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martedì 22 agosto 2023

Polito stai sereno: lo spettro della CL anni '80 non si aggira per l'Italia






Recensendo tempestivamente il libro di Marco Ascione "La profezia di Cl", Antonio Polito lancia l’allarme: il sistema di potere ciellino potrebbe conoscere un ritorno di fiamma, c’è la possibilità che Roberto Formigoni si candidi alle Europee con Fratelli d’Italia, mentre don Julian Carron che tanto bene aveva fatto al movimento ecclesiale imponendo allo stesso quella “scelta religiosa” che per più di trent’anni esso aveva respinto in nome della soggettività storica e politica dei cattolici, è stato ostracizzato, dopo essere stato costretto alle dimissioni per una somma di fattori. 

Qui vorremmo – dopo esserci fatti una bella risata – tranquillizzare l’ex redattore dell’Unità divenuto editorialista di punta del grande quotidiano della borghesia italiana, il Corriere della Sera: dell’eventuale candidatura di Formigoni non sappiamo nulla, ma possiamo garantirgli che non torneranno i tempi del buon governo formigoniano della Lombardia, che era sempre all’avanguardia delle politiche che poi venivano adottate dalle altre Regioni (anche rosse), non torneranno i tempi del primo Family Day, non torneranno i Meeting di Rimini degli anni Ottanta che lanciavano il guanto di sfida al laicismo e alla massoneria, non torneranno i giorni gloriosi del Movimento Popolare che -parole del segretario della DC già partigiano Benigno Zaccagnini – nel 1976 spostò 1 milione di voti alle elezioni politiche ed evitò il sorpasso del PCI sulla DC. 

Non torneranno perché il mondo è cambiato, la società è diventata liquida, l’Occidente è sprofondato nell’individualismo e nel nichilismo. Non è questione di Carron o non Carron – qualunque sia il giudizio, positivo o negativo, che si voglia dare sul fatto che costui ha riconvertito CL alla scelta religiosa: i cristiani soggetto politico e storico in ragione della loro esperienza esistenziale del cristianesimo (questa è la definizione non denigratoria di ciò che da CL è derivato a livello politico e di presenza pubblica fra la data di nascita e il 2012) non si ripresenteranno più sulla scena per la stessa ragione per cui non esistono più i partiti italiani di massa, i sindacati rappresentano soprattutto i pensionati, le chiese si svuotano e i seminari già sono vuoti, la gente non si sposa più né in chiesa né in comune, ecc.: il popolo non esiste più, esistono solo individui; quelle che il Movimento Popolare chiamava “unità di popolo nel pluralismo” non esistono più, non esiste più il popolo comunista, quello socialista e nemmeno quello cattolico. Anche nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali si assiste, con qualche lodevole eccezione, a quel “trionfo del terapeutico” che Philip Rieff aveva già individuato nel contesto americano nel 1966: molti di coloro che si avvicinano all’esperienza religiosa, compresa quella cristiana, lo fanno per stare bene emotivamente e per trovare la rete di sicurezza sociale e psicologica della comunità, non perché affascinati da una fede che vuole investire il mondo e cambiarlo anche nel modo di governare le cose umane. 

Il cristianesimo come avvenimento integrale, che riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza – dunque anche la politica – non è più sperimentato perché disintegrata è la persona essendo state prima disintegrate le società naturali nelle quali la persona nasceva e cresceva. Le profezie di Pasolini e di Del Noce si sono realizzate, il consumismo ha trionfato distruggendo la pluralità umana delle culture italiane e la rivoluzione si è suicidata, il programma di Gramsci si è realizzato soltanto sul versante della secolarizzazione, non su quello dell’emancipazione del popolo dall’egemonia della borghesia. Fanno tenerezza tutti i riferimenti ai peccati di CL in tema di tentazione all’egemonia, in un’epoca caratterizzata dalla spietata egemonia borghese, che ha realizzato il sogno liberal-radicale di una società di soli individui, deculturata, avendo trionfato sui suoi rivali, il Partito comunista italiano e la Chiesa cattolica. Trionfo tanto più grande in quanto li ha resi culturalmente subalterni, ha ottenuto che il grosso dei comunisti e dei cattolici interiorizzassero l’impostazione individualista della vita, che accettassero la dicotomia fra fede e vita pubblica.

Polito si stupisce del fatto che nessuno nel mondo intellettuale e della comunicazione – che in Italia è quasi tutto laico – si prenda a cuore la causa di Julian Carron ostracizzato dal dibattito delle idee e dei valori. Eppure il suo punto di osservazione dovrebbe garantirgli una facile risposta. L’immagine del ruolo di Carron e più in generale del cristianesimo nella società post-moderna che Polito ha, coincide con quella che ne aveva la borghesia in epoca moderna: alla Chiesa si chiedeva di disciplinare le masse, di assicurare quella formazione morale e umana che permettesse di avere una classe operaia esente dai mali dell’alcolismo, del vagabondaggio sessuale, dell’oziosità, ecc., che danneggiavano la produzione e quindi il profitto. In cambio, si concedeva all’élite ecclesiale di far parte dell’establishment, di godere di buona stampa e di mantenere qualche privilegio secolare – fermo restando che né il clero né i laici cristiani dovevano sognarsi di gestire in prima persona il governo della società o di aspirare a farlo. Oggi il patto verrebbe aggiornato sostituendo all’alcolismo le nuove dipendenze e aggiornando la formazione morale e umana impartita dalla Chiesa ai bisogni psicologici indotti dalla liquefazione dei legami sociali. Ma Polito dovrebbe sapere bene che il sistema capitalista globalizzato si regge sull’intensificazione dei consumi, sia materiali che virtuali, e questo richiede un’ulteriore riduzione delle pretese morali della Chiesa e la frammentazione e costante metamorfosi dell’individuo stesso: l’ideologia di genere, che auspica la fluidità della vita sessuale e affettiva, è organica alla logica capitalista del profitto ed è in contraddizione frontale anche col genere di cristianesimo che Polito predilige. Il Carron di Polito – che non coincide necessariamente con quello reale, anzi – è totalmente inutile alla logica egemonica della borghesia odierna, per le stesse ragioni per cui lo era già la Chiesa di Paolo VI (lo ha spiegato efficacemente Pasolini proprio sulle pagine del Corriere della Sera, quasi cinquant’anni fa). Perciò stia pure tranquillo, l’editorialista di punta del Corriere della Sera: l’egemonia borghese non corre alcun pericolo dall’esterno. Può solo distruggersi da sé, e questo noi lo speriamo ancora.

Rodolfo Casadei






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martedì 19 ottobre 2021

In perpetuam memoriam di Luigi Amicone




Il fondatore di Tempi si è congedato da questo mondo, tornando alla Casa del Padre, durante la scorsa notte. Fu redattore de Il Sabato e suo inviato di pace nelle zone colpite dalla guerra, quali Belfast, ove raccontò la guerra civile tra protestanti e cattolici, e Libano, martoriato dallo scontro con la Siria; documentò anche la caduta dei regimi comunisti, tra il 1989 e il '93. Successivamente, nel 1994, fondò la Tempi di fraternità, mantenendo nel corso del tempo rapporti di collaborazione con Il Foglio e Il Giornale.

Era soprattutto marito e padre di 6 figli; scrittore e giornalista a metà tra "figlio del tuono" e l'esser paolino, giacché le sue parole erano potenti (l'influenza di Pasolini e Testori si faceva sentire) e ricche degli elementi che caratterizzano la parresia: libertà di parola, franchezza nel dire e audacia della testimonianza. Egli Battagliava con tutto il vigore dell'allegra baldanza ("Vivi, pazzo vivi!") di chi l'aveva scampata bella dalla sudditanza, con varie gradazioni (da quella più moderata a quella estremistica), della cultura di sinistra, grazie all'incontro con Don Luigi Giussani; come lui tanti altri, tra cui Giancarlo Cesana, don Eugenio Nembrini. Dal 2016 a pochi giorni fa, è stato consigliere comunale di Milano con Forza Italia.

Amicone aveva capito che il cristianesimo deve farsi cultura e non diventare subalterno al mondo, difendendo la Verità nella Carità. Operò da cattolico di "minoranza creativa", come ormai lo sono i credenti non fluidi, per provare a testimoniare la Fede in una società ad essa largamente indifferente, non solo non più cattolica, ma nemmeno più cristiana. E non posso dimenticare che fu tra quei fortunati che sostennero la candidatura al premio Nobel di un grande scrittore brianzolo, Eugenio Corti.

Lo conobbi di persona nell'autunno del 2012, presso il collegio San Giuseppe di Torino, dove era venuto per presentare "Polvere", libro di Giovanni Donna, dottore e scrittore torinese. Lo conobbi dopo la presentazione, grazie a un'amica in comune, Maria Vietti, brava poetessa e fisioterapista. In quell'occasione lo invitai a venire a trovarmi in Valle di Susa, per fargli capire quanto non corrispondesse alla realtà dei fatti lo slogan "no Tav uguale valsusino", vexata quaestio per la Valle.

Mi venne a trovare alcune settimane dopo, a Borgone Susa. All'incontro, erano con me l'amico e collega Marco Margrita, la consigliere comunale Laura Melis e l'imprenditore informatico Maurizio Berta, temprati dal fuoco di tante battaglie politiche, curatore di progetti coraggiosi come l'Officina e La Pietra nello stagno. In quell'occasione Marco divenne corrispondente dalla Valle per Tempi, fatto di cui sono ancora adesso fiero, difatti consiglio di recuperare i suoi articoli: perché fu coronamento di un'operazione di vera dissidenza culturale, allo scopo di testimoniare una presenza cattolica originale, che scorgeva dietro al movimento No Tav, sì, anche delle preoccupazioni economiche e politico-ambientali condivisibili, però soprattutto l'ombra - e qui cito Del Noce - del "partito radicale di massa" (giustizialismo piagnone 
e giacobino, e terrorismo rosso compresi: leggasi "prima linea" e "lotta continua"), che stava avendo - come nel '68 - un'influenza nefasta sulle menti e i cuori dei valsusini, compresi i cattolici della Diocesi, la quale rischiò di essere spaccata in due. D'altronde, Luigi Amicone aveva intervistato Václav Havel e Lech Wałęsa, perciò non poteva non volerci bene.

Tra giugno e luglio del 2013 fu lui ad accogliermi a Milano, nella vecchia sede di Tempi, in Corso Sempione. Qui, tra una fumata di sigaro e sigarette, mi concesse una lunga intervista incentrata su vari temi, per il sito Elzeviro.eu: dalla situazione della Chiesa (Benedetto XVI aveva abdicato da pochi mesi), passando per il transumanismo, la biopolitica, fino di nuovo al Tav. Parlammo ad esempio, in tempi non sospetti, di colonizzazioni ideologiche, le cui terre di conquista erano e sono i corpi (si pensi all'utero in affitto, alle "banche dei gameti") e le coscienze di ogni uomo. Ricordo ancora l'emozione, di giornalista imberbe; mi sentivo come uno dei giornalisti de Il Sabato, per me rivista "leggendaria", che quando dovevano fare un'intervista, si presentavano a casa dell'intervistato. Da qui, me ne andai con la certezza che il male non ha mai l'ultima parola, anche quando sembra invincibile e terribile. Fu tra gli incontri importanti, che in quell'estate mi aiutarono ad accompagnare mia madre ricoverata in ospedale, la quale, il 16 agosto di allora, oltrepassò il "velo di vetro e argento" tra questo mondo e l'Altro.

