giovedì 9 marzo 2017

Lettera dal fronte: Dacci oggi la nostra eresia quotidiana/01: Donatismo strisciante e pelagianesimo dilagante

Il Cardinale del Sacco ha deciso di far partecipi i suoi 12 lettori di tutta una serie di riflessioni che fa ogni volta che si reca a Messa in qualche Chiesa ma anche più in generale ogni volta che è costretto ad ascoltare o frequentare il mondo cattolico che conta. Perché si sa: il bene non fa notizia e nostro Signore ci ha ammonito severamente: «guai a quando parleranno bene di voi». Attenzione però: queste riflessioni (di cui questa è solamente la prima e si spera che con l’aiuto di Dio proseguiranno) ci devono portare ad ammette una profonda quanto amara verità: è facile entrare nell'eresia perché è opera del Nemico che si traveste da angelo di luce. Non giudichiamo pertanto, ma vigiliamo, esortiamo ed ammoniamo cercando di assomigliare quanto più possibile ai grandi Dottori ed ai Santi catechisti e predicatori ma ancor di più alla Vergine Maria (cui spetta il titolo di vincitrice di tutte le eresie) per poter affermare sempre la Verità ma senza mai vantarcene ed appropriarcene indebitamente.


Vi è mai capitato di sentire qualche parroco, se non addirittura qualche Vescovo, che vi invitano a partecipare alle riunioni per il nuovo Anno Pastorale? E quanti sacerdoti dedicano fondi e tempo ad organizzare e gestire calendari e foglietti delle attività della loro Parrocchia? Ma, similmente, vi sarete sicuramente imbattuti in parroci (magari li stessi di cui sopra) che si preoccupano della preparazione della Messa che celebrano, oppure che affermano che la Messa ed i sacramenti vanno vissuti in Parrocchia e non dove si vuole. Ma, d’altro canto, non vi sono anche laici che compiono veri e propri pellegrinaggi domenicali anche di svariati km per poter partecipare alla Messa con il gruppo di cui fanno parte perché lì si sta meglio?

Mi sembra giusto spoilerare dove voglio andare a parare perché – non neghiamo – noi per primi agiamo in questo modo, dicendo e facendo esattamente ciò che ho appena descritto. Comportamenti di questo genere, se fatti coscienziosamente e in maniera volontaria, ci piaccia o non ci piaccia, denotano una tendenza pelagiana e donatista sia nelle anime da cui lo abbiamo appreso che dalla nostra che magari ci crede.

Ma, attenzione, questo deve essere fatto in maniera cosciente e volontaria e deve riguardare anche un’attitudine più profonda: il giudizio proprio e il voler intendere la religione ed i sacramenti solo, o almeno in via esclusiva, da un punto di vista sentimentalistico. Di per se, infatti, le affermazioni fatte poc'anzi sono giuste ed i comportamenti descritti, se presi per il giusto verso, sono identici all'agire di fior fiore di Santi (che, dunque, non erano eretici). Ma, per l’appunto, devono essere prese e vissute per il giusto verso, che potremmo definire con il termine sentire cum Ecclesia a cui, ovviamente, si contrappone il giudizio proprio causa di molti (se non tutti: dimentichiamo sempre che sia il peccato degli Angeli che dei Progenitori riguardò la superbia) peccati.

Mi spiego meglio per non attirare su di me le ire funeste del buon cattolico che va a Messa (beato lui) dove sa di trovare un sacerdote che celebra degnamente o che si adopera nelle molteplici attività parrocchiali, ma anche dei progressisti (figli e nipoti di tutti gli eretici della bimillenaria storia della Chiesa in quanto il modernismo è la sintesi di tutte le eresie) che hanno già capito cosa voglio dire (si sa: i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce...).


