venerdì 26 agosto 2016

Come eravamo: La carità costruisce sempre

L'intervento di don Luigi Giussani durante l'incontro con alcuni adulti di CL del Friuli, in occasione del decimo anniversario del terremoto (in Luigi Giussani, L'avvenimento cristiano, BUR 2003, p.81-86).

DI FRONTE AL BISOGNO
Ogni uomo di buona volontà, di fronte al dolore e al bisogno, immediatamente si mette in azione, si mostra capace di generosità.

Ma i suoi tentativi di risposta alle necessità del momento rischiano, al di là della generosità pur lodevole, un ultimo velo di autocompiacimento o un'ultima ombra di tristezza. Il contributo dell'uomo di buona volontà risolve, forse, quel momento, ma dopo? Dopo non è impedita la possibilità che un altro dolore o un bisogno nuovo insorgano.

L'uomo può realizzare qualcosa nel momento tragico, ma, se non si lascia trascinare via distratto dall'urgenza dell'azione, capisce che le sue energie sono impotenti di fronte — diciamo la parola vera — al male (perché anche il terremoto è un male, è un male come la morte). Certo, il male ha una radice che precede qualsiasi manipolazione e che si situa nella scompostezza originale, il peccato originale da cui la Bibbia dice siano nati tutti i disagi dell'uomo; tuttavia possiamo facilmente constatare un'altra scompostezza, evidenziata dal fatto che potrebbero essere molto attenuati il dolore dell'uomo, l'angustia e le necessità, solo se fossimo più coerenti, cioè più stretti gli uni agli altri, e anche più coerenti con quello che giudichiamo giusto e ammettiamo come ideale.

UNITÀ DI POPOLO
Questa tristezza ultima deve essere superata, e viene superata di fatto (come la magnifica, complessa e variegata opera del volontariato dimostra) dalla coscienza di un'appartenenza. Nell'appartenenza la persona compie l'esperienza di una coesione, di una coerenza delle cose, in cui la sua vita si situa acquistando un significato. Si tratta proprio di un senso non riconducibile alla breve dimensione del tempo e dello spazio — della nostra esistenza, in fondo — da noi stessi misurabile, ma che la supera infinitamente. Ecco, solo nell'esperienza di questa coesione incomincia ad albeggiare all'orizzonte della nostra coscienza la percezione di un significato del tempo, positivo nonostante tutto, di qualcosa di più grande e di più forte del male e dell'angustia del presente.

Ecco perché è fattore prezioso nella storia quella coesione, quella coerenza — quella coscienza di appartenenza — che si chiama «nazione». Così come preziosa è la memoria della tradizione di solidarietà popolare vissuta nel passato: essa conferma l'urgenza che tale coesione e tale coerenza non siano abbandonate. Simile sentimento di popolo è la sorgente più viva, la risorsa più grande per ogni rinascita umana, personale e sociale. E infatti l'unità di popolo che fa storia, ed è la coscienza d'appartenere a essa che conferisce a ogni singolo contributo — anche se tragicamente limitato nella sua impotenza di fronte al male, alla profondità del bisogno o alla gravità di una disgrazia — un senso positivo, non vano. La coscienza dell'appartenenza elimina l'impressione della vanità degli sforzi.

All'azione del volontariato, al gesto di solidarietà, è sottesa una fondamentale domanda: «Per che cosa faccio questo? in nome di che?». La solidarietà è una caratteristica istintiva della natura dell'uomo (poco o tanto); essa tuttavia non fa storia, non crea opera fin tanto che rimane un'emozione o una risposta reattiva a un'emozione; e un'emozione non costruisce. Ciò che costruisce è la risposta cosciente alla domanda: «Per che cosa aderisci a questa urgenza di solidarietà?». E sarà per un'appartenenza ideologica, o per l'appartenenza a una realtà religiosa...; è, per noi, per l'appartenenza al mistero del fatto cristiano nel mondo.

L'appartenenza struttura l'impeto della generosità e ne rende più permanenti gli effetti.

È stato detto a riguardo della ricostruzione del Friuli dopo il terremoto: «Si sono ricreate le mura, ora bisogna ricreare il focolare». Il focolare, immagine-simbolo della cultura e della storia di questo popolo. Ma che fare se molto è stato dissolto, strappato via dal vento tempestoso di cui il terremoto è stato come connivente?

CULTURA E CARITÀ.
Forse la parola cultura è la più indicata per entrare in argomento. Una cultura lega il particolare alla totalità; è «colta» una posizione se tenta di collegare il momento all'orizzonte totale delle cose (perciò, per sua natura, ogni cultura deve tendere a essere cattolica, cioè universale, altrimenti non è vera cultura). In questo punto si colloca il contributo che noi dobbiamo dare con chiarezza, passione e umiltà. Il gesto di solidarietà, che originalmente è un'adesione commovente all'aspetto buono dell'umana natura, si collega a qualcosa di più grande, viene assunto e ricollocato in un orizzonte più vasto.

