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sabato 5 agosto 2017
venerdì 4 agosto 2017
Conversazione al fronte: Intervista a don Paolo Gariglio: Per stare ai fatti, oltre ogni mistificazione ideologica
«Costruire
un cancello fra me e loro? No, piuttosto li accolgo per salvarli
dalla droga»
30 luglio 2017. È una luminosa Domenica d’estate, cammino sul sentiero di un bel bosco, qui in Alta Valle di Susa, precisamente a Château Beaulard. Al mio fianco, vi sono Valentina, Gabriele e Diego, tre dei tanti giovani cresciuti da don Paolo Gariglio. Oggi saranno le mie guide: mi stanno accompagnando ad intervistare don Paolo, presso la casa in montagna dove da anni il grande sacerdote di Nichelino accoglie tutti i membri della comunità, offrendo turni di esercizi spirituali, vacanze o formazione, secondo le esigenze specifiche di ciascuno.
Mentre saliamo, i tre mi parlano delle opere del don, di cosa ha fatto per loro e per tanti coetanei. Scopro così che questi è un vero asso della Carità. Ha fondato la comunità Nicodemo, è stato delegato per i giovani della Federazione Italiana Esercizi Spirituali. Ha lanciato i Cursillos di Cristianità a Torino nel 1982, insieme ad un grand'uomo, Ernesto Pozzi. Ha realizzato l’Engim, un’associazione senza fini di lucro finalizzata alla formazione professionale dei giovani e dei lavoratori. Ha portato in Piemonte la pregevole esperienza della Federazione Scout d’Europa. Ha fondato la testata free-press Nichelino comunità, distribuita in numero di 23.000 copie, e la radio omonima. Ha realizzato la rivista spirituale Il vento. Mi dicono che è perfino pilota d’aerei. Nel frattempo ha anche trovato il tempo per scrivere una trentina di libri. Insomma, a metà tra don Bosco, San Giuseppe Cafasso, il leggendario aviatore Francesco Baracca e il Murialdo.
Mi sono spinto così in alto per far conoscere il vero don Paolo, contro le tante polemiche unilaterali e manipolazioni sorte nei giorni scorsi attorno al suo libro Ti amo: la sessualità raccontata agli adolescenti. L’altezza ove mi trovo, in cima alla conca di Bardonecchia, sembra simboleggiare la meta che ogni homo viator-religiosus - non accecato da ideologie invalidanti - deve raggiungere per vedere la realtà, la Verità oltre ogni apparenza.
Arriviamo in tempo per la Messa e troviamo il don pronto ad accoglierci paternamente. È uscito da poco dall'ospedale, anzi, il giorno prima di essere dimesso: «I miei giovani non potevano aspettare». Intanto che lo dice scorgo nei suoi occhi, segnati dal tempo, ma vividi come il suo acume, una gioia immensa. Assisto alla Santa Messa, che conclude il campeggio dei lupetti-scout d’Europa. Dopo pranziamo in un’atmosfera familiare, merito della dedizione dei volontari addetti alla cucina e dell’allegria portata dalle famiglie presenti. Mi trattano come uno di loro, figlio e fratello. Mi si dà anche l’occasione di scorgere cosa sia qui il “dialogo interreligioso”, grazie al bel rapporto tra il don, la comunità e il cuoco musulmano, che partecipa alle attività dei campeggi e vive nella canonica della Santissima Trinità di Nichelino. Entrambe le parti rifiutano il sincretismo: i cattolici sono fieri del “fatto cristiano” che li rende Figli di Dio, il mussulmano della propria religione. Si stimano, amando la propria specificità. Finito il pranzo, don Paolo mi ospita nel suo studio; inizia l’intervista.
Cos'è per lei l’educazione?
L’educazione per me è tentare di ripetere ciò che faceva don Bosco. È avere un cuore che ama. Sapete che l’amore è agape ed eros; agape, cioè, amore materno, della madre che ama i suoi bambini, amore fontale, come l’Amore di Dio. E poi, eros, cioè amore paterno, puro e appassionato – anch'esso come l’Amore di Dio –, persino artistico, che, attraverso il “metodo preventivo”, diventa capace di togliere da davanti il naso dei ragazzi tutto ciò che li può pervertire, mostrando loro tutto ciò che li può entusiasmare verso la luce, verso l’Alto.
Ci può parlare della comunità terapeutica Nicodemo?