Il 30 ottobre tornò in Valle. Ad Avigliana, con il Margrita e altri amici, gli feci incontrare un centinaio di persone, tra cui imprenditori e amministratori locali, rappresentanti di quella sana maggioranza silenziosa che all'ideologia del "No trenocrociato" mai si sono arresi, e nemmeno a quella di un "Sì semplicistico" e altrettanto ideologico, da muro contro muro. L'incontro si intitolava “Star di guardia ai fatti: il Papa, il relativismo, il dialogo” e fu promosso anche dall’Associazione Culturale “Il Laboratorio” e dal Circolo MCL (Movimento Cristiano Lavoratori) Impegno Sociale Valsusino.

Prima, si tenne una cena, alla quale avevo invitato l'amico Farhad Bitani, figlio di un generale afghano, autore di un libro memoria - "L'ultimo lenzuolo bianco" - sul suo amato e travagliato Afghanistan. Poche settimane dopo, Tempi gli dedicò copertina e intervista. Eh, in Amicone cuore e fiuto per la notizia andavano a braccetto. Durante l'incontro, Amicone affermò, per contestualizzare la figura di Papa Francesco, all'epoca eletto da soli due mesi: «Non è certo quel Papa-Obama che il pensiero mainstream vorrebbe spacciarci, ma è innegabile che siamo di fronte ad un potente cambiamento […] Il Papa non cede alla postmodernità, ma l’affronta, all’insegna della semplicità, con gesti densi di significato e con un’audacia missionaria che può parlare a tutti». E non mancò di fare riferimento al Pontefice precedente: «Occorre ricordare che è la rivoluzionaria rinuncia di Benedetto XVI ad aver aperto questa stagione che stiamo vivendo». Serbo ancora intatto il ricordo del dopo conferenza, svoltosi tra tante risate, ancora voglia di dibattere, diversi bicchierini di Sansimone, che bevve per la prima volta proprio quella sera, e l'amico Davide Camandona, il quale cercava di spiegargli come funzionasse il telefonino high-tech comprato da poco.

Voglio dedicargli le parole che un grande cattolico inglese, quale fu Hilaire Belloc grande amico di Chesterton, scrisse poco prima di morire, che ben si confanno alla sua persona: “ Oggi c’è una tendenza alla tristezza, lo so, e uomini senza fede raccontano le cose che non hanno godute. Per conto mio non cederò a quest’abitudine. Io penserò di aver più perfettamente gustato nella mia mente ciò che può essere stato negato al mio corpo, e descriverò per me e per gli altri un piacere più grande di qualsiasi piacere del senso. Farò quello che hanno sempre fatto i poeti e i profeti e soddisferò me stesso con la visione, e (chissà) forse per mezzo di essa il Grifone dell’Ideale è stato reso migliore (se fosse possibile!) di quello che esso è realmente in questo mondo incerto e cattivo”. Poiché “La gloria illumina - è sempre Belloc a scrivere - e dà vita al mondo che noi vediamo e la luce vivente rende le cose reali che ora ci vengono rivelate, superiori a delle verità assolute: esse ci appaiono come verità attive e creative”.

Ora, non rimane che pregare per accompagnarlo nel suo cammino verso la fonte di quella gloria e luce vivente, Dio stesso, e per sostenere i suoi cari.







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lunedì 6 marzo 2017

Come eravamo: Questo è il digiuno che voglio

«Tu GRADISCI, SIGNORE, il cuore penitente». Bisogna comprendere bene il significato della parola «penitenza». Dobbiamo ricordarci che penitenza è sinonimo di conversione: passaggio da un atteggiamento non vero o meno vero ad un atteggiamento più vero. Viene alla mente il termine evangelico di metanoia, e infatti metanoeite si traduce anche con: fate penitenza.

Che cose è la conversione o la penitenza se non il nostro sguardo che incontra e il nostro cuore che si spalanca, la nostra libertà che aderisce al «Dio vivente»? Dio non è il Dio dei morti o dei nostri pensieri, è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe; è il Dio che si è legato e reso sensibile, tangibile nella sua potenza dentro la storia; in questa storia è fiorito Cristo, Dio che si è fatto uomo. Penitenza è incontrare con gli occhi, spalancare il cuore, aderire con la nostra libertà a Lui. Guardarlo, aderirgli, amarlo significa cambiare tutto: non «molto» delle nostre cose, ma «tutto» e continuamente tutto.

IL PERICOLO DEL FORMALISMO
«Grida a squarciagola: Mi ricercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio. Mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio» (Is 58, 1 ss). Non è questa di Isaia la descrizione della nostra vita?

Noi siamo dentro un regime di vita che è quello di gente che ogni giorno cerca Dio, brama di conoscere le sue vie: siamo sommersi da discorsi e da parole, siamo penetrati da tutte le parti da pensieri e da emozioni, siamo carichi anche di rimorsi e dì propositi. Ma l'orrore della nostra vita è che essa può restare formale. Questo è il terribile tranello in cui la menzogna, Satana, ci spinge a cadere: che la nostra vita dedicata a Dio resti una pura formalità.

Com'è acuto Isaia! «Perché digiunare se tu non lo vedi, mortificarci se tu non lo sai?».

Vogliamo stabilire noi il tipo di corrispondenza, vogliamo fissare noi la modalità e i termini del centuplo quaggiù.

Riafferriamo così quello che abbiamo donato. Questa è, in breve, l'origine di tutta la nostra titubanza e di tutta la nostra incertezza, della delusione che ci prende alla gola.

Invece la modalità con cui il Signore si rende presente appartiene a Lui, al Mistero reso carne dentro il seno di una donna, che prosegue la sua permanenza nel tempo e nella storia dentro la nostra carne, costituendo la forma della nostra vocazione. Noi gli rimproveriamo il fatto che non si faccia vedere e comprendere come vorremmo. Allora la nostra vita rimane formale.

I PROPRI AFFARI
Di che cosa, dunque, riempiamo la nostra vita? «Nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari [dentro la storia della vostra vocazione afferrate e trattate persone, cose e voi stessi come affari vostri, secondo la misura con cui voi decidete. Possedete invece che offrire]. Angariate gli operai [manipolate persone, cose, voi stessi e il tempo secondo il vostro parere]. Voi digiunate tra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui [con estraneità tra voi]. Non digiunate più come fate oggi [non vi ho chiamato alla penitenza perché rimanga un fatto esteriore, senza cuore e con tutto il peso dei sasso dei vostri tornaconti, delle vostre misure, delle vostre convenienze, dei vostri piaceri, del vostro orgoglio]. È forse come questo il digiuno che bramo: piegare come un giunco il proprio capo [subire la vocazione cristiana], usare sacco e cenere per letto [privarsi di cose che si potrebbero ottenere]; forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore [subire quello che siamo stati chiamati a vivere, la forma di vita in cui Cristo richiama con forza e insieme con tenerezza]?».

IL VERO DIGIUNO
Il profeta descrive poi il vero digiuno: «Questo è il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique». Questo - dice Cristo - è il significato della penitenza che ti ho chiamato a vivere, della tua adesione a me: la tua vita deve essere liberata. Le tue azioni, il rapporto con gli altri, con le cose, con te stesso, con me devono diventare liberi, cioè non pietistici non formalizzati, non con il capo chino, secondo l'icastico paragone di Isaia.

In che cosa consiste questa liberazione, se non nel guardare e nell'usare persone, cose, se stessi secondo destino del vivere di ogni uomo e di ogni cosa che è Cristo?

Prosegue Isaia: «Togliere i legami dal giogo». Un legame diventa giogo quando non realizza più il nostro rapporto con il destino, con Cristo, quando non è più in funzione della gloria del Padre. Qualsiasi rapporto, se non è in funzione della gloria di Cristo, è un giogo e la nostra vita, presto o tardi, lo capisce. Togliere i tegami dal giogo: che i rapporti con noi stessi, con gli altri e con le cose siano scala al Mistero, segno vissuto del rapporto con il Mistero, espressione dell'appartenenza.

Il riverbero immediato di questo, che ne diventa il segno inoppugnabile, è l'aiuto al bisogno degli altri, sovvenire alle loro necessità, alla debolezza, alla fragilità.

Solo se i rapporti saranno tesi ad esprimere l'appartenenza a Cristo e, come conseguenza, sarà vibrante la sensibilità nell'aiutare gli altri, secondo la gerarchia stabilita da Dio, solo allora «la tua luce sorgerà come l'aurora [sarà tutto luminoso, sarà tutto chiaro] e la tua ferita si rimarginerà [in una letizia umile, senza equivoco]».

COME L'AURORA
«Allora la tua luce sorgerà come l'aurora». Non possiamo immaginarci la modalità di questo; è anch'essa decisa dal Mistero. Lo dice il vangelo di san Matteo: un giorno c'è lo sposo e si gioisce e un altro giorno non c'è lo sposo e allora emerge tutto il peso (cfr Mt 9,15). C'è lo sposo e la penitenza diventa resurrezione e gioia anche nel dolore: «Sovrabbondo di gioia nella mia tribolazione» (2 Cor 7,4). E quando lo sposo sembra mancare, noi l'attendiamo nella pazienza, cioè nella penitenza.

Che la penitenza non sia più una formalità subita da un capo piegato come quello di un giunco, ma sia domanda, chiara come l'aurora. «Allora la gloria del Signore ti seguirà», come una madre che veglia sul bambino che ha appena imparato a camminare.

«Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: "Eccomi"». Sorprendere nello sviluppo della vita di ogni giorno la voce di questo «eccomi», il contenuto di questa risposta di Cristo alla nostra domanda è il segno che la nostra vita è domanda non formalistica, ma tesa a Lui.

Che la Quaresima porti qualcosa di nuovo all'inizio di ogni nostra giornata come rapporto con Cristo.


“Questo è il digiuno che voglio.” Inserto in CL-Litterae Communionis, 3 (1992).






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martedì 28 febbraio 2017

Come eravamo: Caso Eluana: Carità o violenza?

«Capire le ragioni della fatica è la suprema cosa nella vita, perché l'obiezione più grande alla vita è la morte e l'Obiezione più grande al vivere è la fatica del vivere; l'obiezione più grande alla gioia sono i sacrifici... Il sacrificio più grande è la morte» (don Giussani). 
Che società è quella che chiama la vita "un inferno" e la morte "una liberazione"? Dov'è il punto di origine di una ragione impazzita, capace di ribaltare bene e male e, quindi, incapace di dare alle cose il loro vero nome?

L'annunciata sospensione dell'alimentazione di Eluana è un omicidio. La cosa è tanto più grave in quanto impedisce l'esercizio della carità, perché c'è chi si è preso cura di lei e continuerebbe a farlo.

