Ha
conquistato la critica e sbancato i botteghini: dietro il successo
del film del 2019 sulle origini dell'anemico di Batman c'è grande
arte cinematografica e il fascino di una visione "ironica",
ma distorta

È
un dato di fatto, inequivocabile: Joker è stato un vero e proprio
successo di massa. Probabilmente lo possiamo inquadrare come un cult
contemporaneo: una pellicola iconica, dove battute movenze e scene
restano impresse nella memoria dello spettatore, e che al tempo
stesso diventano un pezzo di storia di tutto il cinema fino ad oggi.
È una pellicola che si aggancia al genere dei superhero movie,
ma con delle movenze, cadenze, ritmo completamente diverse, uniche
nel pantheon del genere. Infatti, non si caratterizza per scene
d'azione rocambolesche o per giochi di effetti speciali travolgenti,
né tantomeno mette in mostra scene di violenza eclatanti come poteva
accadere per il Joker di Nolan interpretato da Ledger. Sia chiaro: la
violenza è una dei grandi protagonisti della storia, ma mentre nelle
precedenti rappresentazioni (Nolan appunto o Tim Burton) questa si
manifestava in mosse e colpi di scena a ritmo incalzante, qui invece
e sottesa e silenziosa, ma presente, in un crescendo che va di pari
passo con quella che è la "maturazione" del personaggio.
Joker quindi è un film lento, graduale, più introspettivo: non
cerca l'improvvisazione o l'impatto a colpo d'occhio, preferisce
semmai una narrazione quasi "dall'alto"; o ancora meglio: è
un ritratto (nel senso prettamente artistico del termine) che si
racconta, che ci spiega man mano i passaggi per arrivare al risultato
finale. Tutta la pellicola, se da un lato sa anche districarsi in una
descrizione dell'ambiente circostante alle vicende del suo
protagonista, dall'altro lo mette completamente al centro: ogni
personaggio comprimario, ogni panorama, sfondo, scena si riconduce al
solo scopo di essere un tratto del Joker, e solo di lui. Il Joker è
centro e fine del film: tutto va ricondotto a lui e ha valore perché
è un pezzo di lui.
Il
merito di questo meraviglioso gioco cinematografico (perché lo
spettatore a questo assiste) va indubbiamente ai tre elementi,
pilastri, che con ottima sinergia, hanno lavorato a favore di tale
successo: la regia del bravissimo Todd Phillips; la magistrale
interpretazione di Joaquin Phoenix; il personaggio del Joker stesso.
A Philips, va indubbiamente il merito di aver elaborato una strategia
cinematografica con i fiocchi, creando un film che (come detto prima)
se da un lato doveva chiaramente essere un cinecomic, dall'altro
doveva sapersi differenziare. Soprattutto dopo l'evidente strapotere
dimostrato negli anni dalla Marvel/Disney, ormai padrona del genere,
e cristallizzato con i bellissimi Infinity War ed Endgame,
e il fallimento del piano Dc Comics/Warner avvenuto con Justice
League (dove non bastarono i successivi buoni risultati ottenuti
con Aquaman e Shazam!), si profilava una sfida molto
ardua. Da non sottovalutare anche la presenza nelle sale in
contemporanea di un altro film di indubbia bellezza: C'era una
volta a … Hollywood di Tarantino. Insomma, una pellicola che sa
emergere in una situazione molto complessa, e Phillips riesce
proprio nell'impresa grazie a una personale «ridefinizione» del
genere, donando allo spettatore un film "diverso" dai
precedenti. Tutto il lavoro di regia è inoltre impreziosito proprio
dallo stesso Phillips che lo arricchisce con la sua pretendete
esperienza di documentarista: Joker infatti è un ritratto
proprio grazie a questa narrazione stilizzata sul modello dei
documentari; la storia si muove insieme alla telecamera stessa che
riprende il suo protagonista quasi a estraniarsene e allo stesso
tempo immedesimandosi con esso. Altro punto di forza si trova nella
stretta collaborazione che il regista trova, per ciò che riguarda la
definizione del soggetto (personaggio), con tre mostri sacri del
mondo del fumetto Dc Comics: Jerry Robinson, Bill Finger e
soprattutto il grande Bob Kane (il creatore di Batman per
intenderci).
Come
detto prima, c'è ovviamente Joaquin Phoenix: Oscar come migliore
attore protagonista più che meritato. La sua recitazione è toccante
per naturalezza delle espressioni, l'immedesimazione nei gesti pure
quelli più semplici (coinvolgente pure quando accende la sigaretta
oppure nel guardare la televisione), nel sottendere una continua
tensione del personaggio, così da descriverne negli sguardi tutta la
sua evoluzione: da animo mite che sopporta le ingiustizie a
criminale, quasi un rivoluzionario, soprattutto clown che ironizza
sadicamente sulla sua stessa condizione fino alla società stessa.
L'interpretazione di Phoenix è magistrale non per un piano meramente
estetico (basti pensare che l'attore per interpretare Joker ha perso
ben 25 chili di peso!), dalla corporatura alla semplice mimica
facciale, ma anche nel farci immergere in un grande paradosso del suo
personaggio: una condizione di follia, di malattia mentale che, come
evolvendosi, diventa una forma di guarigione. Ne parleremo dopo al
fondo di questo, ma, tornando a Phoenix, è notevole come lui riesca
in un continuo susseguirsi di sguardi del protagonista a dare
spessore e autorità a una trama semplice ma che racchiude tutta la
complessità del ritratto del protagonista: Joker è di fatto un
ritratto che si delinea in un climax dualistico (ascendente e
discendete allo stesso tempo) che si disegna tramite gli sguardi,
appunto, del suo interprete; sguardi che Phoenix realizza alla
perfezione. È impressionante d'altronde proprio la naturalezza con
cui riesce: l'attore lo aveva già dimostrato con il suo Commodo ne
Il Gladiatore, ma qui il livello è di gran lunga superiore:
lo spettatore fa i conti con un'espressività che è segno distintivo
proprio dello stesso Phoenix.