Nel 1977, ero parroco di Nichelino, da oltre un anno, dopo dieci anni di servizio presso la parrocchia di San Luca, e mi sono reso conto del problema, enorme, della droga. Alla fine di quell’anno, il consiglio pastorale, che esisteva da poco, propose – pensa, con il mio consenso di parroco –, di costruire una grande cancellata davanti alla chiesa nuova della Santissima Trinità. Perché? Di notte alcuni ragazzi e ragazze andavano ad urinare davanti al portone della chiesa.
Progettavamo di costruire la cancellata in ferro per allontanare quei giovani. Ad un certo punto, sono rientrato in me stesso e ho pensato al muro di Berlino, che allora era ancora in piedi e divideva le persone: «Ma come, mi difendo da questi ragazzi? Quanto costa, 18.000.000 di lire? No, non voglio il cancello che divide. Con questi soldi apro un alloggio in Via Toti, sempre a Nichelino, e incomincio a raccogliere i ragazzi di notte». Venivano a prendere il caffè e noi li invitavamo a dormire nelle quattro stanze che avevamo a disposizione. Così è nata la comunità Nicodemo, che ho trasportato pure a Château per sette anni, quasi otto. E mentre accoglievo questi ragazzi, mi sono venute in aiuto le suore vincenziane, grazie a due grandi figure: suor Giuseppina e suor Lucia.
Ci racconti qualcosa dell’esperienza come delegato per i giovani della Federazione Italiana Esercizi Spirituali...
Mi sono interessato alla Federazione su invito del suo stesso fondatore, l’allora vescovo di Alessandria, Monsignor Almici. Così, per decenni sono stato dapprima consigliere e poi delegato per i giovani.
La scorsa settimana, ha sollevato tante polemiche la distribuzione di un suo libro ai giovani delle parrocchie di Nichelino, all'interno delle attività estive; cosa può dirci a proposito?
Secondo me il libro va bene. Però se l’editore decidesse di ristamparlo, come ho già detto a chi, con “trabocchetto”, mi ha intervistato precedentemente, userei un altro tipo di linguaggio per non dare l’impressione di voler offendere alcuno; e lo farei sempre alla luce di quanto il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna.
Ha parlato di “trabocchetto”, che cosa vuol dire?
Il trabocchetto, magari fatto in buona fede, consiste in questo: mentre sono in ospedale con tutte le mie flebo, che non mi hanno permesso di seguire 3-4 giorni di polemica - sapevo niente -, mi telefona il vicario episcopale per le comunicazioni sociali della Diocesi di Torino, il mio amico don Livio De Marie, esprimendomi la sua solidarietà e chiedendomi se accettavo di fare una chiacchierata ed eventualmente rispondere ad alcune domande di un giornalista, suo carissimo amico. Naturalmente ho detto di sì, che chiamasse pure.
Quando mi ha telefonato, il suo carissimo amico, ha incominciato a parlarmi della sua vita: «Siamo quasi colleghi, perché sono ex prete»; io gli ho detto: «Non officerai, ma rimani comunque prete in eterno. Allora, abbiamo gli stessi studi. Cosa dici di questo mondo che si diluisce, scioglie, dove i principi nascono dalle emozioni? Noi che abbiamo una cultura solida, granitica con 5.900 anni di storia sacra, di rivelazione divina, non abbiamo qualcosa da dire? Però, siamo troppo taciturni, come se non l’avessimo. E non solo; diversi uomini di Chiesa non aiutano ad esprimersi in tal senso e lasciano soli i preti, i laici, che con una debole protezione subiscono le pressioni della cultura liquida, sempre pronta a metterli sotto accusa».
Lui mi ha detto: «Bene» e poi ha aggiunto: «Veniamo alla domanda. Rifarebbe il libro?». Ho risposto con quanto ho asserito prima.
Poi ci salutiamo mandandoci tanti abbracci e augurandoci di incontrarci presto. L’indomani ricevo la telefonata di molte persone, le quali mi fanno notare che l’intervistatore ha manipolato le mie affermazioni.
Qual è la tesi centrale del suo libro Ti amo: la sessualità raccontata agli adolescenti?
I principi dell’amore cristiano secondo il catechismo della Chiesa Cattolica.
Perché è importante educare i giovani ad una corretta concezione della sessualità?