Il donatismo si sviluppò in Africa sul finire del IV secolo anche come conseguenza delle ultime quanto terribili persecuzioni anticristiane. I seguaci di questa vera e propria chiesa scismatica affermavano che i sacramenti celebrati da sacerdoti o ministri lapsi non erano validi: con il termine lapso si indicavano quei cristiani che durante le persecuzioni, generalmente per paura, avevano abiurato Cristo per poi chiedere il perdono e il reintegro nella Chiesa una volta cessate le ondate di persecuzione. In poche parole, i donatisti affermavano che la santità personale inficia quella del sacramento cosicché un’Eucarestia celebrata da un lapso sarebbe stata meno valida e meno santa di quella celebrata da un confessore della fede. Allo stesso modo, si cercava di non ammettere più nelle celebrazioni e nelle comunità i lapsi perché avrebbero intaccato la santità della Chiesa. Come vedete si tratta di un’eresia che, lungi dall'essere una discussione inutile e vaga, era invece molto concreta affascinando intere comunità cristiane e ponendo le Chiese locali una contro l’altra: da una parte i santi, dall'altra i peccatori. Contro di essi si scagliò Sant'Agostino, cui bisogna riconoscere il merito di aver sconfitto questa eresia e di aver fatto progredire ancora di più la Chiesa nella comprensione della Rivelazione. La risposta di Agostino è semplice e, in quanto tale, è geniale: il ministro che celebra un qualsiasi Sacramento è solamente il mezzo che Dio usa per dispensare la grazia tra gli altri uomini. Uomo come gli altri, conosce anch'egli le tentazioni: il suo status di consacrato non lo lascia al riparo di peccati anche gravissimi. Ma la santità e la validità dei sacramenti non possono dipendere dalla singola persona in quanto significherebbe ammettere l’imperfezione dell’opera di Dio che si legherebbe indissolubilmente al valore degli uomini. I sacramenti invece valgono e sono perfetti di per sé, e non dipendono dal celebrante se non dalla necessaria materia e forma degli stessi in quanto Cristo è l’unico ed eterno sacerdote e lo Spirito Santo è colui che li attua nella Chiesa rendendola sempre santa.


Se Donato parlava di purezza dovuta a comportamenti riguardanti la fede, Pelagio (grosso modo negli stessi anni) poneva invece la salvezza quasi unicamente nei mezzi umani cancellando o fortemente diminuendo il carattere proprio del peccato originale e della redenzione operata da Cristo: Agostino sconfisse anche quest’altra eresia, forse meno attraente del donatismo ma molto più perniciosa in quanto essenzialmente pratica. Pelagio affermava infatti che il sacrificio di Cristo avesse un valore di tipo emulativo e che l’uomo potesse salvarsi e giustificarsi da solo senza l’aiuto, o con solamente una minima traccia, della grazia: la salvezza sarebbe stata riposta solamente nelle azioni che, insieme ad un comportamento rigido e severo, avrebbero apportato i meriti necessari alla salvezza. Agostino seppe dimostrare invece che il motore iniziale di ogni grazia è lo Spirito Santo e che, pertanto, ogni volta che l’uomo compie del bene accetta docilmente e liberamente la volontà di Dio: le sue azioni sono comunque meritorie perché rispondono al mandato di Cristo e rinnegano la natura umana che rifiuta la compassione e la misericordia. La grazia, dunque, è data da Dio a tutti gli uomini che si salvano sia per la propria fede che per le loro opere, non solo per l’una o per l’altra: la grazia va richiesta e va accettata in quanto dono gratuito e libero di Dio che vuole che ogni creatura si salvi.

È evidente, fatta questa lunga digressione storico-teologica, come il donatismo ed il pelagianesimo siano presenti, sebbene negati, nella vita quotidiana della Chiesa e che tutti noi siamo portati, volenti o nolenti, ad applicare queste due categorie nel nostro approcciarci sia ai sacramenti che nella pratica delle opere di misericordia. Donatismo e Pelagianesimo, secondo il sottoscritto, infatti, non so che due facce della stessa medaglia, vale a dire la pretesa indipendenza ed autoesaltazione dell’uomo nei confronti di Dio; queste due eresie, molto gravi perché seducenti e facilmente attuabili, sono inoltre lo specchio della prima eresia in assoluto che è il peccato degli angeli: Lucifero infatti non negò Dio nella sua ribellione, ma lo rifiutò come suo Signore (disse infatti non serviam e non non credo) dichiarando di essere egli il padrone di sé stesso. Se, infatti, io sono buono, e mi ritengo tale vantandomene anche, le mie azioni saranno buone: ma se sono un buon sacerdote, i sacramenti che io celebro saranno logicamente buoni (= donatismo). Vieppiù: se io sono buono, a cosa mi serve la grazia? In quanto buono non potrò che operare il bene e quindi mi procurerò da solo i mezzi per la salvezza: il problema della validità dei sacramenti è superato dal fatto che io mi salvo per il fatto di non commettere il male (= pelagianesimo). È interessante notare inoltre che il pelagianesimo si diffonda successivamente, sebbene di pochi anni, al donatismo e non viceversa: si tratta infatti di un approdo logico per una teoria fortemente elitaria e suadente. È doveroso accennare, poi, che il liberalismo potrebbe essere un valido compagno di viaggio nel liberalismo moderno e contemporaneo in quanto la libertà personale e la libera iniziativa in ogni campo (in ambito spirituale = americanismo) è posta come metro assoluto di giudizio e di condotta di vita.

