mercoledì 7 giugno 2017

Lettera dal fronte: Il fatto doloroso, il concerto soporifero e la landa desolata del nulla...

Dopo i fatti di Manchester arriva subito la reazione, “vuota”, di pop star ormai senza cervello


E dopo la Francia ecco che arriva anche l’Inghilterra. Anche qui arrivano nuovi attentati: sempre di matrice islamica, sempre con lo stesso medesimo copione. Il copione, per intenderci, non è tanto la prassi che seguono i terroristi per i loro gesti, ma tutta la catena di reazioni che seguono dopo un ennesimo fatto contraddistinto da male e violenza. Ancora una volta si riattivano i “pray for” su Facebook (e grazie a Dio questa volta abbiamo evitato le foto con sfondo...), poi le valanghe di commenti da improvvisati intellettuali 2.0, per arrivare infine a un “volemose bene”, questa volta in grande stile. Sì, perché se l’attentato si svolge alla fine di un concerto della famosa pop star Ariana Grande, vale la pena di spendere un bel po’ di energie in più per mettere in scena un’ennesima smielata manifestazione.

Sia chiaro, sulla buona fede di Ariana Grande e colleghi nessun dubbio a riguardo! La ragazza è brava e volenterosa, ha classe e carisma da vendere e il dolore, lo shock per intenderci, lo ha avuto molto chiaro: subito si è prodigata al meglio, a cominciare dai finanziamenti fatti da lei per le famiglie delle vittime per le celebrazioni dei funerali. Una cosuccia non da poco, visto poi lo stop del tour della cantante che ha dichiarato su Twitter: «Distrutta. Dal profondo del mio cuore, mi dispiace davvero, davvero tanto. Non ho parole».

Insomma, anche lei prende il suo momento di silenzio per riflettere su quell'accaduto. Ma Ariana Grande, come tutti noi, è figlia della contemporaneità: figlia dell’informazione incontrollata, delle emozioni incontrollate e dei rapporti social, anche quelli incontrollati; come tale lei ha un certo margine di tolleranza del silenzio, della riflessione sulle cause, e quindi riparte subito all'attacco reagendo, così che il 4 giugno si svolge un altro concerto dal titolo One Love Manchester. Insieme a lei si riuniscono un bel “patibolo” di star internazionali dell'attuale palcoscenico musicale britannico e americano: da Robbie Williams a Liam Gallagher, da Justin Bieper fino a Katy Perry, “tutti uniti contro il male” con la lama “smussata” della musica e delle raccolte fondi per la Croce Rossa Britannica.

Patibolo e lama smussata, il concerto però al fin della fiera è stato questo. Patibolo, perché gli artisti che si sono esibiti sono tanto volenterosi quanto morti intellettualmente, ai limiti dei senza cervello; lama smussata, perché questo One Love Manchester ha una totale assenza di idee, di significati forti e incisivi che non stuzzicano per nulla un'ipotesi minima su quella che è la lotta tra bene e male: «il bene vince? E se sì, perché?», oppure «come si fa a vincere il male? Come si fa a non cedere al male?», e più importante ancora «dopo un fatto così (l’attentato di Manchester) da dove si riparte?».

Andiamo però per gradi. Sui cantanti viene in mente la poca credibilità che ultimamente li ha circondati: non che ci aspettassimo dei santi per carità, però Miley Cyrus che con lo stile di amichetta porcella da film come Scream e So cosa hai fatto (che poi fanno sempre una bruttissima fine tra l’altro …)che si ritrova poi a stare in atmosfere più serie fino a sentirsi spaesata e persa è veramente improponibile; Robbie Williams con i suoi ex colleghi, i Take That, non ci vuole proprio cantare, anzi fa acuti e gorgheggi epici quasi a doverli “sfottere” un’ultima volta; a Justin Bieper la barba proprio non cresce e sembra di rivedere Cristina D’Avena ai tempi dello Zecchino d’Oro (e lo stesso possiamo dire per Niall Horan); le Little Mix vestite in bianco e nero, ma sempre con le cosce di fuori e curve in bella vista; i Black Eyed Peas (senza Fergie per giunta!) si reggono a malapena in piedi, quasi a dargli le stampelle come qualunque anziano da ospizio; infine Liam Gallagher che con il fratello i ponti li ha proprio rotti, proprio non lo perdona.