Perché se taciamo, li educano gli altri. E se sarà la civiltà liquida ad educarli, salterà la famiglia e quindi il genere umano.
Un’ultima domanda don Paolo, cosa intende per civiltà liquida?
Rispondo con due piccoli esempi. Da una parte vi sono alcuni che chiedono di legittimare l’eutanasia per Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo; al contempo, vi sono altri che accusano la Chiesa e le autorità civili di non aver fatto abbastanza per evitare l’uccisione di Charlie Gard. Dunque, dobbiamo far morire le persone o dobbiamo farle vivere?
Questa schizofrenia fa emergere la confusione che rende liquida la nostra civiltà. Non a caso, essa vive di principi in negativo: divorzio, aborto, nuovi “tipi” di famiglia, eutanasia. I quali vengono imposti con il dominio psicologico delle masse; e chi osa esprimere contrarietà verso ciò, è subito bollato come nemico pubblico. Siamo tornati al periodo del terrore imposto dalla rivoluzione francese. Ma – ripeto – se noi taciamo, altri educheranno i nostri giovani. E a rischio non vi è soltanto la fede, ma l’uomo stesso, il genere umano.
30 luglio 2017. È una luminosa Domenica d’estate, cammino sul sentiero di un bel bosco, qui in Alta Valle di Susa, precisamente a Château Beaulard. Al mio fianco, vi sono Valentina, Gabriele e Diego, tre dei tanti giovani cresciuti da don Paolo Gariglio. Oggi saranno le mie guide: mi stanno accompagnando ad intervistare don Paolo, presso la casa in montagna dove da anni il grande sacerdote di Nichelino accoglie tutti i membri della comunità, offrendo turni di esercizi spirituali, vacanze o formazione, secondo le esigenze specifiche di ciascuno.
Mentre saliamo, i tre mi parlano delle opere del don, di cosa ha fatto per loro e per tanti coetanei. Scopro così che questi è un vero asso della Carità. Ha fondato la comunità Nicodemo, è stato delegato per i giovani della Federazione Italiana Esercizi Spirituali. Ha lanciato i Cursillos di Cristianità a Torino nel 1982, insieme ad un grand'uomo, Ernesto Pozzi. Ha realizzato l’Engim, un’associazione senza fini di lucro finalizzata alla formazione professionale dei giovani e dei lavoratori. Ha portato in Piemonte la pregevole esperienza della Federazione Scout d’Europa. Ha fondato la testata free-press Nichelino comunità, distribuita in numero di 23.000 copie, e la radio omonima. Ha realizzato la rivista spirituale Il vento. Mi dicono che è perfino pilota d’aerei. Nel frattempo ha anche trovato il tempo per scrivere una trentina di libri. Insomma, a metà tra don Bosco, San Giuseppe Cafasso, il leggendario aviatore Francesco Baracca e il Murialdo.
Mi sono spinto così in alto per far conoscere il vero don Paolo, contro le tante polemiche unilaterali e manipolazioni sorte nei giorni scorsi attorno al suo libro Ti amo: la sessualità raccontata agli adolescenti. L’altezza ove mi trovo, in cima alla conca di Bardonecchia, sembra simboleggiare la meta che ogni homo viator-religiosus - non accecato da ideologie invalidanti - deve raggiungere per vedere la realtà, la Verità oltre ogni apparenza.
Arriviamo in tempo per la Messa e troviamo il don pronto ad accoglierci paternamente. È uscito da poco dall'ospedale, anzi, il giorno prima di essere dimesso: «I miei giovani non potevano aspettare». Intanto che lo dice scorgo nei suoi occhi, segnati dal tempo, ma vividi come il suo acume, una gioia immensa. Assisto alla Santa Messa, che conclude il campeggio dei lupetti-scout d’Europa. Dopo pranziamo in un’atmosfera familiare, merito della dedizione dei volontari addetti alla cucina e dell’allegria portata dalle famiglie presenti. Mi trattano come uno di loro, figlio e fratello. Mi si dà anche l’occasione di scorgere cosa sia qui il “dialogo interreligioso”, grazie al bel rapporto tra il don, la comunità e il cuoco musulmano, che partecipa alle attività dei campeggi e vive nella canonica della Santissima Trinità di Nichelino. Entrambe le parti rifiutano il sincretismo: i cattolici sono fieri del “fatto cristiano” che li rende Figli di Dio, il mussulmano della propria religione. Si stimano, amando la propria specificità. Finito il pranzo, don Paolo mi ospita nel suo studio; inizia l’intervista.
