martedì 17 gennaio 2017

Lettera dal fronte: La grande rapina in banca

Un famigerato detto dice che ci sono due tipi di rapinatori di banche: quelli che le svaligiano col passamontagna e quelli in giacca e cravatta che le fondano e le gestiscono. Stiamo ai fatti, limitandoci a quelli del 2016 annus horribilis appena trascorso.

L’Italia è il paese europeo in cui avviene il maggior numero di rapine in banca (il doppio rispetto al resto d’Europa): ovviamente questo fatto ha una pesante ricaduta in termini di costi di sicurezza e di minor redditività. Chi paga questi costi? È chiaro: i correntisti.

In Italia dalla grande crisi finanziaria del 2007-2008 ad oggi tutte le autorità hanno costantemente dichiarato che “il sistema bancario è solido e non necessita di interventi di sostegno da parte dello Stato”. Parole ripetute come un mantra da tutti i Presidenti del Consiglio, Ministri del Tesoro, Governatori della Banca d’Italia, presidenti dell’ABI, i quali hanno spesso chiosato aggiungendo frasi tipo “mica come in Germania, Inghilterra, USA , Spagna, dove le banche sono state salvate dai contribuenti”. Questo ultimo aspetto corrisponde a verità (quanto meno fino al varo del decreto salva-banche di Gentiloni del dicembre 2016, dove lo Stato stanzia 20 miliardi di addizionale debito pubblico per tentare di arginare la cataratta creatasi nella fragile diga della fiducia nelle banche italiane); difatti tutti gli stati menzionati, e molti altri, hanno nel passato decennio messo in sicurezza il loro sistema bancario con soldi pubblici (spesi più o meno bene, in varie forme tecniche) per importi assai importanti, fino a che l’opinione pubblica si è ribellata all'uso dei denari pubblici per salvare i banchieri, ed allora la Commissione Europea e la BCE hanno dichiarato gli aiuti di stato inammissibili. Dal 2016 e si è dunque adottata la procedura di Risoluzione, cioè il complesso corpus tecnico-giuridico che regola cosa fare con le banche in difficoltà. All'interno di questi meccanismi di mercato, trova posto la famigerata procedura di bail-in. L’Italia, non essendo intervenuta prima, non potrà più farlo adesso, perché la Direttiva lo vieta e sono ammesse solo alcune circostanze particolarmente stringenti.

Nello stesso periodo, le banche italiane, alcune già debolissime, si sono afflosciate in una spirale di perdite su crediti, svalutazioni giganti del loro attivo, crollo della redditività derivante, oltre che da politiche fallimentari di gestione, soprattutto da una recessione economica che è stata gravissima e dalla quale il Paese non è in grado di uscire. Chi scrive queste note è un esperto di banche ma non occorre esser tale per capire che i crediti incagliati ed in sofferenza si sarebbero moltiplicati in una spirale recessiva di tale entità: in un solo dato, il PIL domestico ha perso oltre 10 punti percentuali ed i crediti di dubbia esigibilità, passibili di svalutazioni, sono ventuplicati all'interno degli attivi bancari.

Chi ha dunque tenuto in piedi questi lazzaretti paludati da banche? È di nuovo chiaro: i clienti correntisti, che hanno poco consapevolmente acquistato passività emesse dalle banche in forme subordinate, assumendosi rischi altissimi, che gli stessi investitori istituzionali (gli esperti e professionisti del settore) si sono ben guardati dal sottoscrivere per pari entità.

Qui siamo in presenza dunque di un triplo “vulnus” (qualcuno potrebbe chiamarlo tradimento): il primo è costituito dalle irrealistiche valutazioni degli attivi bancari a livelli che nessun mercato accetterebbe.

