venerdì 9 settembre 2016

Lettera dal fronte: La nuova dipendenza dell'Irlanda dalle corporazioni che "sfuggono" al fisco

You can find the original english version in "Letter from the front: Ireland's new dependency on tax avoiding corporations"

Di John Waters

Per sua gentile concessione. Questo articolo, in origine, fu pubblicato tre anni fa nella posta dell'Irish Sunday, acquisisce una rinnovata chiarezza sulla scia del recente ordine della Commissione europea, che condanna Apple a pagare un risarcimento fiscale di 13 miliardi di €, più interessi, al governo irlandese - e il governo irlandese cerca di rifiutare.


Strano che, anche se nella 'vita reale' le parole 'evasione' e 'fuga' significano la stessa cosa, in materia fiscale siano distinguibili in un modo che può essere espresso in una formula giuridica. La fuga dal fisco sfrutta strumenti legali per piegare il regime fiscale al proprio vantaggio; l'evasione fiscale ricerca lo stesso scopo attraverso mezzi illegali.
Tali sottigliezze sono ora ciò che proteggono l'Irlanda dall'acquisire una reputazione internazionale di paradiso fiscale, a cui le società azzeccagarbugli guardano con interesse, al fine di frodare il proprio stato di provenienza di enormi quantità di denaro.

Seguendo le varie discussioni inerenti alle controversie fiscali di Apple, Yahoo e Google, susseguitesi a intermittenza in questi ultimi anni, ho notato che da tempo il nostro dibattito pubblico non è più in grado di esprimere un chiaro principio morale in questo settore.

Una commissione del Senato americano ha rivelato che nel 2012 Apple ha pagato solo il 2% di imposta sui 74 miliardi di dollari di guadagni raccolti all'estero, grazie soprattutto allo sfruttamento di una scappatoia nel sistema fiscale irlandese. Nel Regno Unito le vendite di Google erano del valore di 3,2 miliardi di sterline, ma la maggior parte sono state instradate attraverso l'Irlanda, e così nel 2011 ha versato solo 6 milioni di sterline per l'imposta sulle corporazioni.

In tal modo, ci siamo compromessi. Siamo diventati così dipendenti da quelle società spregiudicate che un commentatore più 'coraggioso' di me potrebbe sostenere che ormai nessuno ha l'obbligo morale di pagare le tasse

Dopo tutto, se Google, Yahoo e Apple possono versare una miseria allo Stato irlandese, o addirittura niente, quale base morale potrebbe impedire ai cittadini più abbienti di fare diversamente? Inoltre, dal momento che è ormai palesemente chiaro che tali organizzazioni hanno utilizzato l'Irlanda come un servizio di lavanderia in mare aperto, come può l'Agenzia delle Entrate irlandese mantenere una faccia seria quando chiede che i semplici cittadini, già duramente pressati, paghino una nuova tassa sul tetto che hanno sopra alla testa? L'idea di un obbligo morale per il pagamento delle tasse sembra sempre più una finzione, se non una presa in giro, per togliere l’attenzione dal fatto che le tasse sono pagate dai deboli, perché hanno paura di andare in prigione, e trattenute dai ricchi che hanno il potere di evitarle. Se abbastanza persone inizieranno a vedere che il pagamento delle tasse è governato da una selezione, l’intera base della nostra economia collasserà, e questo, ovviamente, è una vista poco piacevole.

La pioggia di rivelazioni che ne è seguito negli ultimi anni è stato il culmine inevitabile di 20 anni di politica industriale di dubbia moralità, che ha contaminato le falde acquifere del buon senso della vita pubblica irlandese. In più, ha dettato una direzione politica che ha portato a trascurare le risorse naturali, a vantaggio di un'economia parassitaria, e ha costretto l'Irlanda a centellinare con parsimonia le briciole che cadevano e cadono dal tavolo delle multinazionali.

Questo stato di cose può essere fatto risalire alla relazione Culliton del 1992, preparata da una lobby di consulenze politico-industriali per l'allora ministro dell'Industria e del Commercio, Des O'Malley. Quel gruppo spazzò via tutte le proposte a favore di un modello industriale autoctono, diretto dall'impegno irlandese, favorendo solo politiche in grado di attrarre i produttori di sostanze chimiche e di sviluppo tecnologico; offrendo le più basse imposte d'Europa.

All'apparenza, ha avuto successo. Nel 1994, la crescita economica era salita del 6%, rispetto ai livelli di sostanziale stagnazione di un paio di anni prima. Ma sotto la superficie si nascondeva il fatto che l'Irlanda avesse sviluppato un'economia a due velocità - l'economia ad alte prestazioni TNC (the transnational corporation. NdR: multinazionali) e il modello indigeno, piuttosto lento, intento a succhiare l’ultima mammella della politica pubblica. Con l'inizio del nuovo millennio, le multinazionali o sei volte di più dei profitti di un decennio prima, ottenendo il 90% degli utili societari nell'economia irlandese. Molte aziende locali, d'altra parte, stanno lottando per rimanere in attività. Tanti all'estero guardavano e guardano con stupore le statistiche irlandesi, ignari, però, della realtà sotto la superficie.