Cos'è per lei l’educazione?
L’educazione per me è tentare di ripetere ciò che faceva don Bosco. È avere un cuore che ama. Sapete che l’amore è agape ed eros; agape, cioè, amore materno, della madre che ama i suoi bambini, amore fontale, come l’Amore di Dio. E poi, eros, cioè amore paterno, puro e appassionato – anch'esso come l’Amore di Dio –, persino artistico, che, attraverso il “metodo preventivo”, diventa capace di togliere da davanti il naso dei ragazzi tutto ciò che li può pervertire, mostrando loro tutto ciò che li può entusiasmare verso la luce, verso l’Alto.
Ci può parlare della comunità terapeutica Nicodemo?
Nel 1977, ero parroco di Nichelino, da oltre un anno, dopo dieci anni di servizio presso la parrocchia di San Luca, e mi sono reso conto del problema, enorme, della droga. Alla fine di quell’anno, il consiglio pastorale, che esisteva da poco, propose – pensa, con il mio consenso di parroco –, di costruire una grande cancellata davanti alla chiesa nuova della Santissima Trinità. Perché? Di notte alcuni ragazzi e ragazze andavano ad urinare davanti al portone della chiesa.
Progettavamo di costruire la cancellata in ferro per allontanare quei giovani. Ad un certo punto, sono rientrato in me stesso e ho pensato al muro di Berlino, che allora era ancora in piedi e divideva le persone: «Ma come, mi difendo da questi ragazzi? Quanto costa, 18.000.000 di lire? No, non voglio il cancello che divide. Con questi soldi apro un alloggio in Via Toti, sempre a Nichelino, e incomincio a raccogliere i ragazzi di notte». Venivano a prendere il caffè e noi li invitavamo a dormire nelle quattro stanze che avevamo a disposizione. Così è nata la comunità Nicodemo, che ho trasportato pure a Château per sette anni, quasi otto. E mentre accoglievo questi ragazzi, mi sono venute in aiuto le suore vincenziane, grazie a due grandi figure: suor Giuseppina e suor Lucia.
Ci racconti qualcosa dell’esperienza come delegato per i giovani della Federazione Italiana Esercizi Spirituali...
Mi sono interessato alla Federazione su invito del suo stesso fondatore, l’allora vescovo di Alessandria, Monsignor Almici. Così, per decenni sono stato dapprima consigliere e poi delegato per i giovani.
La scorsa settimana, ha sollevato tante polemiche la distribuzione di un suo libro ai giovani delle parrocchie di Nichelino, all'interno delle attività estive; cosa può dirci a proposito?
Secondo me il libro va bene. Però se l’editore decidesse di ristamparlo, come ho già detto a chi, con “trabocchetto”, mi ha intervistato precedentemente, userei un altro tipo di linguaggio per non dare l’impressione di voler offendere alcuno; e lo farei sempre alla luce di quanto il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna.
Ha parlato di “trabocchetto”, che cosa vuol dire?
Il trabocchetto, magari fatto in buona fede, consiste in questo: mentre sono in ospedale con tutte le mie flebo, che non mi hanno permesso di seguire 3-4 giorni di polemica - sapevo niente -, mi telefona il vicario episcopale per le comunicazioni sociali della Diocesi di Torino, il mio amico don Livio De Marie, esprimendomi la sua solidarietà e chiedendomi se accettavo di fare una chiacchierata ed eventualmente rispondere ad alcune domande di un giornalista, suo carissimo amico. Naturalmente ho detto di sì, che chiamasse pure.
Quando mi ha telefonato, il suo carissimo amico, ha incominciato a parlarmi della sua vita: «Siamo quasi colleghi, perché sono ex prete»; io gli ho detto: «Non officerai, ma rimani comunque prete in eterno. Allora, abbiamo gli stessi studi. Cosa dici di questo mondo che si diluisce, scioglie, dove i principi nascono dalle emozioni? Noi che abbiamo una cultura solida, granitica con 5.900 anni di storia sacra, di rivelazione divina, non abbiamo qualcosa da dire? Però, siamo troppo taciturni, come se non l’avessimo. E non solo; diversi uomini di Chiesa non aiutano ad esprimersi in tal senso e lasciano soli i preti, i laici, che con una debole protezione subiscono le pressioni della cultura liquida, sempre pronta a metterli sotto accusa».
