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sabato 26 agosto 2017
mercoledì 23 agosto 2017
martedì 22 agosto 2017
Obice: Il Fatto Quotidiano e quel suo scoop che non c'è
“Da cinquecent'anni quelli che si dicono spiriti liberi perché hanno disertato la Milizia per gli Ergastoli smaniano per assassinare una seconda volta Gesù. Per ucciderlo nei cuori degli uomini. Appena parve che la seconda agonia di Cristo fosse ai penultimi rantoli vennero innanzi i necrofori. Bufoli presuntuosi che avevan preso le biblioteche per stalle; cervelli aerostatici che credevano di toccare le sommità del cielo montando nel pallon volante della filosofia; professori insatiriti da fatali sbornie di filologia e di metafisica si armarono – l'Uomo vuole! - come tanti crociati contro la Croce”. Sono le parole che Giovanni Papini ha usato nell'introduzione alla sua Storia di Cristo e che sicuramente avrebbe dedicato oggi ai giornalisti di Millennium, mensile del Fatto Quotidiano, in particolare a Ersilio Mattioni, il quale si è infiltrato dentro i confessionali di Milano e provincia, fingendosi un cattolico perplesso nei confronti di papa Francesco, per poi scrivere un presunto scoop.
A questo punto, credo si possano fare due riflessioni. Il giornalista e tutti i suoi colleghi, tra cui direttore del cartaceo Marco Travaglio e il direttore online Peter Gomez, hanno commesso un sacrilegio, occorre sottolinearlo. Essi hanno “smaniato per uccidere una seconda volta Gesù nel cuore degli uomini”, oltraggiando uno dei 7 sacramenti, il sigillo sacramentale o segreto confessionale. Tra l'altro, stupisce che Travaglio abbia permesso un atto di questo tipo, essendo cattolico, seppure “adulto”, come lui stesso ha dichiarato in varie occasioni, e un allievo dei salesiani al Val Salice di Torino.
Non a caso, si legge all'art. 4 delle norme sostanziali della Congregazione per la Dottrina della Fede: “§ 2. Fermo restando il disposto del § 1 n. 5, alla Congregazione per la Dottrina della Fede è riservato anche il delitto più grave consistente nella registrazione, fatta con qualunque mezzo tecnico, o nella divulgazione con i mezzi di comunicazione sociale svolta con malizia, delle cose che vengono dette dal confessore o dal penitente nella confessione sacramentale, vera o falsa. Colui che commette questo delitto, sia punito secondo la gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione, se è un chierico”. La scomunica è dietro l'angolo.
Non solo, l'azione dei giornalisti del FQ si pone in contrapposizione perfino con la legislazione italiana, la quale protegge - come quella di molti Paesi - il segreto confessionale. Il concordato del 18 febbraio 1984, art. 4, n. 4, sancisce: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». Aggiungerei, men che meno ai giornalisti!
Ma cosa avrebbero fatto di così male i sacerdoti ambrosiani, per portare i giornalisti del FQ a rischiare contro tutto e tutti? Non appena si leggono le 5 pagine su Millennium, dedicate loro, si scopre che prima di tutto i sacerdoti presi di mira non sono disobbedienti o scandalosi. Per esempio, il Parroco di Vanzaghello afferma quello che la dottrina di sempre ricorda: “il Papa non è infallibile ogni volta che parla in pubblico, a meno che non lo faccia ex cathedra su questioni appunto di morale e di dottrina. E ancora, a Legnano il sacerdote ricorda semplicemente che accogliere gli immigrati senza mostrar loro la nostra identità non è vera accoglienza; d'altronde, solo chi ha un'identità, una storia precisa non ha paura dell'altro e sa accogliere per davvero. Altrimenti, si rischia che un'immigrazione pacifica si trasformi in un'invasione che distrugge e sostituisce la cultura ospitante. Ma cosa più importante, ricorda il dovere dei cattolici: “Difendere Cristo come l’unica cosa importante”. Sembra aver imparato bene la lezione del card. Biffi, di cui non si poteva dire che fosse un razzista. Ad un certo il don risponde con: “Eh, sì, ognuno è fatto a suo modo”, alla preoccupazine del giornalista fintosi 'pecorella smarrita': “Tanto i Papi, prima o poi, cambiano. Prima ce n’era uno, quello tedesco, che mi sembrava più rigido su certe cose e mi piaceva”. Dov'è che il sacerdote mostrerebbe disobbedienza verso Papa Francesco?
