mercoledì 9 dicembre 2020

Quell’intervista di Messori per capire veramente Il nome della rosa



Di recente ho avuto modo di visionare la serie televisiva dedicata all’opera di Umberto Eco; e ciò mi ha offerto l’opportunità di ragionare non solo sulla serie, ma anche – e soprattutto - sul significato del libro stesso e altro. Tra il 4 e il 25 marzo 2019 la Rai ha trasmesso la serie dedicata a Il nome della rosa. Un ritorno sugli schermi, dopo trentatré anni dall’uscita del film di Jean-Jacques Annaud, passato non con poche discussioni: indubbiamente l’azienda di Viale Mazzini ha provato a dare un tono di internazionalità, con un cast pregiato per quanto riguarda alcuni interpreti, ma tante sono le discrepanze tra fotografia, dialoghi e scene esasperate ma di poca qualità cinematografica. C’è però un aspetto da non sottovalutare: la serie ha rimesso all’attenzione dei più l’opera di Umberto Eco del 1980 e, forse, potrebbe essere una buona occasione per riprendere alcune riflessioni che passarono in sordina proprio durante l’uscita del libro.

Vale la pena quindi riportare alla memoria alcuni passi di un’intervista fatta da Vittorio Messori allo stesso Eco nel 1982 sulla rivista Jesus. Umberto Eco, per dovere di cronaca, era stato dirigente di Azione Cattolica, e probabilmente della sua “apostasia” di stampo intellettuale aveva fatto il suo marchio di fabbrica, o meglio un cavallo di battaglia con cui costruire una sorta di sua mitologia personale. Un punto questo che lo stesso Messori già all’inizio individua: «Non credo più in Dio, ma forse Dio crede ancora in me. Dunque, manteniamo un certo rapporto». Una delle frasi effetto dette dallo scrittore che il giornalista annotava sul suo taccuino. Messori lo sa: l’intervistato è «Intelligentissimo, coltissimo, furbissimo (nel senso ammirato del termine)», come si scrive nell’articolo. La furbizia, quella di Eco, è stata di individuare il campo con cui diventare l’eroe di quel pensiero radical occidentale post-industriale: l’effimero, il frivolo, però trattato secondo i criteri di un ricco apparato critico e filologico che dava quel senso di autorità che porta il seguito della massa.

C’è molto di più però nella furbizia di Eco. Guardiamo proprio per l’appunto a Il nome della rosa, che, come scriveva Messori: «[…] è libro mirabile nel senso etimologico della parola […] Libro tanto più “velenoso” (sarà lo stesso autore a suggerirmi l’aggettivo) quanto più abile, colto, bello». Ed è su questo veleno che si gioca tutta l’astuzia dell’autore: il mascherare una cosa per un’altra, presentare come elisir, come nuova summa, il veleno di un pensiero ben preciso; renderlo inodore a quelli che, almeno in teoria, dovrebbero essere in grado di riconoscerlo. Commentava sempre Messori al riguardo: «L’eccellente riuscita de Il nome della rosa è proprio nella felicità narrativa che permette anche alle casalinghe di arrivare alla fine divertendosi, appassionandosi alla trama, assorbendone gli umori maliziosi senza neppure accorgersene».

Insomma, un perfetto strumento di cultura di massa o, per meglio dire, un perfetto veleno che riesce a farsi strada nella testa delle persone senza farsi riconoscere per quello che veramente è. Fa pensare, d’altronde, come i primi ad accogliere positivamente l’opera furono proprio i cattolici di quel periodo che, a detta dello stesso Eco, dovevano essere i primi a stanare quella tossina. Invece l’opera passa e prende successo (meritato, ma sia chiaro: solo da un punto di vista letterale), anzi peggio, diventerà uno dei peggiori pilastri per una visione negativa del Medioevo. Ma non solo: si insinua il ridimensionamento, parodia, della religione stessa, dei suoi valori, e quindi di Dio stesso.

Una voce fuori da quel coro di ammiratori, cattolici permissivi e non, fu il solo intervento di padre Guido Sommavilla sulla rivista La Civiltà Cattolica, ripreso e menzionato da Messori nella sua intervista e che, stranamente, aveva confortato Eco. Commentava così Sommavilla: «[…] un altro lampante falso storico, tra i tanti di questo libro: tutto costruito a specchi deformanti in serie sistematica e tattica strisciante, a discredito e derisione (anche se poi fa ridere così poco) di tutti i valori della Chiesa, della religione, dell’etica, della civiltà e della vita». Molto duro, ma è certo che il padre individuò i nodi nevralgici che il libro portava. E non è neanche il falso storico il problema di fondo: la consistenza di quel veleno consiste, come individuavano in pieno accordo sia Messori che Eco, nella dimostrazione sibillina che non esiste una verità, tranne la propria (che nello specifico sarà quella dell’autore) personale; citando l’articolo, non c’è differenza tra Cristo e Giuda o tra santo e delinquente, poiché non esiste il termine sicuro di confronto. Questo è il quid del libro: la mancanza di assoluto che toglie quindi possibilità di discernimento tra quello che è bene o male. 

Altro punto dolente (menzionato da Sommavilla, ma non trattato nell’intervista tra i due) sarà poi tutta quell’immagine oscurantista che ricadrà sul periodo medievale: un’era senza ragione, ma permeata di paranoie; il monachesimo come fenomeno di isolamento; la chiesa come istituzione castrante da cui traspare incoerenza, nonché centro promotore delle peggiori e irrazionali superstizioni. Una visione che si è poi incrementata proprio con l’uscita del già citato film di Annaud. La serie Rai su questo non è stata da meno e ha continuato a perpetrare (con tutte le difficoltà che già la caratterizza) luoghi comuni senza la minima storiografia: gli sfondi cupi, le atmosfere tetre, figure ecclesiali abbastanza grottesche nelle varie sfaccettature. Sarebbe giusto ricordare che fu proprio dal monachesimo, e in quel Medioevo tanto bistrattato, che nacque tutta quella serie di esperienze che hanno generato “l’Europa”.

Antonello Di Nunno







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