sabato 14 maggio 2016

Come eravamo: Politica «cristiana» e stato laico

Questo testo fa parte di "La politica, per chi, per cosa", supplemento a "il Sabato" n. 22 del 30 maggio 1987, p. 32-35
 Dall'intervista a monsignor Giacomo Biffi a cura di Angelo Scola da «30 giorni» febbraio 1987 

Ma lei come definirebbe lo scopo primario del cristiano impegnato in politica? Dianzi, in altro contesto, ha usato il termine «cristianità». 

Non è esattamente lo stesso problema, perché il cristiano impegnato in politica non deve mai dimenticare che noi viviamo in una società pluralistica e quindi la cristianità non può coincidere con la società. Intanto non coincide di fatto, storicamente, e questo già pone la parola «fine» al problema. Ma neppure dal punto di vista dei concetti deve coincidere, perché va sempre salvata la libertà dell'atto di fede; e ciò comporta anche la libertà di perdere la fede senza che per questo si sia danneggiati nei diritti civili. Non è quindi sovrapponibile il problema della cristianità con quello della costruzione della polis. 
L'impegno politico consiste nell'organizzare i rapporti umani secondo giustizia; questo deve essere fatto alla luce dei principi cristiani, perché è chiaro che le politiche sono diverse a seconda della concezione dell'uomo che si ha. E qui si inserisce il problema degli «altri». Per me il rischio principale dell'uomo politico cristiano è quello di confondere il momento strettamente «politico» di contrattazione con gli «altri», col momento culturale, di elaborazione delle soluzioni. Perché se l'uomo politico cristiano — supponiamo che appartenga al partito di maggioranza relativa e che abbia dunque bisogno dell'apporto di altre forze — pensa alla soluzione dei problemi sociali e politici già in termini di compromesso, il rischio è che a poco a poco perda la sua identità. Invece lui deve pensare innanzitutto alle soluzioni giuste per un cristiano; dopo penserà a «trattare» con gli altri. Ritengo che una buona parte dei guai del partito dei cattolici italiani derivi dalla confusione tra questi due momenti. 

Queste sue affermazioni riecheggiano quei famosi discorsi del cardinale Giovanni Colombo in S. Ambrogio sullo stato laico e sull'identità cristiana, cui lei ha dedicato un interessante libretto edito da Piemme. Oggi lo stato laico è in fondo una prospettiva a carattere mondiale... 

Lo stato deve essere laico anche in un'ottica cristiana. Laico significa che non abbia e non imponga una propria ideologia. Deve certamente poggiare su un patrimonio di valori ideali comuni (senza il quale non è possibile né la Carta dell'Onu né la Costituzione italiana), ma non deve spingersi molto oltre. Qual è il vero problema a riguardo? È che oggi noi non siamo sufficientemente laici. 

Perciò la battaglia per la laicità dello stato è una battaglia che l'uomo politico cristiano deve combattere... 

Sì, perché stato laico è quello che realizza, per esempio, una libertà scolastica effettiva e su questo punto il nostro stato è nato, e rimane, confessionale, in senso laicista. Ma direi che tutta la lotta politica dopo l'unità d'Italia ha assunto connotati di guerra di religione. Tutti i partiti oggi in Italia sono «religiosi », hanno una fisionomia totalizzante. In questo senso la necessità del rapporto dei cattolici con la Democrazia Cristiana non deriva tanto dalla Dc, ma dal «confessionalismo» di tutti gli altri partiti. Lo si vede in ogni questione in cui sono in gioco dei valori. Non capisco nemmeno perché il sindaco debba, come fa, prendere posizione a favore dell'aborto o dell'ora di religione; vuol dire che persegue un progetto ideologico. In sintesi direi che il problema della militanza politica dei cattolici va risolto tenendo conto di due fattori: il primo è che di fatto tutti gli altri partiti italiani sono un po' integristi e sono portatori di una concezione che si oppone direttamente a quella cristiana; il secondo è l'esistenza di un patrimonio sociale e ideale cristiano che non si può semplicemente buttar via. 

Ma in una situazione come quella da lei delineata, cioè in cui lo stato laico è più una chimera che una realtà, come si configura la questione del potere per i cattolici? 

Di fronte alla realtà effettuale la tentazione è sempre quella di agire come hanno agito gli altri, solo in senso simmetricamente opposto. Credo che si debba resistere a questa tentazione. In ogni caso ritengo che la battaglia per lo stato laico sia già, implicitamente, proporre parte della dottrina sociale cristiana. Perché il paradossale della nostra situazione è questo: la dottrina sociale cristiana va perfettamente d'accordo con uno stato laico rettamente inteso, mentre non mi pare proprio che le altre posizioni abbiano a riguardo la stessa facilità. 

Ma insomma, un cristiano il potere lo deve creare? 

Perché dovrebbe demonizzare il potere? Certo, il potere politico è frutto del peccato originale e quindi non ci sarà più nella Gerusalemme celeste. Però è uno di quei fattori che servono per poter vivere in questo mondo. L'autorità politica, data la sua origine, è sempre un po' ottusa ai valori dello Spirito, ma non può essere condannata in se stessa. Non è che la visione anarchica sia sbagliata; essa è solo in anticipo, perché è nella Gerusalemme celeste che non ci sarà più bisogno dell'autorità politica. Ma oggi è necessaria. In questa ottica non vedo perché l'uomo politico cattolico non debba avere il potere; il problema è di riuscire a esercitarlo secondo i principi cristiani. 

C'è qualche garanzia per poterlo fare? 

Di certo non garanzie automatiche. Ritengo che l'uomo politico cristiano debba sempre rifarsi alla concezione dell'uomo; e tra l'altro, è a quel livello che può sperare di coinvolgere anche altri. Non può citare la Santissima Trinità per risolvere i problemi politici, né tanto meno credere di trovare nel Vangelo soluzioni prefabbricate: questo è integrismo. Invece la vera natura dell'uomo la può tirare in ballo, perché a lui è nota anche per Rivelazione, ma è accessibile alla comprensione di tutti. 

In presenza di uno stato più confessionale che laico la tentazione di privatizzare il fenomeno religioso è molto forte... 

È molto forte perché è debole l'altro polo necessario, quello dell'identità cristiana. Vedo due grandi tentazioni: quella di chi accentua l'identità cristiana e costruirebbe, se solo ci riuscisse, lo stato confessionale cristiano e che pensa troppo allo stato laico trascurando la propria identità.




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