando di salvare, in quanto operatore sanitario, le vite dei propri commilitoni. Si tratta di una coerenza di pensiero (e che, quindi, si traduce anche in coerenza di azione secondo l’adagio agere sequitur esse) che probabilmente solo Mel Gibson poteva mettere in scena in maniera così nuda e perfetta: se infatti volete una riflessione patinata o stereotipa del fare il proprio dovere e di ricordare gli esempi di storia patria, questo film non fa per voi. La vita di Desmond (ma, ripetiamo, probabilmente di tutti, o quasi tutti, i protagonisti del film) si traduce in eventi che lo spingono ad andare oltre il minimo indispensabile a tenere a bada la propria coscienza.

Desmond, benché venga bollato come vigliacco ed un antiamericano solo perché obiettore di coscienza, riesce con una tenacia che ha dell’incredibile, radicata solamente nella sua fede di Cristiano Avventista del Settimo Giorno, a mantenere la sua posizione: Desmond non nasconde la sua identità ma l’afferma o la sottolinea quando è necessario farlo, senza quindi vanagloria o fanatismi («Ti credi meglio degli altri?» «No, per nulla!» - «Figliolo, tutti qui crediamo in quel libro, ma nessuno si comporta come te: perché fai così?» «Perché sono un Cristiano Avventista del Settimo Giorno ed il sabato è il mio shabbat, Signore»). La cifra di tutto il film, di tutta la vita di Desmond Doss, è infatti questo principio: si deve fare ciò che si è chiamati a fare (e che, dunque, si deve fare). Secondo il linguaggio della dottrina morale della Chiesa Cattolica questo corrisponde al proprio dovere di stato: ogni persona, cioè, deve agire facendo quello che deve fare e solo facendolo la sua vita si riempie di senso e diventa pienamente vissuta. Mel Gibson da questo punto di vista, a nostro parere, mutatis mutandis, è paragonabile a Santa Caterina da Siena la quale rivolgendosi sia ai vari principi del suo tempo sia ai suoi discepoli, esortava tutti con l’invito «se sarete quello che dovete essere, metterete a fuoco l’Italia»: Mel Gibson infatti porta sullo schermo non solo una delle battaglie più cruente del fronte del Pacifico della II Guerra Mondiale, non porta unicamente una riflessione sulla pace e sulla guerra (tra l’altro, se questa interpretazione fosse corretta, Desmond sarebbe in palese contraddizione con se stesso in quanto non critica mai né i Giapponesi né tantomeno i suoi commilitoni che sparano ed uccidono il nemico che gli si pone dinanzi: anzi, per poter salvare diversi compagni, non esita ad esporsi per far uscire allo scoperto cecchini e soldati nemici nascosti che verranno a loro volta presi di mira ed uccisi dagli americani), e altresì non racconta nemmeno unicamente la singolare vicenda di un obiettore di coscienza in prima linea. Mel Gibson ci parla di altro, ovvero di come una persona deve compromettere tutto se stesso quando sa e sente di dover compiere una determinata azione anche in palese contraddizione con il pensiero dominante. La frase radicale (intendendola anche in senso etimologico, che è dunque alla radice delle cose) non è tanto la preghiera di Desmond sul campo di battaglia «Ti prego Signore, fammene trovare un altro» bensì il grido di (quasi) disperazione che il protagonista rivolge a Dio all’interno della cella in cui è stato confinato dai suoi superiori che non accettano la sua obiezione di coscienza: «Cosa vuoi da me?». E questa frase, sebbene non pronunciata, è facilmente individuabile negli occhi attoniti di Desmond il giorno in cui, con non poche fatiche, scala per la prima volta Hacksaw Ridge e vede dinanzi a se lo sfacelo procurato da giorni di bombardamento e dall’avanzata delle due parti in lotta tra di loro: stesso sguardo che ritroviamo al momento della ritirata statunitense quando Desmond si rifiuta di calarsi dalla rupe e rimane, inerme, sulla spianata del campo di battaglia avviandosi verso le fiamme dei bunker e delle trincee in fiamme (spettacolare la visione del muro di fuoco, un vero e proprio inferno, in cui il protagonista, novello Dante, entra per poter salvare i propri compagni).

