martedì 24 maggio 2016

Come eravamo: La civiltà delle opere

Questo testo fa parte di "La politica, per chi, per cosa", supplemento a "il Sabato" n. 22 del 30 maggio 1987, p. 55-61
Giovanni Paolo II, dal discorso al convegno «Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini», Loreto, 11 aprile 1985

7. La nostra riflessione giunge così al secondo fondamentale aspetto del Convegno: il contributo che la Chiesa riconciliata può e deve dare, nel Paese d'Italia, alla costruzione della «comunità degli uomini», adempiendo ad una componente irrinunciabile della sua missione di promotrice di unità e ministro della riconciliazione. La Chiesa cammina, infatti, insieme con l'umanità e si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia (cfr. Gaudium et spes, 1 e 40). Avendo ricevuto l'incarico di manifestare il mistero di Dio, il quale è il fine ultimo personale dell'uomo, essa al tempo stesso svela all'uomo il senso della propria esistenza, vale a dire la verità profonda su di sé e sul proprio destino (cfr. Gaudium et spes, 41).
Il Convegno, pertanto, se vuol raggiungere i suoi scopi, dovrà mettere in evidenza questo compito della comunità ecclesiale, fondato in ultima analisi sul fatto sconvolgente e gratificante che «con l'Incarnazione il Figlio si è unito in certo modo ad ogni uomo» (cfr, Gaudium et spes, 22). Cristo è «la principale via della Chiesa», ed è anche la via che conduce a ciascun uomo: «Su questa via che conduce da Cristo all'uomo — ho scritto nell'Enciclica Redemptor Hominis — la Chiesa non può essere fermata da nessuno» (n. 31).
Anche e particolarmente in una società pluralistica e parzialmente scristianizzata, la Chiesa è chiamata a operare, con umile coraggio e piena fiducia nel Signore, affinché la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo-guida e un'efficacia trainante, nel camminare verso il futuro. Vorrei ricordare qui la precisa convinzione di Papa Giovanni XXIII che «l'ordine etico-religioso incide più di ogni valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata nell'interno delle comunità nazionali e nei rapporti tra esse» (Mater et magistra, 193). La promozione dei valori morali è un fondamentale contributo al vero progresso della società.
Nell'adempiere a quest'opera la Chiesa non invade pertanto competenze altrui, ma agisce in virtù di ciò che originariamente le appartiene: «la forza che essa riesce ad immettere nella società umana contemporanea consiste infatti nella fede e carità portate ad efficacia di vita, non nell'esercitare con mezzi puramente umani un qualche dominio esteriore» (Gaudium et spes, 42).
Ovviamente la complessità del contesto socio-culturale rende particolarmente necessario quell'esercizio del discernimento spirituale e pastorale che è al centro dell'attenzione del Convegno. Occorre anzitutto aver chiaro il criterio di fondo di tale discernimento. Già il Concilio (Gaudium et spes, 12) individuava nell'uomo, nella centralità dell'uomo, il principio di convergenza tra credenti e non credenti nell'epoca presente, che non può non dirsi umanistica (cfr. Redemptor Hominis, 17), ma subito aggiungeva l'interrogativo fondamentale «Ma che cosa è l'uomo?», e sottolineava la varietà e contrarietà delle opinioni in proposito. Sviluppando questo grande orientamento conciliare, ho avuto modo di notare: «Quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull'uomo, quanto più è, per così dire, antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Cristo Gesù verso il Padre. Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell'ultimo Concilio» (Dives in misericordia, 1).
Occorre superare, carissimi Fratelli e Sorelle, quella frattura tra Vangelo e cultura che è, anche per l'Italia, il dramma della fede che raggiunga e trasformi, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, le linee di pensiero e i modelli di vita (cfr. Evangelii nuntiandi, 19-20), in modo che il cristianesimo continui ad offrire, anche all'uomo della società industriale avanzata, il senso e l'orientamento dell'esistenza. Ciò potrà avvenire solo a condizione che non si appiattisca la verità cristiana, e non si nascondano le differenze, finendo in ambigui compromessi: il dinamismo inesauribile della riconciliazione cristiana e del perdono «fino a settanta volte sette» non annulla infatti le esigenze oggettive della verità e della giustizia (cfr. Dives in misericordia, 4).
Non deve essere, infatti, sottaciuto il rischio di una «espropriazione» effettiva di ciò che è sostanzialmente cristiano sotto l'apparenza di una «approvazione» che in realtà resta soltanto verbale, con la conseguenza della «assimilazione» al mondo invece che della sua cristianizzazione.
È dunque necessario avere fiducia, non solo per quanto concerne la Chiesa ma anche per la vita della società, nella forza unitiva e riconciliatrice della verità che si realizza nell'amore. Vorrei dire qui agli uomini e alle donne di questa grande Nazione: non abbiate paura di Cristo, non temete il ruolo anche pubblico che il cristianesimo può svolgere per la promozione dell'uomo e per il bene dell'Italia, nel pieno rispetto della convinta promozione della libertà religiosa e civile di tutti e di ciascuno, e senza confondere in alcun modo la Chiesa con la comunità politica (cfr. Gaudium et spes, 76).

