martedì 26 aprile 2016

Come eravamo: Il senso religioso, le opere, il potere

Questo testo fa parte di "La politica, per chi, per cosa", supplemento a "il Sabato" n. 22 del 30 maggio 1987, p. 7-12

La politica, in quanto forma più compiuta di cultura, non può che trattenere come preoccupazione fondamentale l’uomo. Nel discorso all’Unesco (2 giugno 1980), Giovanni Paolo II ha detto: «La cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria a ciò che è l’uomo». 

1) Ora, la cosa più interessante è che l’uomo è uno nella realtà del suo io. Ancora, in quel discorso il Papa dice che occorre sempre, nella cultura, considerare «l’uomo integrale, l’uomo tutto intero, in tutta la verità della sua soggettività spirituale e corporale». Occorre «non sovrapporre alla cultura - sistema autenticamente umano, sintesi splendida dello spirito e del corpo - delle divisioni e delle opposizioni preconcette». 

Che cosa determina, cioè dà forma a questa unità dell’uomo, dell’io? È quell'elemento dinamico che attraverso le domande, le esigenze fondamentali in cui si esprime, guida l’espressione personale e sociale dell’uomo. Brevemente, io chiamo «senso religioso» questo elemento dinamico che, attraverso le domande fondamentali, guida l’espressione personale e sociale dell’uomo; la forma dell’unità dell’uomo è il senso religioso. Questo fattore fondamentale si esprime nell'uomo attraverso domande, istanze, sollecitazioni personali e sociali. Il capitolo 17 degli Atti degli apostoli presenta san Paolo che spiega la grande e inarrestabile migrazione dei popoli come ricerca del Dio. 

Il senso religioso appare, così, la radice da cui scaturiscono i valori. Un valore, ultimamente, è quella prospettiva del rapporto tra un contingente e la totalità, l’assoluto. La responsabilità dell’uomo, attraverso tutti i tipi di sollecitazioni che gli provengono dall'impatto con il reale, si impegna nella risposta a quelle domande che il senso religioso, o biblicamente «cuore» esprime. 

2) Nel gioco di questa responsabilità di fronte ai valori, l’uomo ha a che fare con il potere. Intendo per potere quello che nel suo libro - così intitolato - Romano Guardini definiva come delineazione dello scopo comune e organizzazione delle cose per il suo raggiungimento. Ora, o il potere è determinato dalla volontà di servire la creatura di Dio nel suo dinamico evolversi, servire cioè l’uomo, la cultura e la prassi che ne deriva, oppure il potere tende a ridurre la realtà umana al proprio scopo; e così uno Stato sorgente di tutti i diritti riconduce l’uomo a «pezzo di materia o cittadino anonimo della città terrena», così come ne parla la Gaudium et spes. 

3) Se il potere mira solo al suo scopo, esso deve cercare di governare i desideri dell’uomo. Il desiderio, infatti, è l’emblema della libertà perché apre all'orizzonte della categoria della possibilità; mentre il problema del potere, inteso come ho accennato, è quello di assicurarsi il massimo di consenso da una massa sempre più determinata nelle sue esigenze. Così i desideri dell’uomo, e quindi i valori, sono essenzialmente ridotti. Una riduzione dei desideri dell’uomo, delle sue esigenze e, quindi, dei valori, viene perseguita sistematicamente. I mass media e la scolarizzazione diventano strumenti per l’induzione accanita di determinati desideri e per l’obliterazione o l’estromissione di altri. Nell'enciclica Dives in misericordia il Papa nota: «Questa è la tragedia del nostro tempo: la perdita della libertà di coscienza da parte di interi popoli ottenuta con l’uso cinico dei mezzi di comunicazione sociale da parte di chi detiene il potere». 

4) Il panorama della vita sociale diventa sempre più uniforme, grigio (pensiamo alla «grande omologazione» di cui parlava Pasolini), così che viene da descrivere la situazione con la formula (che gioco qualche volta con i giovani): bisogna stare attenti che il P (potere) non sia in proporzione diretta con una I (impotenza), perché allora il potere diventerebbe prepotenza di fronte ad un’impotenza perseguita, appunto, con la riduzione sistematica dei desideri, delle esigenze e dei valori. 