Sul sagrato della Chiesa non si ferma la riforma pastorale di Papa Francesco, ma il buon senso dei giornalisti del FQ.
Emerge così, sia dal punto di vista giornalistico sia della dottrina cattolica, che le 5 pagine più che contenere uno scoop, riportano un grande flòp, giacché nessuna infrazione è stata rivelata. Anzi, la serenità e fermezza dei parroci, che emergono nonostante le manipolazioni di redazione dimostrano che da anni sussiste lo stesso problema: la gente è sempre più disorientata e persino contrariata da certe dichiarazioni e da certi silenzi che vengono dall’alto e vanno in confessionale per chiedere luce e orientamento. Perfino il Mattioni lo fa emergere con la parte che ha recitato, seppure inconsapevolmente e arrivando a conclusioni opposte. Per lui chi si pone quel problema sbaglia; invece, per i 2000 anni della Chiesa e per i milioni, o miliardi di cattolici, vissuti prima di noi (la democrazia dei morti non sbaglia, direbbe Chesterton) chi si pone tale problema fa bene, poiché viol dire che vi sono ancora cristiani con una coscienza.
Perciò diceva il card. Newman: «Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo - il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore -, brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa». Per non travisare questa frase, vedendovici un'idea di coscienza non cattolica, essa va inquadrata, come diceva l'allora cardinal Joseph Ratzinger, nel complessivo pensiero di Newman e nella sua fedeltà alla tradizione medioevale, la quale aveva individuato due livelli del concetto di coscienza: sinderesi e coscienza.
Ancora un'ultima osservazione. E' interessante notare che pure i giornalisti de Il Fatto Quotidiano si sono iscritti al club esclusivo del nuovo sport nazionale “la caccia al presunto integralista cattolico”. Aveva iniziato il Foglio, con un articolo di Crippa, a proposito dei cosiddetti cattolici ideologici e integristi; su questa strada si è costruito pure il dossier de la Nuova Europa sui fondamentalismi a cura di Massimo Introvigne nell'autunno 2016; seguito subito dopo da una “lista di proscrizione” su La Stampa a cura di Andrea Tornielli e sempre con la collaborazione di Massimo Introvigne, che fino a qualche mese prima si trovava dalla parte opposta di Tornielli and Co; e di recente, l'articolo di padre Antonio Spadaro e del pastore presbiteriano Marcelo Figueroa (direttore dell'edizione argentina de L’Osservatore Romano: sì, lettori, è lecito essere perplessi). Questa alleanza tra cattolici e mondo laicista – il quale appoggia il Papa in modo del tutto strumentale – non può non destare qualche preoccupazione, dal momento che favorisce la scomparsa dei cattolici dalla vita pubblica della nostra patria; a discapito del bene comune, della libertà religiosa, degli articoli 19 e 21 della costituzione.
A questo punto, credo si possano fare due riflessioni. Il giornalista e tutti i suoi colleghi, tra cui direttore del cartaceo Marco Travaglio e il direttore online Peter Gomez, hanno commesso un sacrilegio, occorre sottolinearlo. Essi hanno “smaniato per uccidere una seconda volta Gesù nel cuore degli uomini”, oltraggiando uno dei 7 sacramenti, il sigillo sacramentale o segreto confessionale. Tra l'altro, stupisce che Travaglio abbia permesso un atto di questo tipo, essendo cattolico, seppure “adulto”, come lui stesso ha dichiarato in varie occasioni, e un allievo dei salesiani al Val Salice di Torino.
Non a caso, si legge all'art. 4 delle norme sostanziali della Congregazione per la Dottrina della Fede: “§ 2. Fermo restando il disposto del § 1 n. 5, alla Congregazione per la Dottrina della Fede è riservato anche il delitto più grave consistente nella registrazione, fatta con qualunque mezzo tecnico, o nella divulgazione con i mezzi di comunicazione sociale svolta con malizia, delle cose che vengono dette dal confessore o dal penitente nella confessione sacramentale, vera o falsa. Colui che commette questo delitto, sia punito secondo la gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione, se è un chierico”. La scomunica è dietro l'angolo.
Non solo, l'azione dei giornalisti del FQ si pone in contrapposizione perfino con la legislazione italiana, la quale protegge - come quella di molti Paesi - il segreto confessionale. Il concordato del 18 febbraio 1984, art. 4, n. 4, sancisce: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». Aggiungerei, men che meno ai giornalisti!