L'altra parola da dire è carità. Nelle chiese si canta: «Dacci un cuore, Signore, grande per amare»: abbiamo il cuore di Dio fatto uomo come esempio dell'orizzonte cui deve corrispondere la nostra azione. La carità aggiunge alla solidarietà la consapevolezza di una imitazione del mistero dell'essere che è legge per l'uomo, sicché essa dispone la personalità dell'uomo ad agire con tutte le sue forze, con tutta l'intelligenza e l'affezione di cui è capace.

Allora la carità è un'opera. Rende la solidarietà un'opera, in quanto crea un soggetto nuovo. La solidarietà, se rimane legata alla reattività, non crea ancora un soggetto: chiunque, posto di fronte al dolore, istintivamente avverte un senso di pietà, di compassione, ed è mosso alla solidarietà. Ma ciò, di per sé, non crea un soggetto. Solo la coscienza del Destino ultimo, la coscienza dell'ampiezza totale di appartenenza che l'uomo sente in sé, fa di una persona un soggetto.

Soggetto equivale a dire: creatore. L'uomo diventa creatore, cioè immaginatore e realizzatore di opere. L'opera esige un soggetto.

La carità, dunque, riconduce l'uomo alla ragione ultima del suo agire, la quale soltanto conferisce alle cose quella permanenza, quell'eternità senza cui non c'è positività reale, né si dà vera costruzione, non si danno «opere».

EDUCAZIONE ALLA TOTALITÀ
In questa percezione di sé l'individuo, sollecitato nella sua capacità di compassione dall'incontro con un bisogno umano, acquista un'educazione, si stabilizza in un habitus permanente: come si comporta di fronte al bisogno, così incomincia a capire che allo stesso modo deve comportarsi con sua madre, con suo padre, con la moglie, con il marito e con i figli, con tutti. Quando l'impegno con il bisogno non rimane pura occasione di reazione compassionevole, ma diventa carità, l'uomo diviene per l'altro uomo compagno di cammino. Diventa un cittadino nuovo.

Così il cristiano è un cittadino e un compagno di cammino che proprio nella fede e nella speranza ha la sorgente di quel senso di appartenenza grande, la carità, che porta ovunque, in tutte le circostanze e gli impegni della sua vita di relazione.

Un aspetto particolare, ma molto importante, va ancora sottolineato. La solidarietà è impetuosa per sua natura, ed è difficile che non sia unilaterale, è impossibile cioè che non si fissi esclusivamente sul bisogno che l'ha destata. Se invece l'azione buona, se l'offerta di solidarietà è dettata dal senso di appartenenza al mistero di Dio in cui consiste la carità, allora l'intervento cerca di tenere presente la totalità dei fattori in gioco. Simile lealtà con il dato di fatto nella sua interezza non è cosa semplice né istintiva, è una pazienza di cui solo un amore sicuro rende capaci, un amore fondato sulla positività di tutto, sulla certezza che nulla va perso.

Infatti, la carità fa diventare l'impeto umano della solidarietà realmente immaginativo e creativo. Nella carità l'uomo, mosso dal bisogno e dalla necessità in cui la Provvidenza lo fa imbattere, genera opere proprio in quanto la sua azione non si limita al particolare che lo commuove, ma tende a farsi carico in modo più adeguato, più buono e più giusto, della totalità del contesto. E la totalità del contesto è senza misura, ha come orizzonte la totalità stessa dell'uomo.

Quanto più un soggetto è vivo e cosciente, tanto più, sollecitato da qualsiasi bisogno, risponde secondo una preoccupazione totale, cioè una preoccupazione religiosa. Questa dimensione religiosa che sostiene il soggetto e la pazienza di considerare tutti quanti i fattori in gioco, devono essere oggetto della formazione dei giovani.

È assai significativo e commovente l'esempio di continuità che hanno saputo offrire gli amici del Friuli. La continuità è il segno che l'attività acquista la dignità di opera: proviene da un soggetto veramente umano, cioè cosciente dell'ampiezza della sua appartenenza e del suo destino, e incide stabilmente nella storia.

La carità soltanto produce qualcosa che non ha fine. Non soltanto non verrà meno come virtù, come assicura san Paolo, ma ciò che essa compie ha proprio come caratteristica intrinseca di non venir mai meno. La carità dà alla solidarietà una ragione per cui tutta la vita, tutto lo sguardo che l'uomo porta sul cosmo, sulla storia e sull'eterno diventa opera: l'opera di Dio.

È commovente trovarsi fianco a fianco con tanti volontari, tanti uomini generosi che possono non avere questa consapevolezza cristiana. Ma nella consapevolezza cristiana si chiarisce la vera ragione per cui anch'essi si muovono. E così si rinnova l'evidenza del fatto che la fede cristiana è la vera coscienza dell'umanità.



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