L’aspetto gravissimo è che la Banca d’Italia sottopone ad ispezione continua le banche proprio ponendo attenzione alla formazione e valutazione degli attivi (cioè dei prestiti all'economia). Ebbene in 10 anni di crisi da tale istituzione non è venuta nessuna accelerazione concreta a politiche di rafforzamento (reale e non cosmetico) del sistema, nessuna sanzione eclatante, nessun cambio di passo, nessuna imposizione di sostituzione di organi decisionali fallimentari e neppure un aiuto di tipo regolamentare. Infatti le banche italiane risultano penalizzate in sede di confronto europeo a causa di una politica di ammortamento delle svalutazioni e fiscale meno competitiva (quindi costi maggiori dei concorrenti) e vengono giudicate con estrema durezza dalla BCE e dalle agenzie di rating per la cattiva qualità dei prestiti, mentre la stessa severità non è mai stata applicata a banche straniere nel campo, ancor più pericoloso, degli attivi investiti in titoli strutturati, cartolarizzati e soprattutto dei famigerati “level 3“. Questi sono titoli di cui è addirittura impossibile sapere quanto valgono, poiché necessitano di algoritmi matematici ad hoc per abbozzare una qualche valutazione: titoli illiquidi e di pericolosità estrema, che la BCE lascia che vengano tranquillamente esposti in bilancio al valore nominale (!) quando il loro presumibile valore di vero realizzo Dio solo sa qual è (ma con certezza non è il nominale...). Banche come Deutsche bank, BNP, SocGen, Barclays, ne posseggono per decine di miliardi, cioè per ammontari fin superiori al loro patrimonio netto, ma apparentemente il problema dell’economia europea sono i titoli governativi italiani e le banche italiane.

Oltre alla mancanza di difesa della specificità del settore bancario italiano in sede europea da parte degli “esperti” istituzionali nazionali, occorre però aprire un ulteriore e delicato capitolo tutto domestico sul grave problema delle sofferenze bancarie o Non-Performing Loans (NPLs). Secondo uno studio della CGIA di Mestre, avallato dalla stessa Banca d’Italia, oltre l’80% dei crediti sofferenti o incagliati delle banche italiane, che stanno contribuendo ad affossare la nazione, provengono dalle grandi aziende! In altre parole i clienti al dettaglio, gli artigiani, le piccole e medie imprese, i negozianti, ecc, pur soffrendo le pene dell’inferno della recessione economica, per la maggior parte continuano ad onorare i loro debiti bancari. Invece i grandi “imprenditori” nazionali, aziende dai nomi ben noti, oltre a non creare né ricchezza né occupazione, stanno contribuendo al fallimento delle banche, favorendo in maniera decisiva il ristagno economico nazionale. Grandi costruttori, industriali, grandi imprenditori, titolari di note aziende, sempre rigorosamente filo-governativi, si dimostrano, come sosteniamo da tempo, l’opposto della struttura industriale di cui abbisogna il Paese, il quale è invece penosamente tenuto in barcollante posizione semi-eretta dalle piccolissime aziende, dagli artigiani, negozianti, agricoltori, titolari di partite Iva e piccoli professionisti che lavorano in una ambiente ad essi ostile, sia dal punto di vista burocratico, che fiscale, che bancario. Perché ovviamente le banche in difficoltà a chi hanno imposto dal 2008 il “rientro” dei fidi? Ai piccoli, ovviamente.

In tutte le raccomandazioni “lacrime e sangue” imposte dalla BCE alle banche italiane in difficoltà è presente l’obbligo di cedere immediatamente quantità molto grandi di Non-Performing Loans, come pre-condizione per un via libera ad operazioni di rafforzamento del capitale. Nel caso più noto, quello del Monte dei Paschi, l’importo da cedere è addirittura di 27.7 miliardi di euro. Un mercato secondario dei NPLs in Italia non esiste e gli unici acquirenti sono fondi ed operatori specializzati americani; il problema ruota attorno alla valutazione di tale mole di crediti inesigibili. I fondi vogliono acquistarli ad un prezzo intorno al 20% del loro valore facciale. Questo significa perdite colossali per la banche che vedono infatti azzerato il capitale e necessitano di essere “risolte” (non si dice più fallite e liquidate) e ricapitalizzate da nuovi investitori. Se e quando se ne trovano.

Un precedente esiste già: le 4 banche “risolte” ufficialmente nel 2016 sotto il naso di Banca d’Italia (Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche, Banca Etruria , Cassa di risparmio di Chieti) hanno ceduto i loro NPLs ad una “bad bank” al 17.6% del valore. Ovviamente le 4 banche sono fallite e al momento di stendere queste note un compratore, UBI , pare sia finalmente arrivato dopo un anno che sono sul mercato, e solo per 3 di esse. E naturalmente dovranno licenziare circa il 50% dei dipendenti. Un fatto poco noto è che una procedura simile fu effettuata nel 1996 quando il Banco di Napoli venne lasciato fallire ed assegnato alla cordata BNL-INA per il risibile equivalente di circa 30 milioni di euro (e poi rivenduto al SanPaolo per 3 miliardi…): anche in quel caso vennero scorporate tutte le sofferenze, cedute ad una bad bank, la SGA di Napoli. Questa società è scomparsa dai radar e si è occupata esclusivamente di recuperare i crediti incagliati nell'arco di oltre un decennio. Risultato: oltre il 94% dei crediti è stato recuperato, oltre ad aver pagato interessi passivi, ripianato perdite ed ora, disponendo di liquidità per oltre 600 milioni, è stata “appropriata” al Tesoro dal governo Renzi per consentire al ministro Padoan di contribuire al lancio del fondo Atlante! La conclusione che se ne trae, coerente con tutta la nostra impostazione è che se all'imprenditore medio italiano in difficoltà si dà del tempo sufficiente , e magari anche una mano quando serve, il suo debito lo pagherà. Non è mica un immobiliarista, palazzinaro o costruttore di computer a Ivrea o automobili a Torino, che sono interessati ai contributi statali per poi vendere l’azienda all'estero...

