giovedì 12 maggio 2016

Come eravamo: CL sono io, che cosa hai da dire su di me?

Nel gennaio 1977 si tenne a Roma l'Equipe del CLU, gli appunti che ne sono rimasti sono raccolti nel volume “Dall’utopia alla presenza” nel quale si rimise al centro la parola “presenza”, questa rappresentava un metodo diverso di stare dentro le situazioni e dentro la propria condizione umana.

Riporto qui i punti conclusivi, definiti da Giussani “le categorie più importanti emerse dalla assemblea”, con cui ha chiuso la sintesi intitolata “Nella condizione universitaria” (da pag. 96 a 99)


  1. «La comunità va bene se è incontrabile» (intervento di Medicina di Milano). È chiaro che questo implica ciascuno fin nel midollo delle ossa. Il primo fattore implicato sei tu, quando la comunità è resa incontrabile; questa affermazione è concreta, se corrisponde a una coscienza di sé, se vive un'autocoscienza. «Questa coscienza deve ormai erompere» (intervento di Bari) secondo quelle dimensioni famose del libretto verde che fareste bene tutti a riprendere, vale a dire la dimensione culturale, caritativa, e missionaria. Ciò comporta anche una valorizzazione culturale, come nei primi anni di GS era evidente, per la coscienza di unità semplice e reale, anche se non ancora scaltra, che esisteva. Non c'è autocoscienza, se davanti a un'espressione mondana non si è in posizione critica autentica, cioè capace di giudizio. Prima di tutto, allora, la comunità deve essere incontrabile, memoria oggettiva: i nostri rapporti sono creati dalla coscienza del mistero di Cristo che c'è tra di noi. Ciò genera un soggetto che non può non reagire baldanzosamente, perché questa è la vittoria che vince il mondo: la fede. Questa baldanzosità non è schiacciare sotto i piedi gli altri, ma è valorizzare ciò che di buono c'è e piegare con forza e con gusto la menzogna.

  2. Seconda categoria da meditare, è il punto più sintomatico: «L'oggi della propria vita è il movimento» (intervento di Macerata). Un nostro amico lavoratore, metalmeccanico, ha detto che, quando nella sua fabbrica accusavano CL, rispondeva: «CL sono io, che cosa hai da dire su di me?». È la persona che ha dinanzi a sé il significato della propria vita: questo è il movimento. Allora si capisce benissimo che, da una parte, questa persona è presenza, dall'altra, genera la comunità.
  3. L'intervento dell'Accademia di Macerata diceva: «Uno decide di fare un'assemblea di lavoro, senza che la comunità glielo detti»: questo è l'inizio del Movimento Popolare, perché il Movimento Popolare prende quota nella misura in cui la persona diventa matura, presenza operativa dov'è. Tutto in essa dice di essere legata alla comunità, ma tutta l'opera è di sua spettanza, di sua responsabilità. Tutta la persona è protesa a verificare in immagine concreta i criteri che impara da discepola attenta, secondo una sequela che non abbandonerà più per tutta la vita, secondo un amore, una capacità di sacrificio e di mortificazione a un'unità a cui essa appartiene; ma l'opera fatta con questi criteri è sua. Fin quando la comunità è in università, in un ambiente omogeneo, allora è la comunità che si esprime, perché sarebbe equivoco che un pezzo facesse una cosa a prescindere dalla comunità, quando la comunità ne fosse implicata. Ma ci sono dei livelli da tenere presenti, come per esempio il livello degli eletti negli organi universitari, in cui una giusta distinzione è ormai visibile. Ci scaltriremo su questa distinzione nel tempo, però non ditemi che non esistono già dei criteri perché essa sia posta.
    In questo senso in università il livello degli eletti, come espressione dei Cattolici Popolari o dell'azione politica concreta, deve avere gusto sufficiente per poter realizzare, ideare e pretendere, qualcosa che serva a tutta la situazione italiana o a un determinato livello di questioni e di persone. Non importa se c'è ancora una terra di nessuno, ci importa avere questa distinzione imposta dal concetto di persona.

  4. L'apertura ai cristiani, apertura del Fatto cristiano, come valorizzazione dei carismi degli altri, secondo quelle coordinate che l'intervento di Napoli ha posto in luce:

    a) nettezza di proposta del Fatto cristiano: annuncio;

    b) magnanimità nell'intuire e valorizzare i carismi e le capacità anche di persone che non appartengono alla nostra comunità;

    c) richiamo e confronto su contenuti concreti (didattica, rapporto con docenti, eccetera).

  5. La conseguenza di questa personalità rinnovata, e perciò di questa comunità continuamente rifondata, è un gusto nuovo nello studio e nell'attività in università. Diceva l'intervento di Roma: «La comunità è quindi il luogo in cui ciascuno di noi è educato a essere "presenza", cioè ad avere una capacità autonoma di generare una speranza nelle persone che incontra. Così in ciascuno di noi è nato un interesse culturale che prima tanti richiami avevano faticato a suscitare». È infatti approfondendo l'essenziale che lo specifico si ingrandisce, come il ramo in una pianta.

  6. L'ultima considerazione ci è offerta dall'intervento di Sassari, a proposito della legge 183 per le università meridionali. Questo intervento specifica ulteriormente quanto già detto al punto 2: una personalità che diventa matura sa assumersi, a un livello staccato da quello della comunità immediatamente, con responsabilità e creatività, i problemi e i bisogni oggettivi della situazione in cui vive, intervenendo (fosse anche da sola) a determinare forme per una convivenza sociale e civile più giusta.




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