mercoledì 21 giugno 2017

Obice: Ultime da Torino

Dopo il mese delle processioni mariane, del ritorno delle rondini, della fioritura della natura, con annesse allergie imbarazzanti, non poteva non ripetersi l'arcobaleno che da diversi anni attraversa le città principali del nostro paese nel mese di giugno. Questo perché l'Italia subisce le piogge tutto l'anno? Certo, ma non quelle metereologiche, bensì quelle ideologiche targate lgbt. La miglior etichetta con cui il pensiero unico o radicale di massa (di cui son fatti PD e M5S) ama mostrarsi in giro, o nelle piazze o e nei salotti buoni, oppure nelle scuole e all'università.
Quindi, sabato 17 maggio l'arcobaleno ha portato non unicorni e folletti con pentole colme d'oro ma carri pieni di militanti dei movimenti lgbt. Così il gay pride ha attraversato le strade di Milano, ove dura ancora fino alla fine della settimana, Torino e Alba. Le prime tappe di un lungo percorso.

Occasione ghiotta per l'establishment torinese, sempre attenta ai “nuovi eroi” del mainstream, attraverso cui ottenere prestigio presso le élite radicali americane ed europee, che in sede di OMS, ONU, Consiglio d'Europa impongono agende politiche anti-umane. Proprio per questo motivo in prima fila c'erano il sindaco Chiara Appendino, l'assessore alle Pari Opportunità e Famiglie (si fa per dire) Marco Giusta, il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus e l'assessore regionale alle Pari Opportunità Monica Cerutti. Tutti a sfilare sotto il bandierone Piemonte pride e con il tema “A Corpo libero”. Che, a detta degli organizzatori, “consentirà di affrontare argomenti molto importanti: dall'autodeterminazione all'eutanasia, dalla transizione alla libertà individuale nella sua accezione più ampia”.

A questo punto, il lettore si chiederà: “Che c'entra l'eutanasia con la sfilata anti discriminazione?”. Se fossimo di fronte a persone con la volontà di essere ragionevoli, si potrebbe pensare che abbiano preso troppo sole estivo, però qui si è di fronte, come già si accennava sopra, a chi si erge a paladino dei cosiddetti nuovi diritti.

E c'è ancora da dire che se fossero davvero ragionevoli, nemmeno scenderebbero in piazza, giacché sicuramente dopo aver letto certi dati, ammetterebbero a se stessi che in atto non vi è nessuna discriminazione ai danni delle persone di orientamento omosessuale. I dati in questione non mentono. Infatti sono le stesse associazioni a loro vicine a parlarne: la Rete Lenford a tutela delle rivendicazioni gay e l'associazione Park legata al mondo del lavoro hanno di recente pubblicato dati da cui si evince che in Italia non vi sono atti significativi di discriminazioni.

C'è da dire anche che in realtà chi si propone come loro rappresentante politico culturale, tra cui i promotori del pride, non le rappresenta tutte. Perché, come si diceva all'inizio, a Torino e nel resto d'Europa, sono interessati (e pure finanziati da) ad un'etichetta, quella lgbt, che è una piccola fetta del loro mondo, pur avendo molto potere; di fatti, si chiama lobby e per questo impedisce che si conoscano quei dati.

E questo è confermato sia dal manifesto sia dalle pretese del pride torinese dello scorso anno: “Il domani ci appartiene” con gigantografia di un ignaro bebè. E addirittura quest'anno pare proprio che si sia andati oltre, perché dalla semplice foto si è passati ai bambini in carne ed ossa sul palco al momento conclusivo in Piazza Statuto.

Ecco dov'è il punto. La lotta alle discriminazioni contro le persone – di per sé ineccepibile – non è che un cavallo di Troia, come confermano da tempo diversi fatti di cronaca, per pretendere ciò che per natura non gli spetta: la possibilità di avere figli e la perfetta equiparazione al rapporto complementare; e fecondo tra un uomo donna, come ci suggerisce non solo la ragione umana ma anche l'insospettabile portavoce di homovox, Nathalie de Williencourt, che nel 2013 affermava: «Rappresentiamo la maggioranza dei francesi omosessuali ma non ci ascoltano. Non vogliamo il matrimonio, perché non siamo come le coppie eterosessuali, che possono fare figli»

Nota finale. Contro i trinariciuti del pensiero unico targato lgbt ci si mettono anche gli anarchici, che sempre a Torino hanno scritto sui muri messaggi inequivocabili: "Si fanno promotori della lotta all'omofobia nel mondo eppure il loro silenzio rispetto alle dinamiche violente e discriminatorie che si palesano nella nostra città è altrettanto rumoroso quanto le loro parole". E poi ancora: "Noi siamo qui per distruggere ogni vostro angolo di marketing".







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