Nella lunga storia della medicina il suo sviluppo è diventato più fecondo quando, in epoca cristiana, è cominciata l'assistenza proprio agli "inguaribili", che prima venivano espulsi dalla comunità degli uomini "sani". lasciati morire fuori dalle mura della città o eliminati. Chi se ne fosse occupato avrebbe messo a rischio la propria vita. Per questo chi cominciò a prendersi cura degli inguaribili lo fece per una ragione che era più potente della vita stessa: una passione per il destino dell'altro uomo, per Il suo valore infinito perché immagine di Dio creatore.

Così il caso Eluana ci mette davanti alla prima evidenza che emerge nella nostra vita: non ci facciamo da soli. Siamo voluti da un Altro. Siamo strappati al nulla da Qualcuno che ci ama e che ha detto: «Persino i capelli del vostro capo sono contati». Rifiutare questa evidenza vuoi dire, prima o poi. rifiutare la realtà. Persino quando questa realtà ha il volto delle persone che amiamo.

Ecco perché arrivare fino a riconoscere Chi ci sta donando la presenza di Eluana non è un'aggiunta "spirituale" per chi ha fede. È una necessità per tutti coloro che, avendo la ragione, cercano un significato. Senza questo riconoscimento diventa impossibile abbracciare Eluana e vivere ii sacrificio di accompagnarla; anzi, diventa possibile ucciderla e scambiare questo gesto. in buona fede, per amore.

Il cristianesimo è nato precisamente come passione per l'uomo: Dio si è fatto uomo per rispondere all'esigenza drammatica - che ognuno avverte, credente o no - di un significato per vivere e per morire; Cristo ha avuto pietà del nostro niente fino a dare la vita per affermare il valore infinito di ciascuno di noi, qualunque sia la nostra condizione.

Abbiamo bisogno di Lui, per essere noi stessi. E abbiamo bisogno di essere edu-cati a riconoscerLo, per vivere.


Comunione e Liberazione
Novembre 2008






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lunedì 30 gennaio 2017

Come eravamo: Il volto di una presenza

Cattolici al lavoro in una società, quella italiana, di cui costituiscono un elemento significativo e determinante, e non solo per indubbi motivi storici, ma anche in ragione della loro presenza attuale. Questo libro fotografico non è altro che la documentazione visiva di tre mesi di questo lavoro a Milano nel periodo compreso fra il 31 marzo e il 5 luglio 1981.

È una documentazione parziale, perché da un lato riguarda solo una parte, la più fotografabile appunto, di tale lavoro, e dall'altro si riferisce ad una città soltanto delle moltissime in cui tale presenza è pubblica ed esplicita. È tuttavia una documentazione suggestiva poiché si riferisce alla città che è forse il centro della ripresa del movimento cattolico in Italia e perché illustra episodi-chiave di un periodo che è stato cruciale e significativo. Cruciale per la società italiana e significativo, soprattutto, per centinaia di migliaia di persone, che hanno sperimentato la razionalità della posizione umana che nasce dalla fede, e hanno cominciato a porsi con coraggio di fronte alla responsabilità di costruire una civiltà per l'uomo.

La vita - personale e sociale - acquista un significato dall'assunzione del compito che ad essa è affidato. La percezione di tale significato rende disponibili e dà forza per una battaglia ideale. Intendiamo per battaglia ideale l'impegno della propria persona e delle proprie energie non per il raggiungimento di un tornaconto o per l'affermazione di un progetto ideologico, ma in vista del fatto che l'uomo possa vivere ed esprimersi in pienezza secondo la sua identità e la sua cultura. È quanto molti cattolici hanno scoperto o riscoperto in questi mesi. Ed è quanto da tempo altri cattolici - assieme ad uomini diversi di buona volontà - vanno sperimentando, impegnati in un lavoro capillare di presenza negli ambiti della società.

Non è politica tutto questo? Noi crediamo che questo sia il fondamento della politica, e il contenuto principale del fare politica. È comunque un modo di fare politica che oggi coinvolge, impegna ed affascina molto di più dei modi usuali dei partiti e partitini di sinistra, di destra e di centro. È un fare politica che realizza la presenza alle manifestazioni per l'unità dei lavoratori, e due mesi dopo fa ripercorrere le stesse strade in bicicletta o sugli schettini con la stessa consapevolezza, in una festa di famiglie e di popolo. È un fare politica che spinge a battersi per il rispetto della vita e la promozione della dignità dell'uomo in un confronto referendario, e poi fa cantare e ballare, svolgere ricerca culturale e realizzare convegni internazionali di studio.

Contro questo stile di presenza e di lavoro sociale, anche in questi mesi si è levata la rabbiosa obiezione di chi giudica i cristiani degni solo di stare in chiesa: un'obiezione che spesso non ha esitato a ricorrere all'attacco e alla violenza fisica. È quanto viene documentato in queste pagine dalla cronaca visiva dell'aggressione ai lavoratori del Movimento Popolare durante il corteo del 1° maggio, aggressione condotta da parte di elementi organizzati della sinistra e dell'ultrasinistra (alleate per l'occasione). Episodi come questo, e altri che avrebbero potuto essere riprodotti, dimostrano obiettivamente che un certo aggregato di forze - che stanno sia dentro che fuori dei partiti della sinistra tradizionale, e più in genere del fronte «laico» - nega che i cristiani abbiano diritto ad una presenza pubblica in fabbrica, nelle scuole, nelle università, nelle piazze, a meno che tale presenza abbia luogo in forma anonima e all'interno di posizioni culturali ed organizzative subalterne al fronte «laico» medesimo. E per negare questo spazio ogni mezzo è buono, dalla diffamazione e dall'intimidazione a mezzo stampa alle manganellate.

A tale disegno di repressione e di emarginazione a viva forza, i cattolici rispondono non solo resistendo, come è accaduto in Piazza Duomo lo scorso 1° maggio, ma anche affermando la presenza di una visione del mondo che, essendo concreta, inevitabilmente produce gesti, luoghi, espressioni: insomma produce vita. Anzi, non è nemmeno esatto dire che con questo innanzitutto i cattolici rispondono a chi li vorrebbe veder sparire dalla società italiana. I cattolici innanzitutto ci sono, vivono e si esprimono. E con questa loro vita, fra l'altro, rispondono a chi li vorrebbe ammutoliti, subalterni e senza una propria identità e una propria cultura.

Il volume documenta poi altri momenti di questi tre mesi a Milano: il lavoro di proposta e di campagna elettorale per il rinnovo delle rappresentanze studentesche nelle Università; la partecipazione alla battaglia in difesa della vita nell'occasione dei referendum sull'aborto indetti per lo scorso 17 maggio; le commosse manifestazioni di preghiera e di solidarietà a Giovanni Paolo II dopo l'attentato; il Convegno indetto dal Movimento Popolare sul tema «Medicina, assistenza e il bisogno dell' uomo oggi»; il Colloquio internazionale a un anno dall'allocuzione di Giovanni Paolo II all'Unesco, promosso dal Centro Culturale S. Carlo; la manifestazione del 2 giugno al Palalido per confermare il lavoro di chi si è impegnato a favore della vita e sottolineare l'impegno a continuarlo al di là dell'esito del referendum; l'Happening al Monte Stella, la grande festa popolare che ha concluso, gli scorsi 4-5 luglio, oltre tre mesi carichi di avvenimenti, di esperienze e di speranze tutt'altro che deluse.


Movimento Popolare - Estate 1981






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lunedì 17 ottobre 2016

Come eravamo: Affermare l'altro in quanto è

Condizione per sviluppare socialmente una comunione missionaria, ma anche già embrionale espressione di essa, è il valore della democrazia.

1) L'ideale della democrazia sorge normalmente come esigenza di rapporti esatti, giusti fra persone e gruppi. Più particolarmente, punto di partenza per una vera democrazia è l'esigenza naturale, umana, che la convivenza aiuti l'affermazione della persona, che i rapporti «sociali» non ostacolino la personalità nella sua crescita.

Principio della democrazia è quindi il senso dell'uomo «in quanto è» , è la considerazione, il rispetto e l'affermazione dell'uomo «perché è».

Nel suo spirito la democrazia non è innanzitutto una tecnica sociale, un determinato meccanismo di rapporti esterni; la tentazione è quella di ridurre la convivenza democratica a puro fatto di ordine esteriore o di maniera. In tale caso il rispetto per l'altro tende a coincidere con una fondamentale indifferenza per lui.

Lo spirito di una autentica democrazia invece mobilita l'atteggiamento di ognuno in un rispetto attivo verso l'altro, in una corrispondenza che tende ad affermare l'altro nei suoi valori e nella sua libertà. Si potrebbe chiamare «dialogo» questo modo di rapporto tra gli uomini che la democrazia tende a instaurare.

Il dialogo, come metodo di convivenza, evidentemente si radica e si qualifica in una «ideologia» , in un determinato modo di concepire sé, gli uomini e il mondo; non si può separare la volontà di dialogo dal determinato tipo di sensibilità e di concezione che si vivono.

Anche il più sincero democratico soffre perciò la tentazione di tenere come criterio reale della convivenza il trionfo del suo modo di concepire l'uomo e il mondo.

Ora, rendere questo non speranza, ma motivo e criterio dei rapporti, è violenza, è la violenza del tentato trionfo di un'ideologia, che elimina l'affermazione del singolo uomo libero. Lo sforzo di creare, per esempio, delle Internazionali, o il voler creare a tutti i costi una omogeneità «lasciando da parte ciò che ci divide», può avere commovente spunto, ma sempre, di fatto, finisce per schiacciare la persona in nome di un'idea matrice o di una bandiera.

Bisogna che il criterio della convivenza umana sia l'affermazione dell'uomo «in quanto è»: allora l'ideale concreto della società terrestre sarà l'affermazione di una «comunione» tra le diverse libertà ideologicamente impegnate.

Il contratto che regola la vita comune («Costituzione») deve cercare di dare norme sempre più perfette che assicurino ed educhino gli uomini alla convivenza come comunione.

2) Il cristiano è particolarmente disposto e sensibile a questo valore: proprio perché esso è educato ad affermare come unica legge dell'esistenza la carità, per cui ideale di ogni azione è la comunione con l'altro e l'affermazione della sua realtà «perché è».

Ma solo nella carità cristiana questa affermazione trova la sua sicurezza, in quanto nella carità cristiana diventa noto il motivo ultimo di quel rispetto attivo verso gli uomini. Il motivo ultimo non può essere solo il fatto che «un uomo è un uomo», il motivo ultimo del mio rispetto all'altro deve essere qualcosa che c'entri con la mia origine e il mio destino, il mio bene, la mia salvezza, deve essere qualcosa che supremamente corrisponda al mio fine: che possa entrare in comunione definitiva con me.

Il motivo ultimo è il mistero di Dio, nella Sua essenza (Trinità) e nella Sua manifestazione storica (Regno di Dio). Devo rispettare attivamente l'altro (amare), perché, così come è, appartiene al mistero del Regno di Dio; devo accostarmi all'altro quasi con la stessa religiosità con cui mi accosto al Sacramento, perché esso è segmento del disegno di Dio, e il mistero di Dio è un mistero di bene che eccede il mio controllo.

Senza questo fondamento l'affermazione della persona come ultimo vero criterio di socialità non può essere sostenuta e alimentata, ma tutto crolla e ridiventa sottilmente e violentemente ambiguo. 

