lunedì 5 giugno 2017

Lettera dal fronte: «La gloria di Dio è l’uomo vivente»: considerazioni teologiche sulla cultura della vita/03

Terzo appuntamento della nostra piccola rubrica di riflessione teologica sulla cultura della vita e la cultura della morte.

Attenzione: gli articoli contengono argomenti ed espressioni tipicamente cattolici =)


Strano ma vero, ancora oggi si parla di vocazione solamente intendendo la scelta di consacrarsi totalmente, in corpo ed anima, al Signore seguendo la via dei consigli evangelici: in un'epoca come la nostra, dominata dal rifiuto del sacro, è difficile spiegare finanche ai cattolici che esistono strade, la vita consacrata e la vita matrimoniale, per compiere il progetto che Iddio ha su ognuno dei suoi figli e che entrambe siano delle vocazioni, legittime-vere-valide, cui tutti sono chiamati. Per paradossale che possa sembrare, infatti, il secolarismo non ha fatto altro che rafforzare l'immagine del consacrato sebbene ammantato – è innegabile! – di buonismo e filantropia che poco hanno a che fare con la vita religiosa mentre ha segregato nell'intimità della casa il matrimonio che assume una rilevanza pubblica solo se rapportato al denaro: le statistiche economiche si basano sul ruolo contributivo/consumistico delle famiglie; i matrimoni di cui si parla in lungo e largo sono solamente quelli dei cosiddetti vip perché sono sfarzosi; etc.

Santa Madre Chiesa, invece, non la pensa così e – poiché Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre – non ha mai1 professato cose di questo genere sebbene in determinati momenti della sua storia i pastori ed i santi abbiano prediletto un approccio pastorale più orientato alla vocazione religiosa intesa sia come seme che deve fiorire (legislazione sui Seminari, obbligo della formazione, etc) sia come richiesta incessante da fare al Padre per avere sempre più consacrati che testimonino la nostalgia che ogni anima prova per il cielo e la superiorità della sfera spirituale2 su quella materiale (pregate dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe): è doveroso osservare, tuttavia, che se in questi periodi la Chiesa sembrava tacere, il popolo sapeva agire e si prodigava per creare sempre più famiglie (frutto dei matrimoni ovviamente) per poter proseguire, cooperando con Dio stesso, all'opera continua della creazione e per poter donare quanti più figli alla Chiesa sia con il battesimo sia con il permesso a consacrarsi. È emblematica al riguardo la figura di San Tommaso Moro che accettò il ludibrio pubblico, il carcere ed il martirio pur di non accettare il fatto che il suo Sovrano, Enrico VIII d'Inghilterra, divorziasse da sua moglie per potersi unire con Anna Bolena, sua celebre amante.

A riprova del fatto che esistano due vocazioni, e non solamente una, è sufficiente leggere le Sacre Scritture senza alcun preconcetto, oltre che nella loro interezza (senza cioè contrapporre un Libro ad un altro, ma mettendoci umilmente alla scuola dello Spirito Santo, autore di tutta la Scrittura) e guardare alla storia bimillenaria della Chiesa che ha sempre difeso sia la vocazione alla vita consacrata che quella matrimoniale. Anche in questo caso, come per la creazione, tutto ha inizio nel Giardino e nella condizione di pre-peccato originale: è lo stesso Dio, infatti, che unisce in matrimonio Adamo ed Eva, cui affida logicamente, come frutto della donazione reciproca tra gli sposi, la cooperazione nella generazione degli uomini. Sebbene non si possa ancora parlare propriamente di un Sacramento, è innegabile il carattere sacro dell'unione tra i Progenitori in quanto sono legati nel vincolo da Dio stesso (o, quantomeno, alla sua presenza) il quale, come già avvenuto nella creazione, benedice e loda il vincolo che si crea. Ma c'è di più in quanto, come sottolineato da alcuni autori3, meriterebbe maggiore attenzione il fatto che il matrimonio sia stato il primo sacramento istituito, vieppiù in una condizione di perfezione di tutta la creazione, cioè prima del peccato originale, e che si sia realizzato alla presenza di Dio stesso, senza mediazione o rappresentanza alcuna da parte di soggetti terzi.