Ma cosa avrebbero fatto di così male i sacerdoti ambrosiani, per portare i giornalisti del FQ a rischiare contro tutto e tutti? Non appena si leggono le 5 pagine su Millennium, dedicate loro, si scopre che prima di tutto i sacerdoti presi di mira non sono disobbedienti o scandalosi. Per esempio, il Parroco di Vanzaghello afferma quello che la dottrina di sempre ricorda: “il Papa non è infallibile ogni volta che parla in pubblico, a meno che non lo faccia ex cathedra su questioni appunto di morale e di dottrina. E ancora, a Legnano il sacerdote ricorda semplicemente che accogliere gli immigrati senza mostrar loro la nostra identità non è vera accoglienza; d'altronde, solo chi ha un'identità, una storia precisa non ha paura dell'altro e sa accogliere per davvero. Altrimenti, si rischia che un'immigrazione pacifica si trasformi in un'invasione che distrugge e sostituisce la cultura ospitante. Ma cosa più importante, ricorda il dovere dei cattolici: “Difendere Cristo come l’unica cosa importante”. Sembra aver imparato bene la lezione del card. Biffi, di cui non si poteva dire che fosse un razzista. Ad un certo il don risponde con: “Eh, sì, ognuno è fatto a suo modo”, alla preoccupazine del giornalista fintosi 'pecorella smarrita': “Tanto i Papi, prima o poi, cambiano. Prima ce n’era uno, quello tedesco, che mi sembrava più rigido su certe cose e mi piaceva”. Dov'è che il sacerdote mostrerebbe disobbedienza verso Papa Francesco?
Sul sagrato della Chiesa non si ferma la riforma pastorale di Papa Francesco, ma il buon senso dei giornalisti del FQ.
Emerge così, sia dal punto di vista giornalistico sia della dottrina cattolica, che le 5 pagine più che contenere uno scoop, riportano un grande flòp, giacché nessuna infrazione è stata rivelata. Anzi, la serenità e fermezza dei parroci, che emergono nonostante le manipolazioni di redazione dimostrano che da anni sussiste lo stesso problema: la gente è sempre più disorientata e persino contrariata da certe dichiarazioni e da certi silenzi che vengono dall’alto e vanno in confessionale per chiedere luce e orientamento. Perfino il Mattioni lo fa emergere con la parte che ha recitato, seppure inconsapevolmente e arrivando a conclusioni opposte. Per lui chi si pone quel problema sbaglia; invece, per i 2000 anni della Chiesa e per i milioni, o miliardi di cattolici, vissuti prima di noi (la democrazia dei morti non sbaglia, direbbe Chesterton) chi si pone tale problema fa bene, poiché viol dire che vi sono ancora cristiani con una coscienza. Perciò diceva il card. Newman: «Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo - il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore -, brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa». Per non travisare questa frase, vedendovici un'idea di coscienza non cattolica, essa va inquadrata, come diceva l'allora cardinal Joseph Ratzinger, nel complessivo pensiero di Newman e nella sua fedeltà alla tradizione medioevale, la quale aveva individuato due livelli del concetto di coscienza: sinderesi e coscienza.
Ancora un'ultima osservazione. E' interessante notare che pure i giornalisti de Il Fatto Quotidiano si sono iscritti al club esclusivo del nuovo sport nazionale “la caccia al presunto integralista cattolico”. Aveva iniziato il Foglio, con un articolo di Crippa, a proposito dei cosiddetti cattolici ideologici e integristi; su questa strada si è costruito pure il dossier de la Nuova Europa sui fondamentalismi a cura di Massimo Introvigne nell'autunno 2016; seguito subito dopo da una “lista di proscrizione” su La Stampa a cura di Andrea Tornielli e sempre con la collaborazione di Massimo Introvigne, che fino a qualche mese prima si trovava dalla parte opposta di Tornielli and Co; e di recente, l'articolo di padre Antonio Spadaro e del pastore presbiteriano Marcelo Figueroa (direttore dell'edizione argentina de L’Osservatore Romano: sì, lettori, è lecito essere perplessi). Questa alleanza tra cattolici e mondo laicista – il quale appoggia il Papa in modo del tutto strumentale – non può non destare qualche preoccupazione, dal momento che favorisce la scomparsa dei cattolici dalla vita pubblica della nostra patria; a discapito del bene comune, della libertà religiosa, degli articoli 19 e 21 della costituzione.
domenica 20 agosto 2017
I classici della truppa: Guglielmo Massaja. Contenuto e stile di una singolare missione africana
E'
uscito per la casa editrice Effatà il libro Guglielmo Massaja.