Concerto sì, ma un minimo di sobrietà, anche solo per ricordare quello a cui si guardava, non era proprio fuori luogo, anzi era proprio necessaria! L’occasione la richiedeva, la circostanza la urgeva. Viene dai postumi di un fatto scioccante, un attentato, non dalle ceneri di un ennesimo “pride” a Roma. Poi però ti soffermi alle canzoni che vengono fatte e li si chiariscono le tante lacune, confusioni e incoerenze del One Love Manchester.

I Take That mettono in campo canzoni come Shine, allegra e immotivata, e la tristissima Giant. Perché triste? Perché ascoltare dei tizi che ti cantano «Eravamo giganti, fin dall'inizio/ In superficie e tutto intorno a noi / Siamo giganti, siamo forti / Ti vedo, ti vedo ballare/ Sul pavimento, nel parco/ Siamo giganti, riesci a sentirlo? /molto più grandi di quanto credevamo »,dopo la morte di 23 persone ti fa un certo senso di incoerenza con la realtà delle cose, come per esempio una nazione, l’Inghilterra, al momento impotente; oppure che infondo tutta questa forza al male, non ci sta, non esiste, se poi l’attentatore è un ragazzo di soli 22 anni...

Poi ecco Pharrell Williams con Happy e Get Lucky. La prima, cantata con Miley Cyrus, che dice «Perché sono felice / Batti le mani se ti sembra di essere una stanza senza tetto / Perché sono felice / Batti le mani se ti senti che la felicità sia la verità / Perché sono felice / Batti le mani se sai cosa è per te la felicità / Perché sono felice / Batti le mani se senti che è quello che vuoi fare». Ma cosa c’è da essere felici con 23 persone uccise? Che cosa è la decantata felicità di cui parla Pharrell? Ehh, chi lo sa? … Di certo non lo sanno i familiari delle vittime, e certamente non lo sa neanche lo stesso Pharrell, che dopo canta con Get lucky: «Come la leggenda della fenice / la nostra fine era l’inzio / Ciò che mantiene il pianeta in movimento / la forza dell’inizio». E che cosa è “la forza dell’inizio?”, e da dove vuoi rinascere? Siamo uomini e non fenici, questo andrebbe ricordato al signor Pharrell.

Arriva Robbie Williams che invece evidenzia il contrario, un negativo con la sua Strong: una canzone che mette in luce una vita disagiata e piena di confusione ed euforie, con il motivetto del “sono sempre giovane” che però si riduce ad un ritornello nichilista con tanto di libertà frustrata: «E tu sai e tu sai/ perché la mia vita è un casino/ e sto cercando di crescere prima/ di essere vecchio voglio confessarlo/ tu pensi che sono forte ma ti sbagli/ ti sbagli/ canterò la mia canzone, la mia canzone». E anche qui, ma quale è il punto? Cosa c’entra con Manchester, con quell'aggressione, con quel dolore e con l’odio di quell'attentatore? E anche qui si fanno solo che rassegnate spallucce … Poi c’è proprio l’incoerenza di fondo di alcune canzoni proprio fuori luogo, che niente hanno a che vedere con una città ferita dal fanatismo islamico. Solo per citarne una, viene in mete la Side to Side proprio di Ariana Grande, che aveva per video una sequenza di corpi sinuosi femminili che si contorcono su cyclette da palestra e in bella vista tette culo di Nicki Minaj, neanche fossimo nei vecchi film di Boldi e De Sica. E Roar di Katy Perry? Ma cosa c’entra con 23 persone uccise e 126 feriti di cui 12 sono bambini sotto i 16 anni?