Per questo Pio XI disse una volta: «La democrazia sarà cristiana, o non sarà» (poiché, se Dio «sa trarre figli d'Abramo anche dalle pietre», è pur vero che la Chiesa è il luogo dove vive la coscienza del suo mistero).

3) Un governo della cosa pubblica che si ispiri al concetto cristiano di convivenza avrà come ideale il pluralismo. Le trame, cioè, della vita sociale dovranno rendere possibile l'esistenza e lo sviluppo di qualunque tentativo d'espressione umana.

La realizzazione di questa convivenza pluralistica implica gravi problemi: il pluralismo è una direttiva ideale per questo mondo. Occorre comunque impegnarcisi senza paura.

Il pluralismo, proprio in quanto tende ad affermare tutte le libere esperienze particolari secondo la loro autenticità, è decisamente contraddittorio a un concetto di democrazia e di apertura, così come è portato da una prevalente mentalità fra noi. Si tende a identificare come «democratico» il relativista, qualunque versione del relativismo viva, purché sia relativista: e si tende quindi a identificare come antidemocratico (intollerante, dogmatico) chiunque affermi un assoluto.

Da questa mentalità, o dal compromesso con essa, nasce quel tentativo di definire «spirito aperto» chi sia proclive a «mettere da parte ciò in cui si è divisi, e a guardare solo ciò in cui si è uniti», proclive a un «mettere da parte le ideologie» (una «deideologizzazione») gravido di equivoci.

In particolare è notevole rilevare come una simile posizione tenda a strappare alla presenza cristiana nell'ambiente e nella società proprio ciò che essa ha di unico, a svuotare la presenza cristiana proprio del contenuto della Sua comunione, a dissipare proprio l'essenza della sua missione.

Soprattutto, si potrà facilmente osservare che la prima caratteristica negata al cristiano in nome di tale falsa democrazia è la sua presenza comunitaria nella società: si taccerà di chiusura, di integrismo, o di tentata dittatura clericale ogni manifestazione di quel fatto essenziale per cui il cristiano vive e agisce come comunione e come obbedienza, e perciò come comunità gerarchica.

Per la nostra mentalità cristiana la democrazia è convivenza, cioè è riconoscere che la mia vita implica l'esistenza dell'altro, e lo strumento di questa convivenza è il dialogo. Ma il dialogo è proposta all'altro di quello che io vivo e attenzione a quello che l'altro vive, per una stima della sua umanità e per un amore all'altro che non implica affatto un dubbio di me, che non implica affatto il compromesso in ciò che io sono. La democrazia, perciò, non può essere fondata interiormente su una quantità ideologica comune, ma sulla carità, cioè sull'amore dell'uomo adeguatamente motivato dal suo rapporto con Dio.

Giussani Luigi - L'io, il potere, le opere: Contributi da un'esperienza pag. 179 - 182






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martedì 4 ottobre 2016

Come eravamo: Creative Discipline: Incontro con Mons. Luigi Giussani

Abbiamo chiesto a mons. Giussani di introdurci al tema del meeting, (Creazione, arte, economia) soprattutto nella coscienza di rendere il nostro dovere quotidiano costruzione, ovvero che nonostante la disciplina fatta di regole precise a cui il lavoro e la concretezza quotidiana ci chiamano, l'ideale non sfugga al desiderio di creazione.

C'è concetto più vicino a quello di grazia del concetto di creazione? Creazione è Grazia. In questa identificazione si possono valorizzare due emergenze.

La prima emergenza è che il concetto di grazia suppone un ordine: la parola grazia, o dono, implica necessariamente il riferimento ad un ordine. Da questo ordine scaturiscono quelle che si chiamano le leggi, cioè le condizioni in cui tradurre, rendere esistenziale il dono stesso. La rigidità della regola, della disciplina, è la rigidità con cui il sole illumina la terra: non è rigidità ma piuttosto sicurezza, stabilità. Anche la più bella faccia del mondo quando si vede in quei quadri televisivi deformati è una mostruosità. In questo senso l'ordine è origine delle leggi proprio come origine di una stabile sicurezza per cui ciò che è inteso avviene. Non c'è grazia, non c'è dono se non dal di dentro di una appartenenza: non di qualsiasi appartenenza, perché l'appartenenza ad un vampiro potrebbe procurare disagi, ma l'appartenenza ad un ordine. Il termine ordine infatti coincide con la bellezza. 

Come dice la poesia del poeta polacco Norwick che il Papa ha citato agli universitari di Katovice, la bellezza provoca meraviglia, questo inevitabile atteggiamento di gratuità (questo momento di gratuità, che è la meraviglia della bellezza, decide di come si agisce poi, di tutto quello che si fa poi). 

La meraviglia spinge al lavoro, suggerisce il lavoro; nel lavoro entrano in contatto e tendono alla simbiosi l'energia dell'uomo con il riverbero stabile e sicuro dell'ordine. E il lavoro è fatto per risuscitare. 

Questa parola apre alla seconda emergenza. In questa seconda emergenza si vede più visivamente come la parola Grazia coincide con la Creazione, è creatività. Infatti se il lavoro è per resuscitare, vuol dire che il lavoro dà un apporto di novità, perciò di freschezza, cioè di vita, di interesse, per usare una delle parole più grandi che possiamo usare se sentita nel suo valore etimologico; un interesse per cui l'uomo che appartiene all'ordine è una cosa nuova, l'uomo trova più interesse, più piacere, si compie di più, tutto ciò che appartiene all'ordine, riflette l'ordine secondo una novità per cui diventa grazia. 

Proprio in quanto scaturisce dall'azione dell'uomo la parola Grazia coincide con la parola creatività, il lavoro diventa creatività. Mentre nella prima emergenza erano sottolineate alcune condizioni, la seconda emergenza è come più immediatamente umana, ha valore più immediatamente umano, anzi ha un valore così umano che è personale. Dalla meraviglia che la bellezza suscita e per cui la persona è stimolata al lavoro vien fuori una cosa più bella di quella che era prima, cioè più vicina alla bellezza e più utile all'unità del tutto, del disegno totale di quanto la situazione era prima, diventa più piena di grazia, ed è in questo più che si aggiunge che l'uomo partecipa della creatività originaria, propria di Dio, nella quale tutto è previsto. Ma queste emergenze implicano una condizione: la prima emergenza implica anzitutto il riconoscimento di un ordine universale, cioè il riconoscimento di un disegno, il riconoscimento di un Regno, il riconoscimento di una unità piena di senso; la seconda emergenza invece sottolinea la passione per il posto che la persona è destinata a fruire dentro l'unità totale. Questo posto dentro l'unità totale che la persona è chiamata a fruire coincide con la parola felicità, compimento, perfezione; perciò la prima emergenza implica il senso religioso, mentre la seconda emergenza implica e impegna in una passione viva e scandita per l'umano. Se la persona non sente se stessa, non farà mai un lavoro di base con tutto lo stupore dell'intuizione della bellezza, perciò questa persona farà le chiese come le hanno fatte nel dopoguerra o le case di cui si è coperta la Brianza (questo miscuglio di scandinavo, svizzero e algerino). 

L'ordine di cui si è parlato prima non è un ordine che dobbiamo cercare, perché in un certo senso c'è già: noi dobbiamo scoprirlo, non aggiungere qualcosa. 

Noi dobbiamo riconoscerlo: se lo riconosciamo, diventiamo ubbidienti alle leggi. Le leggi non sono altro che il riflesso della totalità sul momento che tu vivi, e questo momento che tu vivi ottiene il tuo intervento, il tuo impegno se tu sei percosso dalla bellezza dell'ordine e, attraversando quel preziosissimo e mai sottolineato momento di pura gratuità che è la meraviglia, impegni le tue energie e impegnando le tue energie crei un mondo più bello, cioè ottieni un riverbero maggiore della bellezza totale e così compi un bel lavoro. Lavorare senza che nel cuore ci sia un ultimo stupore e un'ultima gratitudine non è lavorar bene (gli artisti di oggi possono farlo, con le scempiaggini che ci propinano...). Senza questo passaggio attraverso il momento della gratitudine, senza contenere dentro di sé questo aspetto di stupore e di gratitudine, non si può costruire una cosa nuova, cioè qualcosa che soddisfi di più l'interesse, che sia più utile al cammino che l'uomo compie verso un orizzonte di maggior compimento, di maggior felicità. Chi fa obiezione al fatto che il mondo sia un disegno di Dio, e perciò che sia una cosa positiva e bella, chi si oppone all'idea dell'ordine universale, a mio avviso non può costruire una cosa nuova, non può creare. È come il bambino, sgridato dalla madre, che si tura gli orecchi e si mette a sua volta a gridare per coprire il senso delle parole di sua madre: questa non è creatività. 

Non ho parlato di un solo fattore importante: è l'immaginazione: essa è fondamentale per l'arte come per la costruzione di un dinamismo economico. Ma l'immaginazione nasce dalla passione di sé aizzata e pacificata (l'arte è l'espressione di una pace) di fronte all'ordine delle cose. Quando passando davanti a una chiesa si dice «come è brutta questa chiesa» vuol dire che manca il senso di un ordine ultimo a cui finalizzare tutto il materiale secondo una novità che incrementi la sicurezza della gioia e l'espressività dell'uomo. Come fa un architetto che non abbia amore alla propria umanità, che non abbia un sentimento vivo e amoroso di sé a costruire una bella casa? Ci costringeranno a dire che sono bei quadri fatti da pittori che in tempi più sani sarebbero serviti a riempire i sacchi delle immondizie. 

Obiezione che viene posta all'ordine spesso non è la negazione che esista un disegno di Dio: si sente dire che magari c'è anche un disegno di Dio, ma mescolato a tanti altri disegni, a tanti altri ordini, a una complessità. Si è portati ad accettare questa complessità, ad accontentarsi di dare un apporto personale a questa complessità. 

Facciamo l'esempio delle case popolari, dei casermoni di certa mentalità urbanistica: degradano l'uomo, quella non è una novità. L'uomo poteva essere più felice nelle grotte, cioè usare meglio la propria umanità nelle grotte. Usando la realtà si ottiene o una degradazione della presenza o una migliorazione della presenza: non si scappa. Seppelliti da un'infinità di condizionamenti, potrete dare uno spunto creativo limitato, mentre se non ci fossero tutte quelle determinazioni potreste dare uno spunto creativo più ampio. Ma realmente appena l'uomo si muove e usa della realtà, o degrada l'uomo o lo migliora. L'idea delle case e dell'urbanistica che oggi ci perseguita, tende solamente a soddisfare una necessità istintiva, in modo tale che chi ci vive la dovrà pagare tutta la vita con un'infinità di altre limitazioni, con una infinità di soffocamenti. Non voglio dire che il brutto non realizzi la risposta ad alcun interesse: dico che può soddisfare un interesse come si soddisfa un istinto. L'inesattezza del tener presente come criterio la soddisfazione dell'istinto, la nefandezza, la peccaminosità di questo sta nel fatto che mette fuori posto tutto il resto e il tempo che passa fa emergere questa dislocazione. Il concetto di compito può sembrare più astratto, più arido, ed è invece la fonte della poesia. 