L'Antico Testamento è pieno di esempi di coppie, come anche del racconto di sposalizi e unioni reciproche tra i coniugi sebbene il progetto iniziale di Dio (cioè la reciproca donazione di una sola donna con un solo uomo, che pur essendo due, formano una sola cosa) era stata abbandonato permettendo, per la durezza del cuore degli uomini, il divorzio ma anche il concubinato e la poligamia. Poiché Dio, tuttavia, ha deciso per un suo atto di amore di redimere l'umanità – non lasciando così nulla di imperfetto o di incompleto – l'opera redentrice del Verbo Incarnato ha riportato alla pienezza il matrimonio e l'unione tra i coniugi e – giacché la grazia nulla toglie ma tutto porta a perfezione – l'ha elevato a Sacramento, istituendolo all'inizio della sua predicazione, vale a dire in Cana di Galilea, dove ebbe inizio la sua manifestazione per mezzo del celebre miracolo dell'acqua tramutata in vino: il matrimonio-sacramento istituito da Cristo infatti è il vino buono che fa abbandonare il vino meno buono quale era diventato quello dell'Antica Alleanza, ormai corrotto dalla legge che cercava di assecondare più i desideri della carne degli uomini piuttosto che cercare la gloria di Dio ed il suo Regno. Non è certo un caso che Cristo, il quale ha fatto bene ogni cosa4, abbia istituito il matrimonio-sacramento all'inizio del suo ministero pubblico in quanto esso è segno efficace del continuo amore che Iddio ha nei confronti dei suoi figli5 cui, dopo la creazione (di per sé un atto di amore) e la caduta, ha inviato prima il Figlio Redentore e poi lo Spirito Santo Paraclito affinché potessero essere perfetti come è perfetto il loro Padre Celeste. Cristo, infatti, nella sua opera di santificazione del mondo, ha amato profondamente la Chiesa, sua Mistica Sposa, donando tutto se stesso fino all'effusione del sangue: nell'amore tra Cristo e la Chiesa, infatti, si compiono i segni del matrimonio quali l'indissolubilità (sarò sempre con voi fino alla fine del mondo), l'unicità (ti ho amato di un amore eterno, ti ho chiamato per nome) e la donazione completa (io sono il Buon Pastore, il Buon Pastore da la vita per le pecore). La Chiesa, cioè la Sposa di Cristo, ancora oggi celebra questo mistero nella liturgia del matrimonio come avviene, ad esempio, nella proclamazione dei versetti versetti allelujatici che ricorda ai tutti noi che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per Lei: grande è questo mistero»: solamente alla luce dell'amore tra Cristo e la Chiesa, infatti, si può capire il profondo legame che si crea tra i coniugi dopo il fatidico “si, lo voglio” i quali possono trovare in Cristo e nella sua Passione-Morte-Resurrezione l'esempio e la forza6 per potere essere santi.

Ma c'è (sempre) di più in quanto – e non smetteremo mai di ricordarlo – la grazia nulla toglie ma tutto eleva: la famiglia, intesa come unione tra un uomo e una donna legittimamente uniti in matrimonio, era stata già santificata prima delle Nozze di Cana dal Verbo Incarnato che ha deciso, per una libera scelta di Dio, di nascere all'interno di una coppia unita in matrimonio, vale a dire la Santa Famiglia di Nazareth7.

Inoltre, se il matrimonio è segno dell'amore tra Cristo e la sua Chiesa, vuol dire che esso è per sua natura, e non per una legge positiva degli uomini, indissolubile (segno del fatto che Dio non rinnega la sua Alleanza), orientato alla procreazione (segno del fatto che Cristo ha conquistato le anime di noi peccatori per donarle al Padre, facendo di tutti noi una stirpe eletta ed ha inviato i suoi discepoli in tutto il mondo ad aumentare il numero dei salvati), rivolto alla santificazione reciproca tra i coniugi (segno dell'opera continua di santificazione operata dallo Spirito Santo): la dignità degli uomini e dei coniugi è talmente elevata nel matrimonio-sacramento che, contrariamente a quanto si pensa oggi, i nubendi, anche in virtù del loro sacerdozio comune, sono i celebranti del Matrimonio, ed il Ministro Ordinato è semplicemente il testimone dinanzi a Dio dell'avvenuta donazione tra gli sposi, celebrando in seguito l'Eucarestia che, in casi particolari, com'è noto, potrebbe anche non essere presente nella celebrazione del Matrimonio.

