venerdì 26 febbraio 2016

Obice: L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque

Osservando quanto successo: ci ritroviamo, dopo discussioni, dibatti, manifestazioni, compromessi, sfumature poco chiare ed inaudite forzature istituzionali, con una legge che di fatto regolamenta le relazioni tra i trombamici; vorrei consigliare di iniziare a pensare fin da ora a ciò che ci aspetta già da adesso, perché la battaglia continua più di prima, ma soprattutto tra pochi mesi, quando si metterà a tema la così detta legge sul fine vita.
Perché il
Crollo delle evidenze c’è stato, davvero. È che «Non resistere all’errore è approvarlo, non difendere la verità è ucciderla. Chiunque manca di opporsi ad una prevaricazione manifesta può essere considerato un complice occulto» [Papa Felice III, citato da Leone XIII nella sua lettera ai Vescovi italiani 08/12/1892]
Crollo delle evidenze c’è stato, davvero. Ci è stato fatto credere che il motivo per muoversi doveva essere la certezza della vittoria, e che ora non è più il momento delle prese di posizione pubbliche, che sarebbero divisive e controproducenti.
(Uomini o disertori nel crollo delle evidenze)
Partendo da
È perché la Chiesa italiana è diventata all’improvviso relativista o perché oggi le leggi civili, per assicurare la convivenza, hanno bisogno di dare spazio e riconoscimento a persone che la pensano diversamente dalla morale naturale o cattolica? Questo non vuol dire che noi non abbiamo tutto lo spazio per testimoniare la bellezza della famiglia così come Dio l’ha voluta creandoci maschio e femmina. Allora, amici, dobbiamo darci il tempo per renderci conto di ciò che sta succedendo. È un cambiamento talmente epocale che, se noi non ci aiutiamo a capirlo, facilitiamo lo scatenarsi di discussioni inconcludenti invece che un dialogo che ci consenta di ritrovare il nostro posto, il nostro compito: che cosa abbiamo da proporre e da vivere, da comunicare ai nostri amici proprio per quel che siamo, cioè una realtà nella vita della Chiesa, perché siamo Chiesa.
Che arriva dall’ultima Scuola di comunità con Julián Carrón del 17 febbraio 2016, con il desiderio che non si creino dialoghi inconcludenti, ma con il timore che a volte far della chiacchiera è un modo per non sporcarsi le mani nelle circostanze, desidero anticipare qualche punto e perplessità riprendendo uno stralcio del secondo capitolo de “La bellezza disarmata” (purtroppo noto solo ora che la “b” è minuscola), capitolo intitolato “Verità e libertà: un esempio paradigmatico”.
Pensiamo alla vicenda di Eluana Englaro. Non bastava dire: «La vita ha un valore assoluto», perché è un valore che si può oscurare. All'epoca avevamo detto, perciò, riprendendo un'intervista di Enzo Jannacci ci vorrebbe «una carezza del Nazareno», per poter scoprire che la vita vale sempre e comunque. È la testimonianza offerta ogni giorno da tanti medici e infermieri, che entrano nelle stanze dei malati terminali, dove quasi più nessuno ha il coraggio di entrare, portando lo sguardo che hanno ricevuto e ricevono nell'incontro cristiano. Senza la carezza del Nazareno, certi valori, che in sé sono evidenti, si oscurano, si offuscano, e in questo senso crollano. 
Il crollo delle evidenze è la cifra della crisi attuale, della condizione umana nell'Occidente di oggi. Davanti alle sfide che culturalmente si pongono, non si può dare per scontato quello che scontato non è più. Al riguardo, in più occasioni ho citato questo passaggio di Benedetto XVI nel suo discorso al Bundestag: «Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell'abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacita, tale questione è diventata ancora molto più difficile». Sorprende che a pronunciare questa affermazione sia un Papa e non un accanito relativista. Per dare il proprio contributo di cristiani nel contesto culturale e politico attuale è allora decisivo cogliere che cosa è avvenuto negli ultimi decenni, come esito di una lunga parabola, e quale sia la vera posta in gioco. Siamo davanti a un crollo di quelle evidenze che per secoli hanno fondato la nostra convivenza; e la questione che ci si pone è quale sia la strada di una positiva riscoperta di ciò che appartiene alla verità dell'esperienza umana, in vista di una rinnovata fondazione della vita comune nella nostra società plurale. 
Questi cenni alla situazione in cui ci troviamo ci permettono di comprendere meglio ciò che dice papa Francesco quando invita a concentrarsi sull'essenziale, sottolineando che non possiamo insistere solo su questioni legate alla morale, nell'ambito personale e sociale. «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L'annuncio di tipo missionario si concentra sull'essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più.».
Di tutto questo riprendo e riporto le parti integrali di ciò che viene citato, perché non è sufficiente avere medici che vanno nei reparti ad accarezzare i pazienti, Jannacci su questo aveva fatto una dura battaglia, tanto da essere citato nel volantino fatto da CL nel 2009.

Quando al medico e cantante è stato chiesto “Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile?” la sua risposta è stata chiara “Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto.”. Lui definiva l’interruzione della vita “allucinante e bestiale”, e si potrebbe anche approfondire la sua percezione dell’utilità dell’attesa, ma non è il momento adatto.

Quanto alla citazione di Papa Benedetto XVI, che genera stupore perché qualcuno la potrebbe interpretare come “relativista”, forse questo stupore scemerebbe se si riportassero anche le frasi che rendono chiaro il completo discorso e il punto al quale voleva arrivare (ma un po’ mi sono abituato a dover andare a riprendere interamente i testi).
In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: "Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro… questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…" 
[…] 
Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Mi consola il fatto che, evidentemente, a 84 anni si sia ancora in grado di pensare qualcosa di ragionevole.) Aveva detto che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza, la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte, presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. "Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana", egli nota a proposito. Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un "Creator Spiritus"? 
A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza.
Quindi, cosa iniziamo o continuiamo a fare? Io, l’unica cosa possibile.
È impossibile che la partenza dal senso religioso non spinga gli uomini a mettersi insieme. E non nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente; a mettersi insieme nella società secondo una interezza e una libertà sorprendenti (la Chiesa ne è il caso più esemplare), così che l’insorgere di movimenti è segno di vivezza, di responsabilità e di cultura, che rendono dinamico tutto l’assetto sociale. 
Occorre osservare che tali movimenti sono incapaci di rimanere nell’astratto. Nonostante l’inerzia o la mancanza di intelligenza di chi li rappresenta o di chi vi partecipa, i movimenti non riescono a rimanere nell’astratto, ma tendono a mostrare la loro verità attraverso l’affronto dei bisogni in cui si incarnano i desideri, immaginando e creando strutture operative capillari e tempestive che chiamiamo opere, «forme di vita nuova per l’uomo», come disse Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, rilanciando la dottrina sociale della Chiesa. Le opere costituiscono vero apporto a una novità del tessuto e del volto sociale. 





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