E qui si innesta il secondo vulnus di cui parlavamo sopra, perché la Banca d’Italia ed il Ministero del Tesoro, conoscendo questi fatti, dovrebbero difendere la solvibilità delle banche italiane opponendosi alla richiesta della BCE di una liquidazione immediata dei NPLs che di fatto affossa la banca venditrice per la necessità di liquidare quegli attivi velocemente su un mercato dominato dai soli grandi acquirenti statunitensi (Morgan Stanley, Fortress, Merrill Lynch, Apollo, ecc). Non è in discussione il fatto che i NPLs vadano ridotti, svalutati e coperti, con percentuali in linea con la media bancaria europea, ma i tempi ed i modi di tale operazione. Qualunque cessione forzata provoca solo un aggravamento della condizione del paziente ed ingenti profitti a chi li sa acquistare.

Un terzo punto di analisi riguarda le vergognose procedure di vendita di titoli bancari subordinati a risparmiatori al dettaglio. Una pratica tutta italiana, che tutte le banche della penisola hanno praticato in questi anni. Chi scrive è a conoscenza di migliaia di questi casi. Nella maggior parte dei casi si è trasferito il rischio di solvibilità della banca sulle spalle di ignari correntisti che nulla capiscono di captale CET1, subordinazione e clausole risolutive, nell’ipotesi tranquillizzante che “la nostra banca è solida e non potrà mai fallire”.

Naturalmente la Banca d’Italia e soprattutto l’organo ispettivo deputato alla tutela dei risparmiatori, la CONSOB, si sono limitati a multare specifici comportamenti individuali ed a produrre una quantità indescrivibile di regolamenti formali, complessi ed indecifrabili da seguire ma sostanzialmente sempre elusi nella pratica di sportello. Ad aggravar le cose un'altra pratica universale è stata quella di concedere fidi e prestiti solo a clienti che “spontaneamente” richiedessero di acquistare anche azioni della banca stessa. Come spiegato sopra, questa prassi ha consentito alle banche il piazzamento delle proprie passività alla clientela al dettaglio, sostenendo un precario equilibrio di bilancio. Nota bene che in Europa questa pratica non è consentita da decenni.

La situazione diventa esplosiva con l’approvazione nel 2016 della Direttiva Europea di Risoluzione che prevede il “bail-in” ovvero il principio che se una banca va in crisi non deve intervenire lo Stato con denaro pubblico (chi doveva farlo, cioè tutti, tanto lo avevano già fatto...) ma la perdita deve esser sopportata nell'ordine, dagli azionisti, dagli obbligazionisti subordinati, dagli obbligazionisti senior e perfino dai correntisti con più di 100.000 euro. Ed ecco il dramma dei clienti delle 4 banche fallite nel 2016: hanno perso molto, alcuni tutto. Ed ecco il dramma in fieri per Monte dei Paschi di Siena. È evidente qui un terzo vulnus derivante dalla supina accettazione delle regole europee da parte delle autorità italiane (Banca d’Italia, CONSOB, Ministro del Tesoro) i quali avrebbero dovuto rifiutare in blocco l’applicazione della direttiva sul bail-in al nostro Paese o almeno negoziare un’applicazione su base futura e non retroattiva, ben conoscendo le caratteristiche del nostro sistema descritte sopra.

Ecco una carrellata di fatti dell’annus horribilis :

- Monte dei paschi di Siena: l’argomento è complesso e merita ben altro spazio, perché si tratta di tragedia che viene da lontano. Riassumendo: la banca è ormai persa per la municipalità di Siena, di cui è stata per 500 anni il principale sostegno. La Fondazione , che una generazione fa deteneva il 100% del capitale e che ha sempre nominato il Consiglio di Amministrazione ed i vertici, ha oggi in portafoglio lo 0,1%. È il caso di dire: caro senese , non abbiamo più una banca.