Poiché, inoltre, la sfera spirituale è superiore a quella materiale, complice anche la morte della Legge antica, il matrimonio cristiano potrebbe esistere anche qualora i coniugi, purché d'accordo tra di loro, decidano di unirsi pur vivendo in castità: ci troviamo dinanzi ai cosiddetti matrimoni giuseppini (chiamati così in onore di San Giuseppe) tra cui sono annoverati, accanto alla Santa Famiglia, innumerevoli e grandi Santi, tra cui il Beato Bartolo Longo e Santa Cecilia con suo marito San Valeriano8. Le circostanze della vita infatti potrebbero comportare l'obbligo del matrimonio ad alcune persone (in caso di persecuzione religiosa, perdita della vocazione religiosa, necessità di assicurare la stabilità ad un Regno, problemi ad entrare in una determinata congregazione, etc) le quali tuttavia possono liberamente scegliere se concedersi reciprocamente l'un l'altro nel corpo oltre che nell'anima, vivendo come fratelli e sorelle.

Dovrebbe venirci la pelle d'oca al solo pensiero che la Sacra Scrittura ed il Magistero utilizzino il termine conoscere per parlare del legittimo, e sempre consenziente, rapporto sessuale tra un uomo ed una donna: non solo oggi si nega il carattere sacro del rapporto ma non si parla più neanche del profondo grado di intimità della donazione reciproca: donazione che – attenzione! – è anche carnale e prevede un vero e proprio rapporto e scambio tra i corpi dei coniugi i quali, così, si congiungono mostrando l'unità dell'essere umano che vediamo abitualmente diviso in maschi e femmine. Uomini e donne infatti sono tra loro complementari, l'uno aperto all'aperto, come è anche evidente studiando l'anatomia dei corpi9: ci deve essere dono, tuttavia, per non cadere nella lussuria che potremmo anche vedere, da un certo punto di vista, come un'applicazione al piano sessuale della superbia e della prevaricazione10. Il rapporto coniugale, inoltre, è talmente sublime in questo senso che è possibile, se non doveroso, un'unione carnale anche in caso di sterilità: i coniugi infatti devono essere aperti alla vita, non obbligati a darla. Ed apertura significa anche affidarsi al Signore, come Elisabetta e Zaccaria, oppure rivolgersi, se possibile, all'adozione: non significa come si intende oggigiorno che non si possa avere un felice matrimonio in mancanza di prole, andando alla ricerca o di un partner fisicamente idoneo (scaricando quello sbagliato ovviamente) oppure ricorrendo a pratiche che snaturano l'intimità del rapporto sessuale legittimo11. Similmente, il fatto che il matrimonio sia orientato alla procreazione non vuole dire che i coniugi (il marito soprattutto) siano tenuti alla ricerca spasmodica di quanti più figli cercando piuttosto un equilibrio tra le condizioni socio economiche familiari e quelle fisiche dei coniugi: essi non devono né chiudersi all'egoismo né ritenere di poter avere un numero illimitato di figli se non possono prendersi cura di loro (e per prendersi cura la Chiesa intende sia da un punto di vista spirituale che materiale: è ovvio che non si possano fare figli per poi buttarli in mezzo ad una strada o aspettare che lo Stato o la stessa Chiesa li allevi).

La conoscenza è ciò che lega giorno per giorno gli sposi, e prima ancora i fidanzati e, anzi, forse non sarebbe male tornare a conoscersi prima di fidanzarsi, usando maggiormente la ragione e tenendo a freno il sentimento; ma se c'è conoscenza, è ovvio che c'è una crescita sia nell'amore sia nella consapevolezza di questo amore che non si esaurisce né nella luna di miele né con l'arrivo dei fatidici anta da parte dell'una e dell'altra parte: è evidente la falsità, pertanto, della frase «ti amo come il primo giorno»12. Ma l'amore di cui parla sia Cristo che la Chiesa deve essere il più perfetto possibile in quanto l'amore di Dio è tutto fuorché incompleto: si capisce dunque perché San Paolo, con un linguaggio oggettivamente duro13 ma che va contestualizzato ai suoi uditori romani, afferma anche che l'uomo deve morire per sua moglie (come Cristo è morto per la Chiesa) e che la moglie debba accettare suo marito (in quanto la Chiesa ha ricambiato l'amore che ha ricevuto dal suo Mistico Sposo). Ovviamente è implicito che l'una e l'altra parte debbano innanzitutto essere ossequiosi della verità (secondo il motto chiaritas in veritate) cosicché, checché se ne dica nei vari circoli femministi, un uomo non può avere un rapporto con sua moglie senza il suo consenso in virtù della sua sottomissione.