Contenuto e stile di una singolare missione africana. Libro
scritto da don Vittorio Croce, storico teologo e giornalista
astigiano. Prefazione a cura di Fra Mario Durando OFMcap,
Vicepostulatore del processo di canonizzazione del Venerabile Servo
di Dio Fra Guglielmo Massaja dalla Piovà.
Con precisione e semplicità, come solo un buon divulgatore scientifico sa fare, don Vittorio propone la vita di un grande missionario piemontese, che non lascia indifferenti. Senza problemi ci si appassiona velocemente ai suoi viaggi e alle sue vicissitudini avventurosi. Messe tutte nero su bianco nelle tante lettere che scrisse in più di 35 anni di missione in terra africana. Affrontò cinque viaggi per raggiungere l'impervio e spettacolare acrocoro etiopico, subì una drammatica prigionia sotto l'imperatore Teodoro e l'espulsione ad opera del negus Johannes per aver collaborato (perché costretto con la forza) con il ras Menelik, futuro imperatore e unificatore dell'Etiopia.
Fu Esploratore, con un acuto interesse per la natura, di fatti scoprì e raccolse informazioni su territori sconosciuti in Europa: dati geografici, montagne fiumi clima, flora e fauna, per questo divenne socio della Società Geografica Italiana. Tale raccolta di dati era facilatata dal suo essere francescano. Egli camminava a piedi nudi senza sandali, evitava di salire sulle bestie da soma, a meno che non fosse costretto dalle malattie, a fianco dei locali che lo accompagnavano. In questo modo si faceva prossimo agli altri per conoscere le loro esigenze e vedere coi loro occhi i territori africani che attraversava fino all'Etiopia. Si adattava ai costumi locali anche per quanto riguardava i lunghi e terribili digiuni etiopici. Si fece medico, in particolare producendo e praticando il vaccino contro il vaiolo, cosa che lo tramandò nella memoria locale come il “padre del fantatà”. Condivise la sua cultura contadina dell'astigiano: coltivò la vite per ricavarne il vino per la Messa; affrontò e insegnò ad affrontare la carestia capitalizzando il tief, cereale tipico del posto. E si fece pure diplomatico, per risolvere le contese locali, e impegnarsi sul fronte francese e inglese.
Fece tutto questo solo per un motivo. Salvare tutte le anime possibili, per portarle a Dio. Tale santa esigenza era il cuore della sua personalità. Per l’evangelizzazione dell’Etiopia si fece pure linguista e mise per iscritto le diverse lingue etiopiche, tra cui la oromo, attraverso le quali potè scrivere due-tre catechismi, in primis il Catechismo Galla. Grazie a questi strumenti potè formare i giovani da avviare anche al sacerdozio. Inoltre, riformò attentamente la liturgia abissina nel rispetto della sua tradizione e lavorò per trovare le soluzioni accettabili per ammettere al battesimo e risolvere difficili casi matrimoniali; inventò una forma di vita monastica.
Massaja oltre ad accettare il confronto con la cultura abissina ormo e Kaffa, volle affrontare la chiesa copta e l'islam, con cui ebbe un rapporto rispettoso ma duro, soprattutto con la II religione, la quale era impegnata a sottomettere i popoli dell'Africa orientale. Avvertì La Chiesa di Roma di questo grande pericolo, in tempi non sospetti. Anche perciò rimane una figura molto attule, considetati i tempi che corrono.
Questo passo del libro non è solo la conclusione della recensione, bensì anche un ottimo assaggio di quanto vi aspetta nel libro.
“Maggiori dettagli richiedeva la spiegazione dei comandamenti, sia nell'orientamento della teologia del tempo più motivata sull'aspetto etico che su quello dogmatico, sia per le esigenze di una popolazione che viveva tra paganesimo tradizionale, cristianesimo contaminato, ebraismo e islamismo. Massaja punta decisamente a una cristianizzazione dell'etica, che significa il superamento del legalismo in direzione del cuore della morale cristiana, l'amore a Dio e al prossimo. Colpiscono l'insistenza sull'aspetto positivo dei comandamenti di Dio dati a Mosè e sul loro orientamento alla perfezione della legge di Gesù nelle opere della misericordia, cosa che non accadeva sempre nella teologia e nella catechesi europea del tempo, spesso impegolata in una casistica asfissiante. Ciò indubbiamente era facilitato per Massaja dalla sua formazione francescana”.