Il Monte dei Paschi ha acquisito nel tempo in maniera dissennata e fallimentare banche come la Agricola Mantovana, la Banca 121, la Banca Antonveneta, pagandole multipli fuori mercato e senza mai riuscire a farle fruttare. Il suo valore è stato azzerato da management incompetenti ed infiltrazioni politiche del partito unico della regione Toscana: una distruzione sistematica di valore che non ha uguali nel panorama europeo; considerato che ci sono stati anche due ulteriori aumenti di capitale per 13 miliardi, denari evaporati in solo tre anni con tanti saluti ai risparmiatori. Chi pagherà domani per l’ottima Università, l’eccellente sanità, i trasporti pubblici della cittadina? Certo non i nuovi azionisti che acquisiranno la banca per meno di 300 milioni. Son facile profeta nel preconizzare per la città del Palio una recessione economica importante, una volta uccisa la sua gallina dalle uova d’oro.

Spiace per l’Italia, per i cittadini, ma signori miei ve lo siete meritato facendo gestire la banca per decenni da influenze politiche del partito unico senese, da influenze ancor peggiori dello stesso partito da Roma, da sindacati miopi e da managers incapaci quando non peggio. Il Ministro del Tesoro Padoan si è affidato a Mediobanca e JPMorgan (dove lavora l’ex collega Vittorio Grilli) per una ricapitalizzazione di mercato che è ignominiosamente fallita. Ha anche inserito al vertice un investment banker per portare avanti tale operazione. Nessuno dei due naturalmente trarrà le debite conclusioni da tale fallimento, ma si è intervenuti, con 5 anni di ritardo tramite un decreto notturno con soldi pubblici che tutti pagheremo, per ricapitalizzare la banca e ristorare anche gli obbligazionisti subordinati “truffati” (tra l’altro si rimborsano al 75% pure gli obbligazionisti subordinati istituzionali, il che è un vero e proprio regalo fatto a fondi professionali che hanno in mano le obbligazioni al prezzo di circa 50. Roba da matti, ma tanto pagano i contribuenti). Un comportamento singolarmente diverso rispetto a quello riservato alle 4 banche fallite.

Speriamo almeno, visto che lo Stato diverrà proprietario del 65% della banca, che si comporti da padrone vero, spazzando via influenze politiche locali ed inefficienze. Ma chissà perché non mi sento di esser molto ottimista su questo punto vista la contiguità fra Governo e Regione Toscana.

-Banca popolare di Vicenza: fallita e salvata dal Fondo Atlante, ircocervo privato a simpatia pubblica che vi ha investito 1 miliardo, visto che la ricapitalizzazione è andata deserta... Ma già servono altri 300 milioni;

-Veneto Banca; tutto idem come sopra (Atlante qui ha investito 1,5 miliardi). Le due banche verranno fuse, con buona pace dei separatisti veneti, che in campo bancario potrebbero esser più attenti al loro territorio;

-Banca popolare di Milano (una banca sostanzialmente sempre gestita malissimo dai sindacati, che ha affossato ogni tentativo di fusione nel passato) e Banco popolare di Verona (una banca che incorporò la decotta popolare di Novara e la fallitissima popolare di Lodi del famigerato Fiorani, oltre ai danni di banca Italease, fallita per le perdite su derivati con solo 12 clienti...) hanno deciso di fondersi per fronteggiare la crisi;

- Cassa di risparmio di Genova è in una situazione molto simile a quella del Monte dei Paschi con una onnicomprensiva e politicizzata Fondazione ed una banca che necessita di almeno 2 miliardi di aumento di capitale ulteriore, che trova impossibile reperire sul mercato;

- le 4 banche già menzionate, fallite, con risparmiatori sul lastrico i quali, a differenza di quelli del Monte dei Paschi, non saranno ristorati dallo Stato in blocco, ma solo caso per caso, su accertamento dell’autorità ed in base all’ISE! Di queste, 3 saranno forse acquistate da Banca UBI a condizione di aver scorporato già i crediti inesigibili e di sacrifici dei dipendenti. Cassa di risparmio di Ferrara rimane nel limbo.

