giovedì 6 ottobre 2016

Cinematografo dell'alpino: Alla ricerca di Dory - Dory alla ricerca di Dory

Il nuovo film Pixar tra animazione e romanzo di formazione


Lo si capisce anche solo guardando il corto che per la Pixar il cinema d’animazione non è solo botteghino e incassi, ma qualcosa di più: è passione che arriva alla più alta forma di ambizione. Cioè quella di mettere in scena un’opera che ha ancora il coraggio anche solo di lasciare un’ipotesi su quelle che sono le grandi questioni della vita; di descrivere, tramite una vera e propria “poesia” delle immagini, quelli che sono i sentimenti che ci ritroviamo addosso. Su questo lo studio di animazione fece anche di più: prese alcuni di questi sentimenti e li fece protagonisti veri e propri di un film, Inside Out per l’appunto, che ci ha tenuto attaccati per un bel po’ di tempo sugli schermi a riflettere proprio sulla natura di questi.

Ma qui però parliamo del suo ultimo lungometraggio. Alla ricerca di Dory (Finding Dory in originale) prosegue su questo filone di storie ambiziose, e gli riesce benissimo. Il merito va dato anche al regista Andrew Stanton, che ha saputo districare una nuova trama definita sempre sullo stile del suo precedente (Stanton infatti è stato il regista anche di Alla ricerca di Nemo) ma imprimendo bene le nuove questioni che questa tiene. Come nella prima pellicola infatti la storia si dirama sui temi del viaggio e della ricerca di qualcuno, però a dettare la differenza, in modo da non ritrovarsi una replica spiccicata del precedente, sono gli elementi di riflessione: il primo film era la ricerca di un padre del proprio figlio, qui invece c’è una figlia, Dory appunto, che cerca la sua famiglia. Differenza non minimale come sembra: la ricerca dei genitori diventa infatti la perfetta metafora di una vera e propria ricerca dell’origine che meravigliosamente la Pixar traduce in una vera e propria ricerca di sé, una ricerca dell’io. C’è anche altro in gioco ovviamente: c’è sottesa l’idea di una realtà buona e provvidenziale, buona, che passa proprio nello sguardo della protagonista, a volte un po’ ingenuo per carità, che riesce sempre a cogliere un positivo; su questo si collegano anche gli altri due protagonisti, il pesce pagliaccio Marlin e il nuovo personaggio di Hank il polpo: il primo che sotto lo sprone del figlio vuole anche lui imparare quella positività, quel modo di agire tipico della sua amica, mentre il secondo, più riluttante, che imparerà a mettere da parte i suoi progetti per un rapporto che per lui è illuminante su tutto, anche su ciò che non va. Bellissima è anche la descrizione che il film dà sulla “memoria”: non più trattata come semplice custodia dei ricordi, qui è una bussola che direziona, indica la strada da seguire, e soprattutto è lo strumento che aiuta capire la relazione tra il nostro agire e la realtà che ci circonda. Va aggiunto che inoltre Dory è un personaggio che nella sua caratterizzazione (che nel corso del film sembra sempre acquisirne di nuovi) sa tenere bene in sé tutto l’impianto tematico della pellicola: è ingenua e allo stesso tempo acuta, è smemorata ma sa capire l’importanza della memoria, transita dai ritmi comici a quelli più riflessivi con una grande naturalezza.

Il tutto passa poi per quelli che sono i due pilastri della Pixar: un’animazione che sa toccare vertici di altissimo realismo e uno humor genuino (quasi un mix di comicità americana anni 50’ e di pungente acume come nelle vignette dei Peanuts). Per la realizzazione grafica la casa di produzione della California non trascura nulla: la resa grafica è perfetta, gli sfondi sono curati bene e non sono mai monocromatici, alcuni elementi toccano punte di realismo di grande perfezione (le fontane dove saltellano Marlin e Nemo, per esempio, sembrano quasi vere), le scene che si svolgono sul fondo dell’oceano danno l’impressione allo spettatore che queste siano girate dentro l’oceano vero.

Alla ricerca di Dory è un'altra perla che si aggiunge alla lista dei tanti altri capolavori targati Pixar (che d’altronde ha come suo minimo il “bellissimo”): un film che coniuga la semplicità delle storie per bambini con i temi dei grandi romanzi di formazione. Ed è vero quando vedi l’ultima scena del film che lascia lo spettatore con una massima che traspare nello sguardo dei due protagonisti davanti all’oceano aperto (quel “grande blu” del primo Alla ricerca di Nemo): davanti a te si staglierà sempre un grande e immenso mistero che però, nell’amicizia con uno, puoi guardare con tenerezza e fiducia.

Per finire va anche sottolineato il corto che precede il film: Piper. Una piccola storia che però saprà coinvolgervi e prepararvi al meglio, come un ottimo “antipasto” per il lungometraggio vero e proprio.


Antonello Di Nunno






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