Anche sul giornale della Diocesi di Pinerolo
Con precisione e semplicità, come solo un buon divulgatore scientifico sa fare, don Vittorio propone la vita di un grande missionario piemontese, che non lascia indifferenti. Senza problemi ci si appassiona velocemente ai suoi viaggi e alle sue vicissitudini avventurosi. Messe tutte nero su bianco nelle tante lettere che scrisse in più di 35 anni di missione in terra africana. Affrontò cinque viaggi per raggiungere l'impervio e spettacolare acrocoro etiopico, subì una drammatica prigionia sotto l'imperatore Teodoro e l'espulsione ad opera del negus Johannes per aver collaborato (perché costretto con la forza) con il ras Menelik, futuro imperatore e unificatore dell'Etiopia.
Fu Esploratore, con un acuto interesse per la natura, di fatti scoprì e raccolse informazioni su territori sconosciuti in Europa: dati geografici, montagne fiumi clima, flora e fauna, per questo divenne socio della Società Geografica Italiana. Tale raccolta di dati era facilatata dal suo essere francescano. Egli camminava a piedi nudi senza sandali, evitava di salire sulle bestie da soma, a meno che non fosse costretto dalle malattie, a fianco dei locali che lo accompagnavano. In questo modo si faceva prossimo agli altri per conoscere le loro esigenze e vedere coi loro occhi i territori africani che attraversava fino all'Etiopia. Si adattava ai costumi locali anche per quanto riguardava i lunghi e terribili digiuni etiopici. Si fece medico, in particolare producendo e praticando il vaccino contro il vaiolo, cosa che lo tramandò nella memoria locale come il “padre del fantatà”. Condivise la sua cultura contadina dell'astigiano: coltivò la vite per ricavarne il vino per la Messa; affrontò e insegnò ad affrontare la carestia capitalizzando il tief, cereale tipico del posto. E si fece pure diplomatico, per risolvere le contese locali, e impegnarsi sul fronte francese e inglese.
Fece tutto questo solo per un motivo. Salvare tutte le anime possibili, per portarle a Dio. Tale santa esigenza era il cuore della sua personalità. Per l’evangelizzazione dell’Etiopia si fece pure linguista e mise per iscritto le diverse lingue etiopiche, tra cui la oromo, attraverso le quali potè scrivere due-tre catechismi, in primis il Catechismo Galla. Grazie a questi strumenti potè formare i giovani da avviare anche al sacerdozio. Inoltre, riformò attentamente la liturgia abissina nel rispetto della sua tradizione e lavorò per trovare le soluzioni accettabili per ammettere al battesimo e risolvere difficili casi matrimoniali; inventò una forma di vita monastica.
Massaja oltre ad accettare il confronto con la cultura abissina ormo e Kaffa, volle affrontare la chiesa copta e l'islam, con cui ebbe un rapporto rispettoso ma duro, soprattutto con la II religione, la quale era impegnata a sottomettere i popoli dell'Africa orientale. Avvertì La Chiesa di Roma di questo grande pericolo, in tempi non sospetti. Anche perciò rimane una figura molto attule, considetati i tempi che corrono.
Questo passo del libro non è solo la conclusione della recensione, bensì anche un ottimo assaggio di quanto vi aspetta nel libro.
“Maggiori dettagli richiedeva la spiegazione dei comandamenti, sia nell'orientamento della teologia del tempo più motivata sull'aspetto etico che su quello dogmatico, sia per le esigenze di una popolazione che viveva tra paganesimo tradizionale, cristianesimo contaminato, ebraismo e islamismo. Massaja punta decisamente a una cristianizzazione dell'etica, che significa il superamento del legalismo in direzione del cuore della morale cristiana, l'amore a Dio e al prossimo. Colpiscono l'insistenza sull'aspetto positivo dei comandamenti di Dio dati a Mosè e sul loro orientamento alla perfezione della legge di Gesù nelle opere della misericordia, cosa che non accadeva sempre nella teologia e nella catechesi europea del tempo, spesso impegolata in una casistica asfissiante. Ciò indubbiamente era facilitato per Massaja dalla sua formazione francescana”.
Anche sul giornale della Diocesi di Pinerolo
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