E
a chiudere il trittico c'è poi, ovviamente, tutta quella
complessità, di paradossi, contraddizioni, dicotomie, che si
incontrano proprio nel personaggio del Joker. Apparso per la prima
volta sulle pagine di Detective Comics nel 1940, il
personaggio non aveva trovato una piena definizione delle sue origini
fino al 1988 nella storia di Alan Moore e Brian Bolland The
Killing Joke: qui è presentato come un comico fallito che lavora
nei locali di seconda e terza categoria come cabarettista, che a
seguito di due profondi traumi (la perdita della moglie incinta e una
fatidica caduta dentro lo scarico di un'industria chimica che gli
deforma il volto) diventa il Joker.
Elementi,
quelli di Killing Joke, che fungono da base funzionale all'ideazione
della trama e del protagonista del film: Arthur Fleck è un aspirante
comico che occasionalmente si esibisce nei piccoli locali; tuttavia
vengono introdotti anche elementi nuovi: egli si guadagna da vivere
principalmente lavorando come pagliaccio; in più è un individuo
alienato, affetto da un disturbo psichico che lo costringe a ridere
nei momenti di profonda tensione. Punto però focale, una grande
novità rispetto alle varie rappresentazioni del personaggio, è però
un suo sotteso desiderio di affettività, di voler essere voluto
bene. Arthur infatti sogna ad occhi aperti un abbraccio paterno con
il presentatore televisivo Murray Franklin (Robert De Niro) oppure
immagina nella sua testa una storia d'amore con la vicina di casa
Sophie (Zazie Beetz); addirittura si precipita a villa Wayne quando
per un momento crede di essere un figlio illegittimo di Thomas Wayne.
Tutto questo, riportato negli sguardi di Phoenix, si raffronta in un
tema malinconico oltre che in esiti quasi sempre negativi: nessuno
infatti risponde a questo grido di affetto di Arthur. La Gotham City
di Joker infatti è realtà perennemente fredda, indisponente,
senza inclinazioni al bene se non sotto forma di promesse politiche o
visioni molto borghesi. È un po' il cliché (forse unica pecca del
film) di un cattivo che emerge inevitabilmente in una società che è
allo stesso tempo cattiva.
La
pellicola infatti dà quell'impressione di una sorta di determinismo
sotteso a cui il protagonista sembra non potersi sottrarre. Eppure,
proprio perché abbiamo a che fare con il personaggio Joker, questa
dinamica è anche, in parte, accettabile. "In parte" perché
è anche vero che il passaggio da Arthur Fleck a Joker è fatto con
lucida consapevolezza: il suo passaggio al male è consapevole, è la
scelta di chi risponde al male con il male stesso. Va anche precisato
che Fleck se da un lato desidera l'affetto, dall'altro si accontenta
delle immagini nella sua testa, delle sue fantasie, e anche quando
troverebbe le occasioni è indubbiamente rinunciatario. Su questo,
vive proprio la condizione diabolica di chi non accetta fino in fondo
la durezza della realtà, il «lavoro» dell'affettività (cioè la
fatica che gli affetti implicano), ma che da eterno bambino pretende
o sogna le forme più disparate. Quindi si patteggia per il Joker per
essere umano che desidera il bene, ed è molto facile, ma a
riflettere bene si riesce anche a prendere le distanze.
Interessante
è anche vedere come la pellicola descrive un'altra convinzione
"luciferina": basta desiderare il bene, la vita nuova, per
trovare la svolta, o meglio che la domanda stessa sia già la
risposta; o ancora che basti una convinzione "borghese" del
bene per salvarsi dal male. Ma più di tutte: che l'unica forma di
liberazione dal male, da un mondo violento, da un passato violento e
menzognero, è il male stesso. Ecco in questo il Joker di Phoenix e
sia eroe che antieroe della trama: Fleck da un lato eroe perché
vuole essere libero dall'ingiustizia di una menzogna, e in questo
anche la sola aspirazione all'affetto, a dei legami buoni, ma alla
fine, paradossalmente, aderisce alla menzogna stessa del male,
diventando l'antieroe, un'incarnazione della violenza stessa che lui
odiava, cioè Joker. Uno che desiderava la vita finisce per diventare
uno che desidera toglierla. Un destino che accomuna tanti personaggi
tragici, pure antichi: chi non ricorda la follia di Aiace scaturita
dall'ingiustizia subita per non aver ricevuto le armi di Achille?
Però attenzione: Joker capovolge letteralmente questa dicotomia tra
bene e male nell'ingiustizia. Nella sua trasformazione, Fleck sembra
assumere una nuova lucidità, consapevolezza, che sa mascherare tutta
l'ipocrisia che permea la violenta città di Gotham: una follia che
discerne tra verità e bugia, così che arriva ad un'altra diabolica
conclusione, cioè che tutti siamo mostri malvagi. Ovviamente anche
questa è una visione depravata luciferina, eppure non c'è
spettatore che stando dietro alle vicende di Fleck non trovi una
certa corrispondenza a quest'ultima … Allora ricordiamo una cosa: è
il Joker, cioè un uomo votato alla violenza, e soprattutto un clown
nella sua migliore interpretazione: l'interpretazione della vita
secondo il male.
Antonello Di
Nunno