La conoscenza e la donazione reciproca, fine ultimo del matrimonio cristiano, implica anche la ricerca della santità, anch'essa reciproca, principio mirabilmente sintetizzato in una frase del Beato Carlo d'Asburgo e sua moglie Zita di Borbone-Parma: «ed ora dobbiamo aiutarci insieme per raggiungere il Paradiso»14.

Questo è l'amore ed il matrimonio cristiano: morire a se stessi in favore della persona che il Signore ha voluto mettergli accanto, ma anche in favore dell'intera collettività in quanto aperti alla prole ed alla ricezione ed allo scambio (con il tipico scambio dare/avere santificato dall'Incarnazione) di doni tra la sfera privata e quella pubblica.

Capito perché i sistemi autoritari cercano in tutti i modi di picconare la famiglia, in primis il matrimonio cattolico?


Francesco Del Giudice

_________________
1 - Senza voler essere polemici, ci sia permesso ricordare a tutti gli Amorisletiziani a noi contemporanei che il matrimonio è sempre stato presente nella discussione teologica come anche nella prassi pastorale della Chiesa: ritenere, ed affermare (cosa ancora più grave, secondo il giudizio della Chiesa) che il matrimonio è stato “riscoperto” solamente con le ultime deu Sinodi e la successiva Esortazione Apostolica Post-Sinodale significa non essere ossequiosi e rispettosi della Tradizione ma anche delle Sacre Scritture, vale a dire di Gesù stesso in quanto «l'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (San Girolamo).

2- Fedeli alle parole di Cristo ed all'insegnamento sempre uguale della Chiesa, non possiamo affermare che la vocazione alla vita consacrata sia uguale a quella matrimoniale, e viceversa. Nella prima, infatti, i vocati intendono seguire l'esempio di Nostro Signore che visse sulla terra povero, casto ed umile, proponendo questo modello di vita ai suoi discepoli. Si tratta differenza oggettiva, e non potrebbe essere diversamente, ma che tuttavia, sul piano soggettivo, non si può porre: ogni essere umano infatti ha una sua peculiare vocazione, ed agli occhi di Dio una coppia ha lo stesso valore di un/a religioso/a. Fedele all'insegnamento del suo Sposo (che è Cristo Signore) la stessa Chiesa, da sempre, canonizza e porta come esempio sia laici (a loro volta sposati, come Aquila e Priscilla, o non sposati, come Pier Giorgio Frassati) che consacrati (siano essi sacerdoti secolari, come il Curato d'Ars, che religiosi, come Teresina di Lisieux).

3 - Così per esempio si espresse fray Martín de Cordoba nel suo El jardín de las nobles donzellas, cfr. Il Giardino delle Nobili Donzelle, Gaspari Editore, p. 79.

4 - Anche in questo caso, visto il clima di tempesta imperante oggigiorno in ambito esegetico e morale, è bene ricordare un piccolo concetto, sebbene di capitale importanza. Questo è un passo della Scrittura, vale a dire di una delle fonti della Rivelazione, non un semplice racconto di eventi passati magari riletti alla luce di diversi eventi epocali che hanno riguardato il Popolo Eletto e poi la Chiesa, Nuovo Israele. Poiché lo afferma la Scrittura, inoltre, non possiamo perdere tempo a discettare sul significato di alcuni insegnamenti morali di Cristo che oggigiorno ci appaiono lontani dall'uso comune: se Dio ha fatto bene ogni cosa, ha anche predicato ed insegnato bene sulla castità, la purezza del matrimonio, la negazione del divorzio, etc. Se queste verità non garbano più al cattolico medio, non è un problema della Scrittura, bensì del fedele che non accetta i significati della Scrittura, tra cui, accanto a quello storico – allegorico – anagogico, vi è anche quello letterale.