- vale la pena chiudere la rassegna con la più “internazionale”, grande e moderna della banche italiane: UniCredit. Ebbene la banca ha una tale necessità di capitale che è stata stimata a 20 miliardi euro. Questo dopo aver già effettuato in passato 2 aumenti di capitale che hanno contribuito a mandare la quotazione del titolo al minimo storico. Il nuovo amministratore delegato, il francese Jean-Pierre Mustier (che dirigeva SocGen al tempo dello scandalo Jerome Kervier) ha dunque proceduto a vendere assets molto appetiti sul mercato perché ben profittevoli, la Bank Pekao di Varsavia e la maggioranza di Fineco Bank; inoltre ha anche venduto Pioneer, il secondo maggior raccoglitore di risparmio gestito italiano ai francesi di Amundi e non alla cordata guidata da Poste italiane. Ma ciò non basta perché occorre ora che reperisca sul mercato l’ammontare monstre di 13 miliardi di aumento di capitale. Buona fortuna.

Mala tempora per il sistema bancario italiano che è “solido” e di cui i risparmiatori italiani non debbono preoccuparsi. Adesso si comincia coi 20 miliardi del decreto salva-banche di Gentiloni, che pagheranno tutti i cittadini, poi vedremo gli sviluppi futuri. La stima di crediti sofferenti delle banche italiane è di circa 300 miliardi...

Ma c’è un ulteriore vulnus inflitto agli italiani che pochi considerano con sufficiente importanza: la perdita di valore delle azioni delle banche italiane. Quasi tutte, nel corso di soli 10 anni, hanno perso circa il 95% del loro valore. Questo dato è sconvolgente per la nazione. Chiunque abbia investito alcunché nei titoli bancari, magari i risparmi di una vita, ha perso tutto. L’impoverimento nazionale è una brutale perdita secca. E se qualcuno pensa che la cosa non lo riguardi perché “io non ho mai comprato azioni di banche”, meglio che riconsideri con attenzione la sua pensione. Che si abbia l’INPS oppure un fondo pensionistico di categoria, oppure un fondo privato o volontario, una buona metà dei vostri contributi sarà già stato investito sulla Borsa di Milano (uups di Londra, Milano né è solo una filiale); la quale Borsa è composta per quasi metà da titoli bancari... chiaro?

Un paio di dati per misurare la distruzione sistematica del vostro risparmio: nel 2016 le Borse occidentali con le peggiori performance sono state Madrid -10%, Atene -15%, Milano -18%. Se vogliamo invece allungare lo sguardo ad una generazione di contributi, allora dal 1998 ad oggi tutte borse occidentali sono cresciute, chi più chi meno, nel tempo; solo Milano, fatto 100 l’indice del 1998 è scesa a circa 70 oggi. Il che è ovvio, la Borsa nel lungo periodo riflette le condizioni dell’economia sottostante e la nostra è morta molti anni fa. E tutto questo si assomma all'erosione ventennale dovuta all'inflazione, alle truffe tipo Ciro, Parmalat, Argentina, alla patrimoniale sul risparmio già introdotta dal prof. Monti.

Uno dei tanti articoli della Costituzione, il 47, stabilisce che lo Stato tutela e promuove il risparmio, visto che è la fonte di finanziamento delle imprese che creano occupazione e ricchezza. Il recente referendum non ha ritenuto di cambiare questa costituzione, ma nel caso del risparmio non ce ne sarebbe stato bisogno, visto che quell'articolo non è mai stato applicato.

Qualche considerazione finale sugli attori di questo disastro delle banche italiane “che sono solide”.

Come sosteniamo da sempre a Polaris, il mondo è pieno di persone che operano in ottica di potere senza scrupoli e ben organizzati, particolarmente nei mercati finanziari e tramite la finanza internazionale. Ciò detto le responsabilità interne dell’ennesimo disastro economico italiano sono ancor più gravi con preciso riferimento agli “esperti”: i nostri Governatori della Banca d’Italia, attuali e passati (con stipendio a vita), ed i Ministri del Tesoro sono i principali responsabili di questa triste storia di impoverimento nazionale: Domenico Siniscalco lavora in Morgan Stanley, Vittorio Grilli in JPMorgan, Romano Prodi e Mario Draghi hanno lavorato per Goldman Sachs, Fabrizio Saccomanni è stato Direttore Generale della Banca d’Italia, il prof. Pier Carlo Padoan Capo economista del Fondo Monetario Internazionale, concludendo con il prof. Mario Monti, definito il governatore-ombra.

Coincidenze...


Vittorio de Pedys




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