Il lavoro oggi è declinato secondo una modalità che si chiama tecnologia che ne costituisce il contenuto normale e il lavoro quasi di tutti consiste nel contribuire alla tecnologia. La tecnologia a sua volta è garantita dalla copertura della scienza che ne garantirebbe il risultato e la possibilità pratica. Diciamo che nel lavoro normale di tutti il compito storico che uno si trova di fronte è l'incremento della tecnologia. 

Mi sembra che il tuo intervento prenda le osservazioni precedenti e le dilati, perché con la tecnologia si può distruggere il mondo: il termine di questa tecnologia può essere la distruzione del genere umano. Non sono io che lo dico, sono premi Nobel partecipanti alle Accademie delle Scienze di diversi paesi. Allora prima di tutto la tecnologia impegna più analiticamente: uno deve fare un certo pezzo, ha l'incarico di una certa parte. Tutto può essere salvato se uno fa il suo lavoro con l'immagine del grande ordine a cui partecipa facendo con esattezza quello che deve fare: lo fa con una cura più appassionata. Ma la risposta alla tua osservazione si sposta a livello di coloro che hanno in mano la managerialità generale delle cose: possono essere dei traditori del popolo o possono essere dei creatori di una novità utile. Il tuo intervento sposta la questione dall'osservazione di un lavoro che costruisce un particolare a quel livello dove la persona concepisce il tutto: dico che come ai tempi di Gesù gli scribi e i farisei ( vale a dire quelli che hanno in mano la managerialità della questione) sono certamente i più facili ad essere soggetti di male, mentre il povero popolo, i servi della gleba (cioè i tecnici) possono ancora avere uno spazio di bellezza, di ammirazione, di gusto per il lavoro e di gioia per vedere una cosa che nasce sicura, bella, secondo tutte le regole. In un'epoca in cui il lavoro tende a coincidere con la tecnocrazia, il problema gravissimo è che l'uomo recupera all'improvviso l'assetto della schiavitù e la lotta contro la schiavitù diventa come la premessa per ogni creatività, ogni arte, ogni dinamismo economicamente efficace per l'uomo. Come in un certo periodo della storia era il feudatario che era il soggetto di tutti i diritti, l'uomo intero, mentre gli altri erano come dei pezzi di umanità, in un'epoca in cui il lavoro coincide con la tecnocrazia, chi ha in mano il potere è il feudatario nuovo. Non che lo debba essere, ma è molto facile che lo diventi. Io vi auguro di diventare tutti feudatari, feudatari buoni. Qualche cosa ci si deve rimettere. Non si può avere come scopo nel rifare l'urbanistica di una città il mettere via 68 miliardi e nello stesso tempo produrre qualche cosa di ineccepibile e perfetto. Per questo dobbiamo pregare per i potenti, perché è come pregare per se stessi, perché salvino lo spazio dell'umano. 

Fra le finalità dell'Associazione Creative Discipline immagino uno strumento per aiutarci a tener desto questo tipo di questione è a svilupparlo nel nostro lavoro concreto. 

Noi qua siamo 200 ingegneri in Italia e altrettanti architetti cosa si aspetta da noi? Cosa le piacerebbe che facesse un corpo di questo tipo? 

Sulla prima affermazione sono d'accordo: spero che l'Associazione vi aiuti a sviluppare sensibilità, comprensione e affettività a quelle cose che ho detto. E la risposta alla seconda domanda è la stessa: mi aspetto che vi immedesimiate sul serio nelle cose che ho detto, perché sono più di quanto sembri al vostro orecchio stanco della giornata. Un uomo, tecnico o non tecnico, in qualunque ambito, che non possa amare l'esito del suo lavoro, è uno schiavo. Per questo la domanda fatta in precedenza è l'intervento più drammatico perché ci costringe a portare lo sguardo a chi realmente determina tutte le condizioni del lavoro, ma il lavoratore ordinario è come molto più libero, come il povero di fronte al ricco: è molto più libero e ha molta più possibilità di gioire, e di far le cose bene, anche se la sua bella stanga così ben fatta andrà a sostenere la volta di un luogo di morte ( come nel romanzo « Vita e destino » di Grossman). Chi ha in mente la costruzione della camera a gas è impossibile che ne gioisca, mentre l'operaio dell'officina che vede il pezzo uscire bene ne gioisce: è l'eterno vantaggio del povero sul ricco. 

Tra noi c'è della gente che prova a fare l'artista: ci siamo messi insieme per fare gli artisti in questo mondo dell'arte, vogliamo essere presenti con il fatto che abbiamo incontrato. però nello sviluppare questo nostro linguaggio siamo molto deviati da quello che adesso funziona, è di moda. Come il nostro lavoro può essere più fruttifero, come non scimiottare? 

Siate voi stessi e difendete la vostra storia. Toccherà alla compagnia a cui partecipate, voi sarete i primi sollecitatori in questo senso, perché la compagnia a cui partecipate cercherà di difendervi, comprando i vostri quadri. L'artista, come il lavoratore, è in funzione di una realtà umana più grande. L'autenticità di una intuizione artistica e la sua traduzione può essere resa possibile nonostante tutti i premi siano dati ai comunisti, come era subito dopo la guerra. 

Oggi noi abbiamo a disposizione energie notevoli, però di solito vengono usate male nei confronti dell'uomo. È perché sostanzialmente esiste un'immoralità diffusa, o perché non c'è una sufficiente passione? 

Io credo che questo aut aut tenda ultimamente a unificarsi: l'immoralità è la mancanza di passione per l'umano, un atteggiamento è immorale perché è contro l'uomo. Però questo intervento insinua una cosa molto preziosa: se ci sono tante energie, è necessario che venga costruita una comunità umana dal basso, di uomini appassionati all'uomo, perché questo può resistere di fronte al potere che comunque usi quei materiali per un maggior interesse immediato e basta. Questo è vero dall'inizio del mondo perché i popoli son nati come aggregazione per la realizzazione di una bellezza comune, di una libertà, di una creatività, di un comodo vero, per il superamento di obiezioni grosse alla vita. Dentro una realtà dove tutto è tendenzialmente universalizzato, dove il potere diventa sempre più ristretto e in mano a pochi, questa logica iniziale dell'umanità ha bisogno di riaversi e di agire senza sonno, come adesso. Il nemico del potere sono gli uomini che si mettono insieme per uno scopo umano da raggiungere. E non sono nemici del potere perché il potere è cattivo, il potere è uno strumento, dipende da come viene usato il potere. La lotta contro la cultura dominante non deve aspettare qualche genio che emerga: è il congregarsi in unum, dice la liturgia, riunirsi in uno di gente che ci tenga alla propria umanità. Non per nulla il grande genio della natura è lanciare l'universale paragone dell'uomo con la famiglia: nel cristianesimo diventa segno sacramentale, segno efficace dell'unità del genere umano. Le parole che avete sentito per tanti anni (compagnia, amicizia, comunita) sono parole fondamentali per la liberazione dell'uomo, dell'uomo che sei tu con tua moglie e i tuoi figli. Invece una volta passato il gran gioco scoutistico della comunità in Universita, per esempio, ognuno va per suo conto; e questo è il primo delitto contro se stessi, contro la propria moglie e i propri figli, e contro il proprio lavoro. Nella «Mater ed Magistra», e nessuno più lo ricorda, Giovanni XXIII al quinto punto dei 10 segnalati come espressione dei diritti fondamentali dell'uomo è il diritto all'associazione: È la prima cosa che un governo cerca di soffocare, almeno i governi che conosciamo. Con l'impostazione tecnocratica di adesso non è affatto necessario raggiungere il livello di Hitler o di Stalin: gli Hitler e gli Stalin si moltiplicano. Anzi è un po' più amaro allora il Vangelo quando dice che «coloro che hanno potere su di loro si fan chiamare benefattori». Inversamente, non esiste un lavoro, una ascesi, un impegno più ingrato e più nobile, più necessario che quello di utilizzare il potere perché queste verità possano avvenire. Per questo ho sempre detto che dall'esperienza cristiana non può non nascere una cultura nuova, e l'espressione praticamente suprema di una cultura è la politica. Raramente è così generale un moto di riconoscenza e di stima e di lode come quando si trova un uomo che usa del potere che ha in modo buono. 


(Giussani Luigi, Creative discipline: incontro con mons. Luigi Giussani: Milano 14 luglio 1987)






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martedì 27 settembre 2016

Come eravamo: I volti segreti di Pietro

Intervista a cura di Renato Farina, Il Sabato, n. 32/33, 1988

I tre Papi li ha conosciuti da vicino. Ora monsignor Luigi Giussani traccia brevi ricordi e giudizi storici. Ha risposto alle domande mentre, di ritorno da Asuncion in Paraguay - dove si è incontrato con la realtà ciellina in America latina -, attendeva a Zurigo un volo per Milano. È dunque un'intervista «da aeroporto». Pur nella estemporaneità delle risposte si coglie però la fragranza di un uomo che non solo ha vissuto la storia di cui parla, ma l'ha amata e la ama.

Il mese di agosto del 1978 è ricordato come il tempo dei Papi. Morì Paolo VI e venne papa Luciani. Dopo 33 giorni si chiuse la parentesi radiosa di Giovanni Paolo I, e ci fu l'avvento del «Papa venuto da lontano». Ricorda le ore in cui fu annunziato il precipitare delle condizioni di Paolo VI, e poi l'annuncio della morte, quella domenica sera?

Ricordo quei momenti. Fu una pena nuova, ed inattesa, benché gli ultimi mesi avessero in un certo senso fatto presagire la morte del Papa. Ed il dolore fu per me particolarmente grave e drammatico. Grave perché negli ultimi anni Paolo VI aveva avuto come un'improvvisa, lucida apertura verso la nostra esperienza. Drammatico perché ciò che aveva portato la situazione della Chiesa ad una inaspettata apertura verso di noi restava come sospeso in una incognita tremenda.

Ha detto «morte inattesa» , ed «apertura inaspettata». Perché ha usato queste parole di sorpresa?

Fu così grave quella morte, e così piena di lieti presagi quell'apertura che obbligano quasi allo stupore. Versava in tali condizioni la Chiesa che la perdita di quella guida mi parve gravissima. Era stato Paolo VI che, con tutta buona fede, aveva visto favorevolmente una certa evoluzione della Chiesa. Ma tanta era la verità del suo amore alla Chiesa che, ad un certo punto, si è dovuto accorgere del disastro cui la dinamica delle cose - pur approvate - portava. Fu allora che si aprì totalmente all'esperienza di Comunione e liberazione. Che papa Montini venisse meno proprio allora fu come l'assentarsi di una possibile guida. Aveva visto e avallato; conosceva le intime connessioni di quel processo di distruzione. Ora, intendeva andare contro corrente: ed era lui il più indicato a farlo, il migliore...

Da quando data questa volontà nuova di Paolo VI? In passato ha parlato degli «ultimi dieci anni». Quali furono i momenti salienti di questa consapevolezza ?