Ci potremmo dilungare ore ed ore sulla desolazione di idee e proposte che le pop star hanno davanti al male. Sembra che l’unica risposta concreta all’odio sia una goliardia che rasenta il totale egocentrismo di alcuni schizofrenici. Se c’è dietro tanta e valorosa bontà d’animo, davanti però vi è la confusione di chi non ha nulla da offrire se non le utopie tipiche del sentimentalismo. Il succo di questo sta proprio alla fine del percorso di One Love Manchester, quando Ariana Grande prende il microfono e comincia a cantare Somewhere over the rainbow con i virtuosismi di una prima della classe: «Da qualche parte sopra l’arcobaleno, molto, molto in alto/ C’è un paese di cui ho sentito parlare una volta in una ninna-nanna/ Da qualche parte sopra l’arcobaleno, i cieli sono blu/ e i sogni che osi sognare, diventano realtà per davvero».La conclusione quindi, vede una ricerca di una felicità, di un paradiso ipotetico, che non sta però nella realtà, perché cercare la felicità nella realtà è “osare”. Il paradosso è che non vale la pena cercare la felicità nella realtà perché è impossibile, però è possibile nell’utopia. Forse l’unico elemento coerente del concerto è il percorso stesso che si è fatto: arrancando tra soluzioni egocentriche, bacchette magiche alla Mary Poppins che sistema la stanza in disordine, fino al nichilismo di una libertà indisciplinata si arriva proprio all’opposizione realtà – felicità, legando poi quest’ultima all’utopia di chi ha come risposta un confuso se stesso. One Love Manchester è quindi l’ennesima azione soporifera davanti ad un male che sta diventando sempre più quotidiano. Almeno per i ragazzi! I giovani, gli adolescenti sono desiderosi di messaggi forti, di pretese che ti rimettano davanti alla vita quotidiana, che sappiano scuotere la noia. La verità di tutto ciò sta paradossalmente nell’esperienza dello stesso attentatore: Salman Ramadan Abedi (questo è il nome dell’attentatore) era un ragazzo di 22 anni! Ci dovrebbe venire la paura nel pensare di che carica, anche solo emotiva nella sua follia, ha il fondamentalismo dell’Isis che riesce a persuadere un ragazzo a dare la vita uccidendone altrettante intorno a sé.

Riguardando il concerto di Manchester, non si può fare a meno di ritrovarsi nuovamente con il triste dato di fatto che esiste un’urgenza di significato a cui l’Occidente, tra artisti e intellettuali, non sa più come rispondere; un Occidente sempre più stretto tra una dilagante cultura del nulla (da lui stesso prodotta per giunta e supportata...) e la violenza persuasiva dell’Isis.

Per concludere, e vale la pena sottolinearlo alla fine, per One Love Manchester hanno partecipato anche i Coldplay, che hanno cantato Viva la vida e Fix you. Soffermiamoci un momento su questa e ascoltiamo:

«Quando le lacrime si versano sul tuo viso/ quando perdi qualcosa che non puoi rimpiazzare/ quando ami qualcuno ma tutto va perduto/ potrebbe andar peggio?/ Le luci ti guideranno a casa/ e accenderanno le tue ossa/ ed io proverò a consolarti».

Perché questa era, insieme a Viva la vida, forse la sola è più vera canzone che si poteva ascoltare questi giorni? Perché al momento è la cosa più vera che si può chiedere: da un lato il desiderio concreto di poter dare qualcosa per consolare l’altro ferito, anche se il tentativo va male (agli artisti hanno avuto comunque il merito di averci provato!); dall'altro il ricordare la presenza di un luogo, una casa, dove poter trovare la consolazione. Finché non perderemo questo, il male potrà ancora non essere l’ultima parola e il nulla non essere la nostra unica prospettiva per difenderci.


Antonello Di Nunno




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