Un brano dell’intervista concessa a L’Altra Europa dal grande scrittore Václav Belohradský dice: «Tradizione europea significa non poter mai vivere al di là della coscienza riducendola a un apparato anonimo come la legge o lo Stato Questa "fermezza" della coscienza è una eredità della tradizione greca, cristiana e borghese. L’irriducibilità della coscienza alle istituzioni è minacciata nell'epoca dei mezzi di comunicazione di massa, degli Stati totalitari e della generale computerizzazione della società. Infatti è molto facile per noi riuscire a immaginare istituzioni organizzate così perfettamente da imporre come legittima ogni loro azione. Basta disporre di un’efficiente organizzazione per legittimare qualunque cosa. Così potremmo sintetizzare l’essenza di ciò che ci minaccia: gli Stati si programmano i cittadini, le industrie i consumatori, le case editrici i lettori, ecc. Tutta la società, un po’ alla volta, diviene qualcosa che lo Stato si produce». 

Nell'appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano. 

5) Una cultura della responsabilità deve mantenere vivo quel desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori: il rapporto con l’infinito, che rende la persona soggetto vero e attivo della storia. Una cultura della responsabilità non può non partire dal senso religioso. Tale partenza porta gli uomini a mettersi insieme. È impossibile che la partenza dal senso religioso non spinga gli uomini a mettersi insieme. E non nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente; a mettersi insieme nella società secondo una interezza e una libertà sorprendenti (la Chiesa ne è il caso più esemplare), così che l’insorgere di movimenti è segno di vivezza, di responsabilità e di cultura, che rendono dinamico tutto l’assetto sociale. Occorre osservare che tali movimenti sono incapaci di rimanere nell'astratto. Nonostante l’inerzia o la mancanza di intelligenza di chi li rappresenta o di chi vi partecipa, i movimenti non riescono a rimanere nell'astratto, ma tendono a mostrare la loro verità attraverso l’affronto dei bisogni in cui si incarnano i desideri, immaginando e creando strutture operative capillari e tempestive che chiamiamo «opere», «forme di vita nuova per l’uomo», come disse Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, rilanciando la Dottrina sociale della Chiesa. Le opere costituiscono vero apporto a una novità del tessuto e del volto sociale. 

Le caratteristiche di opere generate da una responsabilità autentica devono essere realismo e prudenza. Il realismo è connesso con l’importanza del fatto che il fondamento della verità è l’adeguazione dell’intelletto alla realtà; mentre la prudenza, che nella Summa di san Tommaso è definita come un retto criterio nelle cose che si fanno, si misura sulla verità della cosa prima che sulla moralità, sull'aspetto etico di bontà. L’opera, proprio per questa necessità di realismo e prudenza, diventa segno di immaginazione, di sacrificio e di apertura. 

È quindi nell'impegno con questo primato di libera e creativa socialità di fronte al potere, che si dimostra la forza e la durata della responsabilità personale. È nel primato della società di fronte allo Stato che si salva la cultura della responsabilità. Primato della società, allora: come tessuto creato da rapporti dinamici tra movimenti, che creando opere e aggregazioni costituiscono comunità intermedie e quindi esprimono la libertà delle persone potenziata dalla forma associativa. 

Vorrei trarre ora qualche conclusione. Un partito che soffocasse, che non favorisse o non difendesse questa ricca creatività sociale contribuirebbe a creare o a mantenere uno Stato prepotente sulla società. Tale Stato si ridurrebbe a essere funzionale solo ai programmi di chi fosse al potere e la responsabilità sarebbe evocata semplicemente per suscitare consenso a cose già programmate; perfino la moralità sarebbe concepita e conclamata in funzione dello status quo, che chiamano anche «pace». 

Pasolini diceva amaramente che uno Stato di potere, così come tante volte ne abbiamo oggi, è immodificabile; lascia, al massimo, spazio all’utopia perché non dura o alla nostalgia individuale perché è impotente. Politica vera, al contrario, è quella che difende una novità di vita nel presente, capace di modificare anche l’assetto del potere. 

Così, la politica deve decidere se favorire la società esclusivamente come strumento, manipolazione di uno Stato e del suo potere, oppure favorire uno Stato che sia veramente laico, cioè al servizio della vita sociale secondo il concetto tomistico di «bene comune», ripreso vigorosamente dal grande e dimenticato Magistero di Leone XIII. 

Ho fatto quest’ultima osservazione pur ovvia a tutti per ricordare che è un cammino nient’affatto facile, ma duro come del resto il cammino di ogni verità nella vita. Ma bisogna non aver paura, anche in questo caso, di quello che diceva il Santo Evangelo: «Chi si tiene strette le sue cose, la sua vita, le perderà e chi darà in nome di Cristo la sua vita, la guadagnerà».




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