E, naturalmente, la maggior parte dei profitti delle TNC vennero tolti dall'economia irlandese alla prima occasione. Si pensi che nel 1983, i rimpatri di profitto estero rappresentavano solo il 3% del PIL; alla fine degli anni ‘90, erano saliti al 40%. Ovviamente, un’economia con questo tipo di predisposizione avrebbe fatto di tutto per trattenere i propri clienti stranieri, visti quasi come benefattori. Benefattori solo all'apparenza, visto che la frusta in mano la tenevano quando si trattava di fissare la misura delle aliquote fiscali.

Quindici anni fa parlai delle implicazioni dannose delle multinazionali che operavano in Irlanda. Molte di loro non hanno solo inquinato il paesaggio irlandese e transnazionale, giocherellando con il sistema fiscale, hanno anche permesso ai politici d evitare la patata bollente della responsabilità per il benessere a lungo termine della società irlandese.

L'impressione che emerge è che la scala della creatività fiscale di Apple e Google sia una sorpresa, ma era già noto alla fine degli anni ‘90, appunto, che molte TNC sfruttavano vigorosamente il nostro regime a bassa fiscalità. Non a caso, due terzi delle multinazionali americane che operano qui sono state accusate di tenere due serie di registri - uno a fini fiscali e l'altro, segreto, per valutare le loro effettive attività. Da tempo la nostra classe politica fa finta di non essere a conoscenza delle manovre delle molte società straniere con sede irlandese che importano materie prime dalle loro case madri a costi notevolmente ridotti, se non nominali, ed esportano i prodotti finiti a prezzi gonfiati. Così, una percentuale di gran lunga maggiore del costo di tali prodotti ha beneficiato della bassa aliquota fiscale irlandese, più di quanto sarebbe opportuno. Passaggio noto come 'transfer pricing'.

Un argomento molto in voga negli anni ‘90 era che le multinazionali sostenevano l'economia irlandese attraverso legami di business con le aziende autoctone. Ma uno studio dell'Enterprise Ireland su 2.667 aziende irlandesi, fatto nel 1999, rilevò che solo 174 di queste fornivano servizi alle TNC e la maggior parte di questi erano erogati attraverso l'imballaggio e il materiale stampato.

Di volta in volta, ci raccontavano che la presenza in Irlanda del TNC era una buona cosa - soprattutto per il lavoro che portavano. In realtà, come abbiamo visto, non era e non è così, perché in ultima analisi essa mina le basi stesse della nostra comunità, per svilire i principi attraverso quali i cittadini sono stati preparati a contribuire, secondo le loro possibilità, al bene comune.

L'Irlanda possiede grandi ricchezze sia in termini di cultura sia di risorse naturali. La nostra terra è tra le più fertili d'Europa, il nostro clima è particolarmente adatto per l'agricoltura, la nostra pesca è tra le migliori al mondo. Soprattutto, le nostre tradizioni letterarie e musicali hanno provocato l'invidia del mondo.

Il nostro problema principale, tuttavia, è che abbiamo quasi zero rispetto per quello che siamo e quello che possiamo fare con le nostre forze. Dal momento che abbiamo scacciato gli inglesi, siamo stati colti dalla paura di non farcela da soli e abbiamo scrutato freneticamente l'orizzonte per cercare qualche nuova tirannia dalla quale poter dipendere, mostrando disprezzo per l'idea di prendersi cura di sé, di vivere con le nostre preziose risorse. Tutto il nostro approccio alla questione di auto-sostentamento e di auto-realizzazione è divenuto vile all'estremo: come un palmo teso alla ricerca di elemosine.

Di fronte a questi terribili fatti, che descrivono la nostra situazione attuale, si sentono ancora, nonostante tutto, le voci compiaciute di chi cerca di spingerci, con fare ipnotico, sulla strada del disastro. Provano a rassicurarci usando lo slogan "la nostra economia è una delle più vivaci d'Europa”. Essi mostrano come promettenti le proiezioni di crescita ed esportazione, omettendo di dire, però, che tutti questi indicatori positivi riguardano l'economia parassitaria derivante dalla politica canaglia con cui le multinazionali sono state attirate qui, nella certezza della bassa imposizione fiscale. Tutto questo altro non è se non la conseguenza di una politica miope, indifferente al bene dell'Irlanda, che punta a portarla nell'economia globale per poter beneficiare della ricchezza traboccante e del successo di altre società.

Quando Google e Apple, infine, partiranno da questi lidi - in quanto sarà il momento in cui i vantaggi fiscali inizieranno a prosciugarsi - potremo scoprire l'enorme buco che loro hanno creato nel nostro senso di solidarietà sociale, scoprendo quindi il vuoto al centro della nostra capacità di badare a noi stessi che il nostro parassita economico nascondeva da troppo tempo.



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