Lui mi ha detto: «Bene» e poi ha aggiunto: «Veniamo alla domanda. Rifarebbe il libro?». Ho risposto con quanto ho asserito prima.
Poi ci salutiamo mandandoci tanti abbracci e augurandoci di incontrarci presto. L’indomani ricevo la telefonata di molte persone, le quali mi fanno notare che l’intervistatore ha manipolato le mie affermazioni.
Qual è la tesi centrale del suo libro Ti amo: la sessualità raccontata agli adolescenti?
I principi dell’amore cristiano secondo il catechismo della Chiesa Cattolica.
Perché è importante educare i giovani ad una corretta concezione della sessualità?
Perché se taciamo, li educano gli altri. E se sarà la civiltà liquida ad educarli, salterà la famiglia e quindi il genere umano.
Un’ultima domanda don Paolo, cosa intende per civiltà liquida?
Rispondo con due piccoli esempi. Da una parte vi sono alcuni che chiedono di legittimare l’eutanasia per Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo; al contempo, vi sono altri che accusano la Chiesa e le autorità civili di non aver fatto abbastanza per evitare l’uccisione di Charlie Gard. Dunque, dobbiamo far morire le persone o dobbiamo farle vivere?
Questa schizofrenia fa emergere la confusione che rende liquida la nostra civiltà. Non a caso, essa vive di principi in negativo: divorzio, aborto, nuovi “tipi” di famiglia, eutanasia. I quali vengono imposti con il dominio psicologico delle masse; e chi osa esprimere contrarietà verso ciò, è subito bollato come nemico pubblico. Siamo tornati al periodo del terrore imposto dalla rivoluzione francese. Ma – ripeto – se noi taciamo, altri educheranno i nostri giovani. E a rischio non vi è soltanto la fede, ma l’uomo stesso, il genere umano.
mercoledì 2 agosto 2017
martedì 1 agosto 2017
Lettera dal fronte: Lettera aperta al Sindaco di Rivoli
Egr. Sig. Sindaco Franco Dessì,
purtroppo mentre le scrivo la vicenda del piccolo Charlie si è già conclusa con l'epilogo peggiore.
Un bambino inglese di 11 mesi, ostaggio di una medicina incapace di prendersi cura del più debole e di una giustizia cieca che ha cacciato fuori dalle aule dei tribunali il diritto alla vita, senza il quale tutto cade e nessun altro diritto regge, viene soppresso con un atto eutanasico perché si considera inutile una vita che non abbia prospettive di guarigione o di miglioramento della “qualità” della vita.
La mobilitazione, che ha coinvolto anche Papa Francesco e il presidente degli U.S.A., è stata grande in modo particolare in Italia e questo è stato un segnale chiaro di quanto molte persone non vogliano assolutamente arrendersi alla "cultura dello scarto".
Quanto è accaduto a Charlie è un attentato all'intera umanità che viene ferita da un atto orrendo ancor più perché compiuto per legge e per decisione delle autorità di uno Stato che si arroga il diritto di stabilire quando una vita non è più dignitosa.
Per questo motivo ritengo che fosse importante l'iniziativa proposta a tutti i comuni italiani di illuminare di blu un simbolo della città. Abbiamo sinceramente sperato che anche il Comune di Rivoli, nel quale viviamo come cittadini e operiamo come volontari, decidesse di lanciare questo segnale, che certamente non avrebbe cambiato il destino di Charlie, ma che comunque sarebbe rimasto un'importante testimonianza di quanto anche l'amministrazione rivolese consideri fondamentale la tutela di ogni vita umana, ancor più se debole, malata e indifesa e soprattutto un aberrante delitto privare della vita un disabile in quanto tale.
Purtroppo dobbiamo prendere atto con sincero dispiacere che non solo il Comune di Rivoli non si è unito ai diversi comuni italiani che invece hanno accolto la proposta, ma addirittura la nostra richiesta inviata via mail il 10 luglio e sollecitata personalmente, non ha ricevuto alcuna risposta.
Solo pochi mesi fa siamo stati onorati di ricevere dalle sue mani la Benemerenza e confidavamo che questo riconoscimento pubblico potesse tradursi in effettiva considerazione per ciò che siamo e di condivisione dei valori che quotidianamente e gratuitamente sosteniamo e difendiamo. Sapendo poi quanto lei condivida la nostra posizione sul principio della tutela della vita umana, come ribadito in tante occasioni private, non le nascondo che un po' questo silenzio ci sorprende e ci rattrista.