Desmond crede realmente  in quello che fa e lo fa perché crede quasi volesse mostrare che la fede senza le opere è vana[1]. Ma dobbiamo stare attenti ad alcuni possibili errori frutto dell’emotività che suscita il film e la sua figura: Desmond, e quindi Mel Gibson, lo ripetiamo, non fa un elogio dell’obiezione di coscienza in contrapposizione a chi sceglie di abbracciare le armi per difendere il proprio Paese ed i valori nazionali; non vi nascondiamo che la prima persona che ci è venuta in mente guardando il film, non è stato né Gandhi né altri maestri della non-violenza: a nostro avviso il miglior paragone che si possa fare è quello, anche qui mutatis mutandis,  con Santa Giovanna d’Arco vale a dire di una giovincella che, contrariamente a tutti gli standard della sua epoca, spinta da voci interiori, si rivolse al futuro Re di Francia ad accettare la Corona del Regno (invitando quindi a fare ciò che doveva fare) e prese le armi andando anche in battaglia contro gli invasori inglesi: né Giovanna né la Chiesa Cattolica hanno mai fatto un elogio della carriera militare femminile ma, contemporaneamente, è innegabile che ha compiuto la volontà di Dio ricoprendo incarichi riservati generalmente agli uomini e imbracciando le armi.

Desmond non è un santo modernamente inteso, vale a dire – ci sia permessa la semplificazione – perfetto e tutto miele e zucchero: egli è un uomo di carne e ossa, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, Desmond, in quanto uomo, ha le sue passioni, i suoi momenti bui, le sue gioie ed i suoi amori ma che, pur tentano continuamente di abbandonare tutto e tutti (la tentazione a lasciar perdere tutto è sempre dietro l’angolo, cosa che Mel Gibson sa bene: in The Passion non è forse lui ad inserire tra le persone che seguono Gesù nella Via Crucis, probabilmente per la prima volta in tutta la storia del cristianesimo, il Diavolo che tenta Cristo non volendo che si compia il sacrificio della croce?) riesce sempre a reagire (oppositum per contrarium afferma sempre la morale cattolica) con uno slancio eroico[2] degno di questo nome impegnandosi sempre a compiere il bene che corrisponde – e sarà sempre bene ricordarlo fino alla nausea – nell’esercizio di ciò che si deve fare in un determinato momento.

A proposito della rappresentazione a tutto tondo della persona del protagonista, è interessante il rapporto che Desmond ha con Thomas, suo padre (Hugo Weaving), rimasto traumatizzato dalla perdita degli amici commilitoni sul Fronte Occidentale della Grande Guerra (da cui è tornato con due medaglie al merito): alcolista violento, prende le distanze dai figli al momento dell’arruolamento si arruolano per poi far leva sulle sue conoscenze per aiutare il figlio minore cui si voleva negare la sua peculiarità di obiettore di coscienza sotto le armi. Desmond sa benissimo che ha un padre tremendo, e lo confesserà anche nella prima notte di guerra al suo compagno di fossa, ma ugualmente lo ama, soprattutto per avergli trasmesso quel sentimento di amor patrio che lo muove all’arruolamento ed alla guerra. E proprio questo amore/odio per il padre che spinge il figlio a prendere la risoluzione di non uccidere, anzi: di non toccare nemmeno un’arma. Quale migliore occasione per comprendere, vivere e trasmettere ciò che dice San Paolo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», rendendo visibile il fatto che Dio trae sempre un bene dal male?

Per concludere dobbiamo dare ancora fare alcune brevi considerazioni.