È a far data dal suo famoso Credo, il 30 giugno del 1968, che avviene la svolta. L' Humanae vitae e gli inauditi attacchi cui fu sottoposto lo confermarono nel suo giudizio. Il culmine della sua disillusione si ha con il referendum sul divorzio in Italia, nel ' 74, quando proprio i dirigenti dell'Azione cattolica e la Fuci, che egli aveva amato e protetto, gli volsero le spalle. È in questo clima, probabilmente, che Paolo VI si accorge della fedeltà alla Tradizione e, nello stesso tempo, della capacità di rinnovamento dell'avvenimento cristiano e di risposta all'uomo che Comunione e liberazione implicava. È dal 1975 che si sono moltiplicati i segni di questa sua nuova e forte simpatia. Per la domenica delle Palme di quell'anno egli chiamò i giovani di tutti i gruppi cattolici a Roma, perché fosse una festa della gioventù e questa presenza quasi lo confortasse così da poterla a sua volta confortare. Chiamò tutti. Si trovò da solo coi 17mila di Cl. Ci fu allora concesso per la prima volta, ed in modo assolutamente inopinato, l'uso dell'aula Nervi.

Come andò la faccenda?

Richiedemmo l'aula Nervi nei giorni precedenti. Insistemmo, ma sembrava richiesta impossibile. Sapemmo che fu grazie anche alle pressioni del cardinal Guerri che il permesso venne. Altri di Curia accampavano dei «no» col pretesto dello stato calamitoso in cui migliaia di giovani ciellini avrebbero lasciato la sala. In 17mila non lasciarono nemmeno la carta di una caramella, nemmeno una briciola. Ma io credo che il «sì» interpretasse il cuore di Paolo VI. Finita la Messa, era circa mezzogiorno, mi sentii chiamare da un prelato. «Don Giussani, il Papa la vuole». Ero nel pronao della basilica di San Pietro, avevo la pisside con le ostie consacrate tra le mani, e sentii quella voce. Tentai di affibbiare, nell'emozione, la pisside ad un alabardiere, che si ritrasse. Finalmente potei correre verso il Papa. Comparvi dinanzi a lui proprio sulla porta della chiesa. Mi sono inginocchiato, ero così confuso... Ricordo con precisione solo queste parole: «Coraggio, questa è la strada giusta: vada avanti così».

Fu, ancora una volta, qualcosa di inaspettato?

Totalmente inaspettato. Ma non furono parole estemporanee di incoraggiamento. Ne ebbi la prova certa dalla viva voce del cardinal Benelli. Alla sua tavola mi disse - mancavano pochi mesi alla prematura morte di colui che fu il più stretto collaboratore gerarchico di Paolo VI - che, negli ultimi anni del suo pontificato, papa Montini gli chiedeva ad ogni sua visita di Comunione e liberazione. E gli diceva: «Eminenza, quella è la strada». Benelli mi commentò: «Se fosse vissuto ancora un anno, le assicuro che tutti i suoi problemi ecclesiastici sarebbero già stati risolti» . Paolo VI avrebbe avuto il coraggio di dirlo e di farlo. Paolo VI, come italiano che aveva scelto tra i suoi assistenti della Fuci molta parte dell'episcopato e che quindi lo conosceva, avrebbe avuto certamente la possibilità di chiarire dove aveva riconosciuto la vera conformità al Concilio e al suo governo pastorale. Una conferma notevole del cambiamento di Paolo VI fu del resto evidente nell'esonero dalla cura dell'Azione cattolica dell'intimo amico monsignor Franco Costa, che aveva determinato il corso dell'associazionismo cattolico negli ultimi decenni.

«Tutti i suoi problemi ecclesiastici sarebbero risolti», le disse Benelli. In tal modo più che indicare le questioni spicciole (e gravi) del riconoscimento di un movimento, Cl, l'antico Sostituto di Paolo VI intendeva esprimere un preciso giudizio sulla Chiesa.

Significava l'affermazione della bontà dell'ispirazione di Cl, come valida per la Chiesa. E questo di fronte all'impostazione di tutto l'associazionismo cattolico che in quegli anni, nel suo corpus dirigenziale, votò e fece votare non secondo i desideri del Papa. La linea della «scelta religiosa» aveva portato l'associazionismo cattolico a rifugiarsi in ogni specie di sinistra politica: e lì, tra l'altro, si propagandò tranquillamente il divorzio.

Negli ultimi anni lei desidera che siano ripetute e conosciute da tutti le parole che Paolo VI disse all'amico Jean Guitton, l' 8 settembre del '77, dove si parla di «un pensiero non-cattolico» e della resistenza di un «piccolo gregge». Perché?

Perché è così che sta accadendo. La prego di rileggermi quelle parole.

Eccole. «C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?". Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non-cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».

Sono le parole sintetiche della riflessione del Papa sulla situazione e il destino della Chiesa. Qui si connette l'apertura a Cl.

In passato erano esistiti rapporti difficili con il cardinal Montini?

No.

Le dico questo perché di recente è stato scritto che il cardinal Colombo, successore di Montini a Milano, aveva ricevuto l'invito da Paolo VI di tarpare le ali a Cl.

È esattamente il contrario. Monsignor Franco Costa aveva chiesto di sopprimere Gioventù Studentesca (come si chiamava allora l'esperienza di Cl, ndr). Il cardinal Montini, dopo aver attentamente ascoltato, rispose osservando che proprio loro, la Fuci, che volevano essere i paladini della libertà adesso domandavano l'abolizione di una realtà semplicemente perché era «diversa». Non è affatto vero che Montini da cardinale o da Papa abbia avuto in animo quel disegno. Se avesse detto al cardinal Colombo di sopprimerci, il cardinal Colombo ci avrebbe soppresso da un istante all'altro. Invece la grandezza d'animo del cardinal Montini si dimostrò quando tutti erano contro di noi, in particolare il clero di Milano. Mi mandò a chiamare, e concluse dicendo: «Io non capisco i suoi metodi e le sue idee, ma vedo gli effetti. E perciò le dico: vada avanti così». È un po' la direttiva che mi diede nel '75: vada avanti.

Le disse quelle parole nel '56-57. E gliele disse pur avendo una sensibilità ecclesiale diversa dalla sua...

Dove sia questa diversa sensibilità ecclesiale non so, quando si legga il discorso che ha fatto ai 300 universitari fiorentini. Mi permetta di proporre questo testo di Paolo VI: «A voi i nostri auguri! Siamo molto attenti alle affermazioni del vostro programma che andate diffondendo, del vostro stile di vita, dell'adesione giovanile e nuova, rinnovata e rinnovatrice, agli ideali cristiani e sociali che vi dà l'ambiente cattolico in Italia. Vi benediciamo, e con ciò benediciamo e salutiamo il vostro fondatore, don Giussani. Vi diciamo grazie delle attestazioni coraggiose, forti e fedeli che date in questo momento particolarmente agitato, un po' turbato per certe vessazioni e certe incomprensioni di cui siete circondati. Siate contenti, siate fedeli, siate forti e siate lieti di portare intorno a voi la testimonianza che la fede cristiana è forte, è lieta, è bella e capace di trasformare davvero nell'amore e con l'amore la società in cui essa si inserisce. Tanti auguri e tante benedizioni!».

Provi a commentarmi queste parole: «L'attestazione forte, coraggiosa e fedele». 

Era l'epoca in cui abbiamo avuto più di 120 bombe contro di noi e molti nostri ragazzi sono finiti all'ospedale, picchiati anche da «fratelli» cattolici... Ma stiamo al nostro tema. Anche se parlando dell'età di Paolo VI non posso dimenticare che erano tutti, letteralmente tutti, contro di noi. L'associazionismo cattolico «religiosamente» si ripiegava sulla famosa scelta, mentre molti dei suoi figli, «attivamente», erano con quelli di sinistra... anche nei pestaggi.

C'è qualche punto di forza dottrinale di Paolo VI che sente centrale nel suo magistero?

L'affermazione assolutamente contro corrente della Chiesa come «entità etnica sui generis». Era il 23 luglio del '75, fu il cuore della sua predicazione, nel corso delle udienze generali del mercoledì, sull'identità della Chiesa. Non per nulla siamo stati quasi i soli a richiamarla.

Già Paolo VI sentiva la distruzione della presenza cattolica nella società. La presenza si nascondeva. Anzi, invece di una presenza cattolica, c'era un rinchiudersi sempre più stanco e astratto nelle sedi delle associazioni, mentre la vita concreta degli stessi giovani seguiva le idee correnti e si metteva in coda. Oppure, invece della presenza cattolica, c'era l'interpretazione (ad ogni costo) intellettuale alla maniera della Lega democratica, della Fuci, dei Laureati cattolici. Costoro teorizzavano una concezione della fede assolutamente elitaria e missionariamente suicida.

In terzo luogo, la posizione della Chiesa veniva identificata nella scaltrezza politica e diplomatica. Credo che furono comunque determinanti le notizie sulla situazione delle università cattoliche e degli istituti cattolici, delle scuole di teologia perché a Paolo VI apparisse nettissimo il baratro verso cui la direzione della Chiesa stava trascinando l'intero suo corpo.

Partendo da considerazioni analoghe alle sue sul «baratro» posto davanti alla Chiesa, e osservando le famose «inquietudini» di Paolo VI, alcuni osservatori giudicano fallimentare il suo pontificato, oppure, più rispettosamente, stendono il velo del silenzio. 

Il papato di Paolo VI è uno dei più grandi papati! Montini aveva dimostrato nella prima parte della sua vita una sensibilità estrema - che nessuno gli potrà mai negare - a tutta la problematica dell'angosciosa vicenda dell'uomo e della società d'oggi. E papa Montini ha trovato una risposta! L'ha data negli ultimi dieci anni. Il papato di Paolo VI è fallimentare solo per chi non lo ha seguito fino in fondo.

È il Papa che ha concluso il Concilio.

Ah, certo. Bisognerebbe far la storia di tutti i suoi interventi che coraggiosamente e impopolarmente hanno fermato la falsa democrazia, l'equivoca dogmatica che molti padri conciliari tentarono di far passare con una pretesa democraticistica. Ma io non mi sono mai fermato su queste cose...

È interessante capire perché non si è mai fermato su queste cose.

Anzitutto perché la storia della Chiesa è nelle mani di Dio. Inoltre: quando uno ha ben chiara la consapevolezza di essere fedele alla Tradizione che gli è stata insegnata, e trova che il Magistero della Chiesa man mano che si evolve risottolinea le stesse cose, e non ha coscienza di averlo mai contraddetto; allora per quest'uomo quel che importa è fare, e basta. È fare coraggiosamente, ed anche giudicando e accusando quello che non è secondo la tradizione vivente della Chiesa.

A proposito di Tradizione, esplose già sotto Paolo VI la questione Lefebvre, che è partito in nome della Tradizione dall'osservazione della distruzione.

Un conto è affermare la Tradizione come «forme, un conto è portarla avanti come contenuti di valore. Comunque la grande regola è che la Tradizione non può sussistere che secondo una novità espressiva cui viene sollecitata dal Padre Eterno attraverso le circostanze in cui la Chiesa viene a trovarsi. La Tradizione non è tradizione se non si rinnova: «Nihil innovetur nisi quod traditum est» (non si può innovare se non quel che è tramandato).

Lefebvre fu una delle spine nel fianco del Papa. Ci fu l'angoscia poi per la secolarizzazione...

Ci fu l'uccisione di Moro. Ricordo con commozione la preghiera per l'amico morto. L'unica parola davvero sincera che abbiamo udita in quell'epoca. L'unica - ed ancora adesso la fine di Moro rimane un enigma altamente equivoco. Paolo VI disse la parola cristiana. A dire quella parola non si sbaglia mai.