Riflettiamoci un attimo e spostiamo queste questioni al nostro martoriato XXI secolo: non sentiamo spesso i nostri pastori affermare che nella mia parrocchia facciamo questo, facciamo quest’altro etc e che tutto va bene? Similmente i nostri vescovi non affermano ormai da un paio di decenni lo slogan meno messe [numericamente intese] e più messa [intesa come espressione di fede matura, etc etc]? E non pensate anche voi che si sta cavalcando su due staffe, la cattolica e la donatista o la pelagiana? In campo laicale inoltre gli esempi sono altrettanto numerosi, a cominciare da alcuni fedeli che rifiutano categoricamente la confessione sacramentale da sacerdoti che conoscono oppure che, viceversa, evitano di confessarsi da sacerdoti che non appartengono al loro movimento. E in fin dei conti ognuno di noi spesso e volentieri tende a cadere nell'uno o nell'altro caso: non neghiamolo ma neanche meravigliamoci più di tanto in quanto il demonio come un leone si muove attorno a noi per sbranarci. È corretto invero parlare di semi-donatismo e semi-pelagianesimo od anche di atteggiamenti donatisti o pelagiani in quanto nessuno di noi crede e professa liberamente, coscienziosamente e volontariamente l’una e l’altra teoria.

Ma dobbiamo stare attenti e vigilare, dosando sapientemente il rapporto che esiste (è innegabile) tra coscienza soggettiva e fatto oggettivo, tra verità di fede e atto pratico.

In campo donatista. Sono costretto a partecipare a sacramenti celebrati in maniera oggettivamente indegna? Certo che no. Ma non sono neanche tenuto a ritenermi più santo degli altri uomini per il fatto che non partecipo a quelle che spesso sono tutto tranne che messe cattoliche. Io prima di tutto devo riformare la mia vita, cercando la maniera più degna possibile (perché la perfezione è solo di Dio) di celebrare e vivere i misteri liturgici e della fede e conseguentemente pregare affinché anche i miei fratelli capiscano e vivano quanto più fedelmente la loro vita e, se sacerdoti, il loro servizio alla Chiesa. Questo significa che devo tacere? No, affatto: ammonire i peccatori e consigliare i dubbiosi rimangono due valide opere di misericordia spirituale, ma non posso neanche farlo in maniera violenta (perché potrebbe dare scandalo) né ritenendomi meglio degli altri. Da dove prendo queste considerazioni? Dalla parabola evangelica del pubblicano al tempio.

In ambito pelagiano. Non devo più partecipare alle attività (culturali, artistiche, sociali, caritatevoli) nella mia parrocchia per non peccare di pelagianesimo? No, certo che no. Semplicemente bisogna dedicare (almeno) lo stesso tempo ad opere di natura spirituale in quanto una cosa sola è quella che vale. Il giusto atteggiamento per evitare la perniciosa eresia del pelagianesimo ce lo da il Vangelo: Marta e Maria, non solo Marta né solo Maria, tant'è che anche le suore di clausura sono tenute alle pratiche di carità ed alle opere di misericordia.

Guardiamo a Maria, umile e alta più di ogni altra creatura, e chiediamole la grazia di poter sempre dire la verità ricordandoci tuttavia che essa ci è stata data dall'alto e che non è nostra, e da lei prendiamo esempio. Non c’è stato infatti miglior teologo sulla terra che la Vergine: ella dice che grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente. Non nega pertanto il fatto che è grande ma neanche ha la pretesa di essere grande da se stessa. Ella è grande perché Dio l’ha beneficata di tutte le grazie. E lei, umilmente, le ha accettate. Non le ha né pretese né richieste indebitamente. Se avesse negato l’una o l’altra verità non sarebbe stata veritiera.

In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas (unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in ogni casa) deve essere il nostro motto per non cadere in queste come nelle altre eresie.


Cardinale del Sacco




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