8. Proprio la forma di governo democratica, che l'Italia ha conseguito e che come cittadino ogni cristiano è impegnato a salvaguardare e a rafforzare, offre lo spazio e postula la presenza di tutti i credenti. I cristiani mancherebbero ai loro compiti se non si impegnassero a far sì che le strutture sociali siano o tornino ad essere sempre più rispettose di quei valori etici, in cui si rispecchia la piena verità sull'uomo.
A questo riguardo mi piace ricordare l'antica e significativa tradizione di impegno sociale e politico dei cattolici italiani. La storia del movimento cattolico, fin dalle origini, è storia di impegno ecclesiale e di iniziative sociali che hanno gettato le basi per un'azione di ispirazione cristiana anche nel campo propriamente politico, sotto la diretta responsabilità dei laici in quanto cittadini, tenendola ben distinta dall'impegno di apostolato, proprio delle associazioni cattoliche. Essa ricorda che nello svolgersi degli avvenimenti non sono mancate tensioni e divisioni, ma è sempre prevalsa la tendenza verso un impegno che, nella libera maturazione delle coscienze cristiane, non poteva non manifestarsi unitario, soprattutto nei momenti in cui lo ha richiesto il bene supremo della nazione.
Questo insegnamento della storia circa la presenza e l'impegno dei cattolici non va dimenticato; anzi, nella realtà dell'Italia di oggi, va tenuto presente nei momenti delle responsabili e coerenti scelte che il cittadino cristiano è chiamato a compiere.
Come ho avuto occasione di dire, precisamente nel 1981, ai partecipanti al Congresso promosso dalla CEI nel novantesimo anniversario della Rerum Novarum: «... La coerenza con i propri princìpi e la conseguente concordia nell'azione ad essi ispirata sono condizioni indispensabili per l'incidenza dell'impegno dei cristiani nella costruzione di una società a misura d'uomo e secondo il piano di Dio» (Osservatore Romano, 1 novembre 1981).
In particolare poi vorrei sottolineare l'importanza eminente che hanno, per il servizio della Chiesa italiana all'edificazione della Comunità degli uomini, le opere e iniziative sociali cattoliche, delle quali ho già menzionato l'attuale dinamismo. Esse non sono mera supplenza di provvisorie carenze dello Stato, né tanto meno concorrenza nei suoi confronti, ma espressione originaria e creativa della fecondità dell'amore cristiano. L'impegno nelle opere cattoliche non rappresenta d'altronde un'alternativa alla presenza dei credenti nelle strutture civiche. Nel campo immenso della promozione di un'umanità riconciliata desidero ricordare particolarmente anzitutto la famiglia, cellula nevralgica sia della Chiesa sia della società civile. Accanto alla famiglia, il mondo del lavoro, che oggi conosce una grave crisi di occupazione anche per l'introduzione di nuove tecniche produttive: il lavoro umano resta comunque una fondamentale dimensione dell'esistenza, la chiave di tutta la questione sociale. Di fronte alle difficoltà attuali occorre finalizzare lo sviluppo tecnologico in forma sempre più decisa al bene primario dell'uomo e del lavoro umano. Un ulteriore settore in cui è essenziale l'impegno dei cristiani riguarda tutto l'arco dei temi educativi e della comunicazione sociale: è qui infatti che si gioca in larga parte il presente e il futuro del rapporto tra Vangelo e cultura.
In questa prospettiva di futuro il pensiero va con particolare affetto al mondo dei giovani, una larga rappresentanza dei quali ho avuto la gioia di incontrare in occasione del Convegno indetto per l'Anno Internazionale della Gioventù. La Chiesa deve essere accanto ai giovani nella loro aspirazione alla pace nella giustizia e nella libertà: tanto a coloro che adempiono con lealtà al dovere di servire la Patria, quanto a coloro che, sollevando obiezione di coscienza, scelgono di prestare un servizio civile alternativo.
Vorrei riservare una particolare parola per il ruolo che nella Chiesa hanno i Sacerdoti i quali, in docile collaborazione con i Vescovi, sono chiamati ad essere gli «ambasciatori di Cristo» e ministri della riconciliazione (cfr. 2 Cor 5, 18-20). Sono coloro che, nelle parrocchie e nelle associazioni, portano il peso della concreta presenza salvifica della Chiesa. Con i sacerdoti è doveroso ricordare anche l'apporto dei Religiosi e delle Religiose alla vita quotidiana della Chiesa: nella varietà dei carismi e dei ministeri della vita religiosa, la comunità ecclesiale trova una ricchezza sempre nuova per la sua missione di riconciliazione e per la sua presenza concreta ed impegnata al livello di opere educative, assistenziali e missionarie. La consapevolezza dell'importanza di questa componente per la vita della Chiesa deve spingere tutti ad adoperarsi con rinnovato zelo nell'opera delle vocazioni, coltivandole nel loro sbocciare ed accompagnandole poi lungo tutto il cammino della loro formazione.
Infine, ma come punto qualificante e decisivo di tutto il cammino di riconciliazione, si profila davanti ai nostri occhi lo spazio immenso dell'umanità sofferente e minacciata: dagli ammalati a noi vicini, agli emigranti ed immigrati, fino alle moltitudini innumerevoli dei popoli della fame, passando attraverso coloro che subiscono la tragedia, della guerra, della persecuzione, della privazione dei diritti fondamentali, a cominciare da quello della libertà religiosa. A tutti siamo debitori dell'aiuto fraterno, della solidarietà generosa e coraggiosa, del pane terreno e del pane che viene dal Cielo per la vita del mondo. In base a questa solidarietà e fraternità siamo e saremo giudicati.



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