Dire «parole cristiane» ...Qual è stato, davanti al dissolversi del popolo cattolico, allo smarrimento delle moltitudini, il metodo di Paolo VI?

È quello del Credo. Il metodo cioè della proclamazione autentica del dogma, sine glossa, con chiarezza e della presenza della Chiesa nel mondo (vedi discorso sul popolo cristiano del 23 luglio 1975, quel mercoledì...).

E la Populorum progressio, con lo slancio nella missione...

...Ma questo è una conseguenza della presenza; in caso contrario ci si fa partecipi del «terzomondismo». Evangelizzazione e missione non sono uno sforzo ulteriore: sono epifania dell'identità.

Paolo VI cominciò ad usare l'espressione «identità» - salvo errori - proprio nell'omelia della domenica delle Palme del 1975.

Non fu quella l'unica volta. Ma che cos'è stato se non l'elogio dell'identità affermata con letizia e forza quel discorso ai 300 studenti fiorentini, un piccolo gruppo in mezzo alle ventimila persone in San Pietro? Quelle parole, l'esaltazione del coraggio cristiano, sono il sintomo della giovanilità che la fede autentica ha anche nel vecchio morente. Vi si coglie l'indice della chiarezza fattasi nella sua mente. E che cos'è questa se non la dimostrazione che Dio non lascia mai la sua Chiesa? Il sommo ruolo della Chiesa non è abbandonato mai da Dio. Il Quale può permettere qualsiasi errore, ma non quello di commettere errori contro la Verità, di insegnare al mondo quel che incrina o contraddice la Verità.

Paolo VI fu bersagliato in maniera ignobile a causa della sua riscoperta di un attore ignorato nell'umana vicenda: il diavolo. Fu lasciato solo anche dai vescovi...

Papa Montini cominciò ad accorgersi del disastro in cui la Chiesa andava scivolando, quando percepì il formalismo con cui il soprannaturale era trattenuto e ripetuto. Perciò il suo discorso sulla presenza nel mondo del diavolo è stato una sfida, così coraggiosa che il temperamento di Paolo VI non la lasciava prevedere al mondo e a tutta la teologia anche cattolica che con il mondo veniva a patti.

Quel mese di agosto, morto un Papa e mentre un altro se ne stava facendo, che cosa si augurava per la Chiesa?

Un uomo che continuasse l'intuizione della tragedia in cui la Chiesa versava. E dell'unico rimedio che è quello di ritornare alla fede nel soprannaturale come determinante la vita della Chiesa: all'autenticità della Tradizione. Insomma aspettavo un Papa che continuasse la strada che Paolo VI negli ultimi anni aveva clamorosamente indicato.

E fu scelto Giovanni Paolo I. Lo aveva conosciuto?

Lo avevo visto una volta, quand'era patriarca di Venezia. Ed era totalmente consentaneo con l'analisi e la terapia che proponevo per la situazione.

Ha un ricordo di quei trentatré giorni?

Mi fece molta impressione quando, appena eletto, lo udii parlare in televisione. Disse qualcosa come: «Era fuori delle mie previsioni essere eletto, ed allora ho domandato consiglio ai miei amici. Essi mi hanno detto di accettare ed io ho accettato». È stato bellissimo. Dio ha voluto - io credo - il sacrificio di quest'uomo (perché è stato un sacrificio reale! e sapremo forse soltanto alla fine del mondo fin dove è stato martirio); Dio ha voluto questo per preparare la Chiesa all'ingresso di Giovanni Paolo II. Un Papa straniero che è l'incarnazione di quello che gli ultimi dieci anni di Paolo VI hanno intuito ed espresso.

Vale a dire, in estrema sintesi?

La chiara certezza di quel che significa il contenuto del messaggio cristiano anche per la storia di questo mondo. La fede cioè nel Dio fatto uomo, con il conseguente entusiasmo per questo Uomo, in cui è possibile riporre tutta la speranza dei singoli uomini e del mondo intero.

Perciò la storia come il luogo in cui si gioca la gloria di Cristo, come formula suprema della storia medesima. E d'altra parte la presenza! La Chiesa come presenza nel mondo dovunque e comunque, e presenza come Chiesa: questo è lo strumento della gloria di Cristo nella storia.

C'è un enigma che accompagna il Papa nei suoi viaggi nel mondo. Non riguarda tanto la sua persona, quanto coloro che si radunano intorno a lui. Le folle vengono e si vede che riconoscono Pietro, eppure molto facilmente questo tesoro si dissipa, è come se lo spostarsi delle moltitudini non facesse rinascere, se non in pochi, una storia cristiana. Come intendere questo?

È come se la Provvidenza facesse vedere l'urgenza che anzitutto il clero e i fedeli stessi abbiano ad avere una coscienza più cristiana ed ecclesiale. Perché se ci fossero un clero ed una realtà di cristiani che partecipasse alla visione, al sentimento e alla metodologia di Giovanni Paolo II, allora anche i suoi passaggi avrebbero una conseguenza molto più grande.

Ma poi è come per Gesù. L'apparizione del Papa, come fu per Gesù, fa sentire per un istante all'uomo dove sia la verità e la pace. Che questo diventi cammino della storia, è nelle mani del Padre.

C'è un altro enigma. L'ho sentita una volta dire: «Adesso il mondo parla perfino bene del Papa». Come lo spiega?

Siccome il mondo non è riuscito nel suo tentativo di impedire o per lo meno di annebbiare l'influsso che il Papa ha sul popolo, allora il mondo - in modo più o meno finto - si è messo ad esaltare il Papa, tentando di isolarlo dal popolo. Dirò meglio: dalle realtà che rappresentano veramente la voce, le necessità, le urgenze del popolo.

Sono parole gravi. Ci sono anche dei cattolici compici in quest'operazione?

Sicuramente il diavolo può lavorare tanto bene da far sì che anche certa ecclesiasticità partecipi a questa manovra. Ma non vorrei sottacere come, ben al di là di queste manovre, sotto l'impulso di Giovanni Paolo II, e grazie al suo personale esempio, c'è un lento ma inesorabile ritorno alla verità amante del cristianesimo. Verità ed amore che trovano in madre Teresa di Calcutta l'incarnazione più alta. Anche qui: ecco la continuità dei Papi. Madre Teresa ha potuto cominciare a crescere sotto Paolo VI e con la sua benedizione.

Provi a sorprendere con un flash la vita concreta di Cl, Giovanni Paolo II felicemente regnante.

Anzitutto: l'esplosione di entusiasmo, la liberazione del cuore, la gioia per la limpida visione della fede portata da Giovanni Paolo II.

In secondo luogo, scorgo l'impeto di dover comunicare a chiunque, in qualsiasi condizione, questa libertà e gioia.

La terza constatazione è l'esplodere della carità come capacità di condivisione, in tutti i campi e in tutti i sensi. Dall'elemosina che puoi fare all'angolo della strada fino al gesto del più povero fratello della Calabria che manda la sua piccola offerta per realizzare una grande opera educativa. Fino a Margherita, la quale ha accolto in casa per otto mesi una ragazza malata di Aids.

A Margherita, giovane sposa, era morto il marito. Saputo di questa ventenne, abbandonata da tutti, l'ha portata con sé. Era disperata, non credente, quella ragazza. È morta nella pace.

Non genera in lei angoscia vedere che il gregge si riduce, vedere che ormai i cattolici sono minoranza?

Il dolore è grande, certo. Ma la certezza che la risposta a tutta la vita umana è Cristo dà tranquillità. Cristo, che vive nel presente, permette di instaurare un rapporto con la gente in cui, senza giudicare nessuno, ti coinvolgi nei rapporti con gli uomini, li coinvolgi nella proposta che ti dà la vita. Gli uomini si legano.

Nasce un clima diverso in un ambiente sociale. Le preoccupazioni pastorali di recupero e cose simili finiscono per trattare la Chiesa come la propria organizzazione, quando non partito.

Ma la Chiesa è mistero. Ed allora perché esaurirsi in programmi e strategie pastorali (politiche, in realtà)?

Dobbiamo soltanto preoccuparci di annunciare Cristo, così da radunare gli uomini in nome di Cristo e con essi affrontare la storia. La grande trama di rapporti che ne nasce, il «successo» o il fallimento umani, sono cura del Padre. S'arrangia Dio. E non tocca a noi giudicare se uno risponde o no alla chiamata di Cristo. Noi dobbiamo esaltare la santa Chiesa.






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domenica 18 settembre 2016

Come eravamo: Non un "criterio" da apprendere, ma uno "sguardo" da imparare

Durante il Consiglio nazionale del movimento del 21 maggio scorso (1995 ndr) don Ciccio di Catania è intervenuto, offrendo uno spunto autobiografico di fondamentale importanza: esso spiega, infatti, tutta la linea di sviluppo della nostra storia. Per questo gli abbiamo chiesto di riproporre su Tracce quell'intervento.

Partecipando in questi due ultimi anni all'Assemblea Responsabili e, soprattutto, agli Esercizi spirituali degli universitari e della Fraternità che si sono tenuti a Rimini, mi sono ricreduto rispetto alla natura del carisma del movimento.

Mi è parso evidente come non mai che si tratta, piuttosto che di un «criterio metodologico» da apprendere e poi da applicare, di uno «sguardo» da imparare: uno sguardo non lo si finisce mai di imparare. 

In fondo, quello che mi ha commosso, soprattutto a Rimini, è stata la sorpresa di trovarmi di fronte a un uomo che guarda la realtà, che ci conduce a poco a poco a guardare le cose, ad una profondità alla quale da soli non si potrebbe mai arrivare. 

Non basta pertanto aver affermato più volte un criterio, per esempio che bisogna cercare il bene che c'è in ogni cosa, perché poi, andando via con questo criterio, dall'indomani, diventiamo capaci di trovare tutto il bene che c'è nelle cose. Il «criterio» non basta. Si tratta di uno sguardo, di uno sguardo che non si finisce mai di imparare. 

Se non si comprende questo, il rapporto con la fonte del carisma si muta a un certo punto nella pretesa di avere avuto già, e quindi di «possedere», quanto si aveva bisogno per poter cominciare a vivere «in proprio». 

Lo sguardo è una intelligenza e un'affezione «in azione», che ti fa penetrare dentro la realtà sempre oltre, più in là di dove arriveresti da te. Questo ti porta ad un «giudizio», ma è un giudizio da superare sempre «dentro» quello sguardo, perché, una volta «formulato», non basta definitivamente per la vita. Se tu continui a farti aiutare da quello sguardo, quel giudizio diventa ancora più maturo. 

Tutto l'errore nostro (io lo capisco in me che sono da trentacinque anni dentro questa storia) è che una volta che siamo stati aiutati da quello sguardo ad entrare dentro la realtà, e questo aiuto è divenuto «giudizio» - perché mai come qua dentro lo sguardo diviene giudizio, perché ci abbiamo tenuto molto a non essere sentimentali -, abbiamo a un certo punto ritenuto «sufficiente» il giudizio cui eravamo pervenuti, dimenticandone la fonte, dimenticando che l'uomo è sempre in correzione, ma in correzione «alla presenza» di un altro, perché da sé non si corregge. 