Vogliamo ancora sperare però che si sia trattato solo di una svista, per cui mi auguro che almeno a questa lettera aperta lei desideri rispondere e certamente non mancherà occasione per un confronto diretto sul tema. A proposito la invito ufficialmente domenica 17 settembre alle 16:30 presso il Salone della Parrocchia S.M. della Stella, quando affronteremo il tema del fine vita alla presenza di due esperti. Mi auguro che lei possa presenziare e magari accordarci il patrocinio del Comune per tale importante iniziativa.
Con stima e rispetto le auguro un buon lavoro per il bene comune che siamo certi potrà tradursi anche in una concreta collaborazione tra il Comune e la nostra Associazione per la tutela e la valorizzazione del primo e indisponibile valore: la vita umana.
Cordiali saluti
Claudio Larocca
pres. Cav-Mpv Rivoli
purtroppo mentre le scrivo la vicenda del piccolo Charlie si è già conclusa con l'epilogo peggiore.
Un bambino inglese di 11 mesi, ostaggio di una medicina incapace di prendersi cura del più debole e di una giustizia cieca che ha cacciato fuori dalle aule dei tribunali il diritto alla vita, senza il quale tutto cade e nessun altro diritto regge, viene soppresso con un atto eutanasico perché si considera inutile una vita che non abbia prospettive di guarigione o di miglioramento della “qualità” della vita.
La mobilitazione, che ha coinvolto anche Papa Francesco e il presidente degli U.S.A., è stata grande in modo particolare in Italia e questo è stato un segnale chiaro di quanto molte persone non vogliano assolutamente arrendersi alla "cultura dello scarto".
Quanto è accaduto a Charlie è un attentato all'intera umanità che viene ferita da un atto orrendo ancor più perché compiuto per legge e per decisione delle autorità di uno Stato che si arroga il diritto di stabilire quando una vita non è più dignitosa.
Per questo motivo ritengo che fosse importante l'iniziativa proposta a tutti i comuni italiani di illuminare di blu un simbolo della città. Abbiamo sinceramente sperato che anche il Comune di Rivoli, nel quale viviamo come cittadini e operiamo come volontari, decidesse di lanciare questo segnale, che certamente non avrebbe cambiato il destino di Charlie, ma che comunque sarebbe rimasto un'importante testimonianza di quanto anche l'amministrazione rivolese consideri fondamentale la tutela di ogni vita umana, ancor più se debole, malata e indifesa e soprattutto un aberrante delitto privare della vita un disabile in quanto tale.
Purtroppo dobbiamo prendere atto con sincero dispiacere che non solo il Comune di Rivoli non si è unito ai diversi comuni italiani che invece hanno accolto la proposta, ma addirittura la nostra richiesta inviata via mail il 10 luglio e sollecitata personalmente, non ha ricevuto alcuna risposta.
Solo pochi mesi fa siamo stati onorati di ricevere dalle sue mani la Benemerenza e confidavamo che questo riconoscimento pubblico potesse tradursi in effettiva considerazione per ciò che siamo e di condivisione dei valori che quotidianamente e gratuitamente sosteniamo e difendiamo. Sapendo poi quanto lei condivida la nostra posizione sul principio della tutela della vita umana, come ribadito in tante occasioni private, non le nascondo che un po' questo silenzio ci sorprende e ci rattrista.
Vogliamo ancora sperare però che si sia trattato solo di una svista, per cui mi auguro che almeno a questa lettera aperta lei desideri rispondere e certamente non mancherà occasione per un confronto diretto sul tema. A proposito la invito ufficialmente domenica 17 settembre alle 16:30 presso il Salone della Parrocchia S.M. della Stella, quando affronteremo il tema del fine vita alla presenza di due esperti. Mi auguro che lei possa presenziare e magari accordarci il patrocinio del Comune per tale importante iniziativa.
Con stima e rispetto le auguro un buon lavoro per il bene comune che siamo certi potrà tradursi anche in una concreta collaborazione tra il Comune e la nostra Associazione per la tutela e la valorizzazione del primo e indisponibile valore: la vita umana.
Cordiali saluti
Claudio Larocca
pres. Cav-Mpv Rivoli
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