5 - Innocenzo III ha scritto un interessante trattato intitolato I quattro tipi di matrimonio in cui, come sinteticamente esposto dalla casa editrice EDIVI, «ci guida per mano, con biblica analogia, nell'ascesa dalla realtà del matrimonio umano alle nozze dell'Incarnazione, e poi allo sposalizio di Cristo con la Chiesa, e infine alla unione di Dio con l'anima»: I quattro tipi di matrimonio. Dialogo tra Dio e il peccatore, EDIVI.

6 - La formula dello scambio del consenso tra i coniugi, infatti, ha il suo centro dell'espressione «con la grazia di Cristo» giacché la Chiesa sa benissimo che senza la Sua grazia difficilmente si potrà adempiere al compito cui gli sposi cristiani sono chiamati. Stessa cosa avviene nella liturgia delle consacrazioni dove, generalmente, l'ordinando pronunci i suoi voti «con l'aiuto di Dio».

7 - Oggigiorno – e questa cosa mi dispiace particolarmente – non sento quasi mai parlare di questa verità la quale invece ci insegna che fin dall'inizio della Redenzione è esistita una coppia di santi e che è possibile guardare a Maria e Giuseppe come modelli da seguire in ogni tempo ed in ogni dove: la presenza del Verbo Incarnato nella loro storia familiare e la loro profonda fede e rettitudine, li ha infatti resi superiori, benché sante, a tutte le altre coppie bibliche, comprese quelle a loro contemporanee (Anna e Gioacchino, Elisabetta e Zaccaria, etc).

8 - I casi sono tantissimi e possono anche essere presenti solamente in alcune circostanze della vita coniugale di queste coppie: i Santi genitori di Santa Teresina di Lisieux (Luigi Martin e Maria Zelia Guerin), ad esempio, furono inizialmente orientati ad un matrimonio giuseppino per poi invece sentirsi chiamati alla completa donazione tra di loro ed alla procreazione. Quanto farebbe bene parlare di questi eroici esempi, assenti invece in questi dibattiti orientati sempre più alla sociologia ed alla psicologia, senza alcun riferimento alla grazia, alle persone divorziate civilmente che vivono una nuova unione!

9 - Già Platone aveva parlato dell'uomo e della donna come mancante l'uno dell'altra. Si tratta a ben vedere di un'evidenza di ragione, a prescindere dal dato di fede, sebbene oggi fortemente avversata dalle teorie del gender.

10 - Senza voler entrare troppo nei particolari, è abbastanza evidente che la moderna cultura sessuale, frutto della rivoluzione del '68 e delle teorie di Frued e Marcuse, vede nel rapporto sessuale un semplice appagamento del desiderio se non addirittura un vero e proprio sfogo, quasi al pari con gli animali. Altrettanto evidente, benché profondamente negata, è la superiorità dell'uomo in ambito pornografico, e sessuale in generale, dove la donna vive una vera e propria condizione di oggetto e di semplice trastullo da parte del maschio dominatore: non sarà un caso se la frase che più ricorre in ex attrici porno (ed è altrettanto emblematico che le attrici pentite sono infinitamente maggiori rispetto agli attori) è sempre la stessa, vale a dire l'essersi «sentita trattare come un semplice corpo».

11 - Fatto questo discorso appare evidente perché la Chiesa condanni, e da sempre!, la contraccezione e la fecondazione in vitro, non solo quella eterologa.

12 - Questo concetto non è mio, ma l'ho fatto mio nel corso degli anni. Molto tempo fa sentii per caso in una trasmissione di Radio Maria questa citazione che era di un famoso sacerdote impegnato nell'apostolato familiare di cui non ricordo il nome: se qualcuno lo conosce e me lo facesse sapere, gli sarei infinitamente grato.

13 - D'altro canto anche gli Apostoli avevano rimproverato Cristo dicendo che il rifiuto del divorzio e del concubinato era un linguaggio duro.

14 - Ringrazio i miei amici Emanuele e Marcella che mi hanno fatto conoscere questa frase inserendola nel loro libretto di matrimonio, celebrato nel 2012.




Se vuoi restare in contatto con noi puoi trovarci su Facebook e su Telegram

Nessun commento:

Posta un commento