E invece: nella misura in cui il rapporto con la sorgente del carisma viene continuamente cercato, tu ti accorgi del fatto che il tuo giudizio, se non è falso, è comunque sempre «insufficiente», perché là c'è uno sguardo che porta ad una profondità che non viene mai raggiunta da tutti i giudizi «formulati». 

Chi di noi ha preteso di aver potuto «ridurre» il carisma a «criteri metodologici», già sufficientemente compiuti, è caduto nella presunzione di poter fare da sé.


Francesco Ventorino 






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venerdì 2 settembre 2016

Come eravamo: Maturità cristiana e impegno con la Chiesa locale

Il carisma suscita un avvenimento in cui è possibile incontrare la realtà della Chiesa e farne esperienza nella sua autenticità. (Giussani, Luigi. “Comunione e Liberazione: l’impegno con la Chiesa locale segno di maturità cristiana.”L’Osservatore Romano, 7 marzo 1984).

Il primo sentimento che si impone a chi consideri con intelligenza di fede la vicenda contemporanea della Chiesa è di stupore. Stupore per l'azione dello Spirito che dona alla Chiesa stessa una straordinaria ricchezza di carismi. Questo avvenimento di Grazia è all'origine del fenomeno dei movimenti: non frammenti, parzialità, nemmeno fondamentalmente accentuazione di una particolare spiritualità, ma «riflesso dell'unica Chiesa», come affermò S. E. Monsignor Lucas Moreira Neves al I° Convegno Internazionale «I movimenti nella Chiesa» (Roma, 23-27 settembre 1981).

Il carisma, infatti, attua una reale esperienza ecclesiale: «I carismi sono conferiti ai singoli non attraverso la Chiesa, bensì — in vista della Chiesa — immediatamente da Dio (Rm 12, 13), immediatamente dal Cristo glorificato (Ef 3, 8-11). Il singolo riceve in dono dall'assoluta singolarità di Dio e di Cristo una singolarità che non può essere dedotta dalla comunità, ne in essa congetturata, benché la comunità può contare su questa singolarità come su qualcosa che l'arricchisce e che è stato pensato per essa. Perciò il singolo, insignito da Dio di qualche dono speciale, è inserito più a fondo nella comunità e ad essa vincolato da una generosità maggiore» (H.U. Von Balthasar, Teodrammatica, vol. II, Jaca Book, Milano 1982, pp. 389). Il carisma suscita, cioè, un avvenimento in cui è possibile incontrare la realtà della Chiesa e farne esperienza nella sua autenticità. Si tratta di un avvenimento definito dalla partecipazione al dinamismo missionario della Chiesa: quel dinamismo che, come ha messo in luce il Concilio Vaticano II e come continuamente richiama il Magistero di Giovanni Paolo II, costituisce la stessa ragion d'essere della Chiesa, la sua ineludibile responsabilità nei confronti dell'uomo contemporaneo e del suo irrisolto desiderio di salvezza.

Comunione e Liberazione si concepisce come una modalità storica di evocazione alla fede ecclesiale e di educazione alla vita cristiana. Non desidera essere altro che questo, per chiunque, qualunque posizione abbia nella Chiesa. Non è caratterizzato dalla preferenza per un determinato settore di apostolato specializzato: ciò non è dell'essenza di un movimento ecclesiale. Essenziale è aiutare il fedele (termine che il Concilio ha messo al centro della sua riflessione) a prendere coscienza del proprio Battesimo e della novità di vita che esso contiene come seme, per comunicarla; aiutare il fedele, dunque, fino ad assumere in modo personale la responsabilità della missione ecclesiale, di cui esso è soggetto autentico: anche «i laici derivano il dovere e il diritto all'apostolato dalla loro stessa unione con Cristo Capo. Inseriti nel Corpo mistico di Cristo per mezzo del Battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della Cresima, sono deputati dal Signore stesso all'apostolato» (Apostolicam Actuositatem, n. 3).

Anche l'apostolato laicale è, quindi, parte integrante dell'unica missione ecclesiale, ed è modalità specifica per attuarla nel mondo. Si realizza costruendo e rendendo presente la Chiesa nel fermento della vita dell'uomo di oggi, sia personale che sociale: non c'è ambiente che non debba essere investito e risignificato dall'annunzio di Cristo Redentore dell'uomo.

Come in Comunione e Liberazione ci si educa a vivere la fede ecclesiale?

Innanzitutto attraverso un rapporto personale con Cristo, nel Sacramento e nella preghiera, cioè nei gesti della «memoria» della Sua presenza di Salvatore Crocifisso e Risorto. Una opportuna catechesi tende poi a rendere la persona cosciente dell'avvenimento della fede, comprendendone le ragioni e cogliendone l'incidenza sulla mentalità e sulla dinamica dell'azione.

In secondo luogo, attraverso una vita di concreta comunione in nome di Cristo, la quale renda possibile un cambiamento di mentalità (metanoia), generi un nuovo ethos della persona, per cui la carità diventi l'unica legge del comportamento verso se stessi e verso gli altri uomini. Tale comunionalità è alla radice di una nuova visione della realtà — «cultura di comunione ... (che) produce una mentalità nuova» (cfr. Cei, Comunione e Comunità, n. 63) — e sostiene il quotidiano impeto missionario.

Vivere il carisma del movimento coincide con l'assumere personalmente e attivamente la responsabilità di servizio all'unica Chiesa del Signore, per renderla presente nel mondo come annuncio di Salvezza ed insieme come luogo obiettivo in cui compiere l'esperienza storica della Redenzione, cioè della restituzione dell'uomo a se stesso nella verità e nella pace.

Il recupero e l'incremento della fede come cultura è ciò che sentiamo più urgente. La crisi della presenza cristiana nel nostro Paese è nata infatti per la separazione artificiosa tra fede e impegno culturale, sociale e politico: «Una fede che non diventa cultura, è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Giovanni Paolo II al Congresso del Meic, 16 gennaio 1982).

Lo stesso associazionismo cattolico, se da un lato ha superato il momento più acuto della crisi, non può evitare oggi di misurarsi fino in fondo con il problema del recupero di un' identità culturale cristiana. Tanto più che, al di là degli ideologismi e di una secolarizzazione troppo spesso ritenuta indiscutibile, gli uomini di oggi attendono — per quanto inconsapevolmente — la testimonianza di un uomo nuovo, redento, capace cioè di affrontare le circostanze della vita alla luce della salvezza che è Cristo. Un uomo, quindi, teso a vivere e a proporre il cristianesimo come modo nuovo di vita autenticamente umano.

Ha detto il Papa nell'Udienza generale di mercoledì 25 gennaio 1984: «II fondamento della dignità umana, che ogni uomo può cogliere riflettendo sulla sua natura di essere dotato di libertà, cioè di intelligenza, volontà ed energia affettiva, trova nella Redenzione di Cristo la sua piena intelligibilità. Nella Lettera Enciclica Redemptor Hominis ho scritto che "quel profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell' uomo si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella. Si chiama cristianesimo". (...) il "cristiano" fa scoprire "l'umano" e la grazia la natura».

Il compito impellente è quindi «rendere di nuovo cultura la fede»: portare l'esperienza cristiana alla sua maturità e dignità umane, non confinandola nell'ambito privato di un cultualismo inincidente o di un richiamo alla carità moralistico e perciò ideologizzato. Occorre rinnovare l'esperienza di una vita cristiana, fondata sulla certezza lieta della fede, resa visibile in un soggetto comunionale, rischiata nel giudizio sul mondo e nella costruzione di una società più umana.

A seimila adulti della Diocesi di Milano aderenti a Comunione e Liberazione, riuniti a Varese per l'incontro d'inizio d'anno il 17 settembre 1983, è stato indicato come «sintomo della maturità cristiana l'impegno con la Chiesa locale e l'intensità di presenza missionaria nell'ambiente». Il frutto dell'educazione cristiana che Cl cerca di impartire ai suoi aderenti si misura proprio dalla capacità che singoli e gruppi hanno di portare un servizio qualificato alla edificazione della Chiesa locale ed universale. E dalla passione ad assumere, come cristiani, responsabilità culturali, sociali e politiche al servizio del bene dell'uomo, per la difesa e la promozione della sua libertà e della sua dignità, contro ogni violenza e strumentalizzazione. Simile passione tende a costruire un tessuto sociale nuovo — «forme nuove di vita per l'uomo» — continuo inizio nella storia della «civiltà della verità e dell' amore».

Nell'ambito della Chiesa italiana, ed in particolare nel dialogo fraterno con gli altri movimenti ed aggregazioni laicali, Cl intende favorire l'autentica unità del Popolo di Dio. Una unità ecclesiale nasce dall'affermazione coerente dei vari carismi e dalla loro valorizzazione in un prudente coordinamento ad opera dell'autorità della Chiesa. È quindi un'unione organica ed articolata, in cui ciascuna esperienza di Chiesa possa approfondire la fedeltà al proprio originale carisma nel sacrificio e nella libertà.

Su questa viva ed attiva disponibilità, l'autorità è chiamata ad esercitare la sua funzione di riconoscimento della verità ecclesiale, chiedendo i sacrifici necessari, e a compiere essa stessa il sacrificio di impostare i piani pastorali in base alle varie fisionomie che lo Spirito rende "fatti" nell'ambito della Chiesa: «Si deve avere un atteggiamento di favore e di incoraggiamento per le nuove forme di responsabilità che sorgono nella Chiesa; di rispetto e di accoglienza della responsabile libertà e della sana creatività con le quali si esprimono concretamente le odierne maniere della partecipazione e del servizio; di accettazione e di conferma quando ne viene fatta richiesta per ministeri già praticamente esercitati» (cfr. Cei, Evangelizzazione e ministeri, n. 96).

Una presenza unitaria dei cristiani socialmente visibile è soprattutto richiesta, a nostro avviso, di fronte al mondo, in particolare negli ambienti e nell'impatto coi problemi sociali, dove una mentalità secolarizzata continuamente emargina la stessa proposta cristiana. In questo senso, nelle più gravi sfide che la società italiana ha rivolto ai cristiani in questi anni e che hanno richiesto via via la difesa della indissolubilità del matrimonio e del valore della vita, la proposta di un autentico ordine sociale, la promozione della libertà di educazione e di espressione culturale, CL si è resa sempre attivamente favorevole ad una vasta aggregazione di cattolici, chiaramente consapevoli della propria identità e aperti al dialogo e alla collaborazione con tutti quanti hanno a cuore le esigenze vere dell'uomo.

La nostra è epoca di una nuova opera evangelizzatrice, che abbia l'interezza di orizzonte indicata da Giovanni Paolo II ai vescovi dello Zimbawe in visita ad limina (15 giugno 1982): «..."l'evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto della crescente reciproca influenza del Vangelo e della vita concreta degli uomini" (Evangelii nuntiandi), e così essi (i missionari) cercarono di servire la persona intera, consci che la risposta della fede chiede un coinvolgimento totale con la vita dell'altro nella sua interezza. Per questa ragione essi si sono occupati dei bisogni concreti dell'educazione, dell'assistenza medica e della preparazione al lavoro, perché la conversione interna della fede potesse manifestarsi all'esterno, e, in questo modo, divenire causa di fede profonda per l'intera comunità».





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