La prima è che ci ha (felicemente) sconvolto il fatto che il film si apra con la frase «una storia vera» e non «tratto da una storia vera» e sia assente il benché minimo accenno a rimaneggiamenti o libertà del regista e degli sceneggiatori: tutto ciò che Mel Gibson racconta è vero, corroborato dalle testimonianze finali di alcuni protagonisti, ormai anziani, degli eventi (se non ci fosse stata quella scritta sarebbe stato difficile ammettere che Desmond abbia deviato ben due bombe a mano giapponesi, la prima con le mani e la seconda con un calcio degno di un centrocampista per poter salvare i suoi compagni). Ci piaccia o non ci piaccia, quello che è concentrato nel film ha fatto realmente parte della vita di quest’uomo e dell’esercito degli USA. E’ ovvio che la Bibbia sia una specie di sottofondo di tutta la trama (gli esempi sarebbero tantissimi ma basta ricordare il parallelismo tra la preghiera di Desmond prima dell’assalto finale che spinge gli uomini a battersi come leoni con la preghiera di Mosè durante le campagne di conquista della Terra Promessa compiute da Giosué) ma, come anche dicevamo prima, se un fedele vuole vivere intensamente la propria vita saprà leggere e trarre tutti i benefici possibili da ciascuna pericope delle Sacre Scritture ricordando sempre che è lo Spirito Santo, secondo quanto promesso e garantito dalle parole di Gesù, che ci indicherà i modi ed i tempi di agire e parlare.

La seconda riguarda un parallelismo impossibile da non compiere vedendo il film e contestualizzandolo all’interno delle aspre polemiche, che negli USA avvengono praticamente quotidianamente, che riguardano la libertà religiosa ed il ruolo pubblico delle religioni nella società: lo scambio di battute, dure e taglienti come può avvenire quando si difende la verità, tra Thomas Doss ed il giudice della corte marziale che deve giudicare suo figlio ne è una riprova. La conferma è data anche da una delle interviste finali in cui viene affermato che avere o non avere una fede, e quindi difenderla e non difenderla, non è la stessa cosa: la sottolineatura dei valori costituzionali, delle garanzie riconosciute dai Padri Fondatori, dai valori incarnati e rappresentati e difesi dalle uniformi militari non lasciano dubbi al riguardo.

Si tratta di un ottimo film per chi al cinema non va solo per passare un po’ di tempo. Questi sono i film che prendono e che restano attaccati molto più a lungo della durata della pellicola. Secondo Francesco non è un vero kolossal benché abbia ottenuto diverse nomination agli Oscar (Francesco avrebbe infatti gradito maggior rispetto e riconoscimenti per The Passion e forse ancor di più per Apocalypto). Forse non si tratta di un vero e proprio kolossal al pari di altri lavori di Mel Gibson ma è, e resterà tale, ciò che l’ha definita il settimanale Tempi: «una gibsonata». Mel Gibson c’è. E ringraziamo Dio che ce l’ha ridato.

E parlando di Dio chiudiamo la nostra riflessione con un’ennesima, necessaria, essenziale, ineludibile domanda cui però non vogliamo dare risposta perché probabilmente Mel ce la lascia volutamente aperta: il protagonista vero del film chi è? Desmond o Dio?


Di Anna Fagiolo - Francesco Del Giudice
______________
1. Cfr. Gc 2,26. E’ innegabile che l’essere coerenti nei fatti con la propria fede comporta anche un’azione nella vita pubblica sulle orme di Cristo che, medico delle anime e dei corpi, si è fatto tutto a tutti fino all’effusione del suo sangue per la salvezza di tutta l’umanità: riconosciamo sinceramente che senza la citazione della Lettera di San Giacomo è difficile per noi far capire questo concetto.

2. E’ doveroso, facendo una rapida incursione nella teologia cattolica, ricordare un principio della Chiesa Cattolica oggigiorno abbastanza dimenticato: contrariamente a quanto si pensi, la santità non consiste nel fare il bene (inteso in maniera generica, filantropica ed umanitaria) bensì nell’esercizio eroico delle virtù che si dividono in due grandi gruppi, le cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e le spirituali (fede, speranza e carità). Solo partendo da questo punto si capisce come la Chiesa, e da sempre, venera come Santi sia uomini di governo che monache di clausura, medici e religiosi, sacerdoti e laici, sposi e consacrati, semplici insegnanti ma anche teologi, agricoltori e guerrieri, etc.






Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram